1184 - 1153 a.C. - regna sul trono d'Egitto Ramsete III

Dal 1184 al 1153 a.C. sui possedimenti egiziani in Africa e Asia, e su una porzione di rotte e porti commerciali meno estesa che in passato, vige la volontà di Ramesse III, che capeggia dopo il periodo di contrastata gestione del potere del di lui padre - Sethnakht - proponendo una politica di tolleranza per i numerosi prigionieri, militari e coloni, principalmente libici. Non pochi dei migliori soldati caduti prigionieri entra nel corpo di truppe ausiliarie che, pare, godano di buoni privilegi e di possedimenti terrieri. Tra i più favoriti in tal senso vi sono senza dubbio i Sardi, almeno fin dal tempo di Seti I.

La situazione interna è complessa e di difficile lettura per il nuovo faraone: sono comunque tanti (cinque) i re che si passano di mano lo scettro, a dire del tormento degli anni che dividono Merenptah da Ramses III.

A quest'ultimo non manca così l'occasione di combattere più volte contro degli invasori che paiono stabilmente accampati a ridosso dei confini, e con coraggio coltivano forse terre egiziane. Pochi anni sono trascorsi dall'età di Ramsete II, gloriosissima, ma la situazione sociale mondiale, unita alla predetta integrazione in ruoli chiave nell'interno della alte caste egizie di elementi stranieri (pagine simili saranno scritte per la storia di Roma) indebolisce l'Egitto di pari passo con le sue vittorie militari del XIII e XII secolo avanti Cristo. Ramses III consente ad un ex prigioniero libico - Herithor - di fondare una casta sacerdotale fedele ad Ammone.

Alcuni sacerdoti egiziani non avranno resistito alla tentazione di difendere i beni accumulati creando succosi privilegi ed alienando parte del potere centrale. Le divisioni interne sono state quindi accompagnate da brutture minori, come il brulicare della criminalità ed il saccheggio anche in luoghi sacri, indebolendo quella spinta psicologica e popolare innata data dal rispetto del culto delle deità. Sappiamo il potere centrale tiene in gran conto la forza generata dalla ben pilotata convinzione popolare. Notevole è l'uso e la diffusione delle notizie enfatizzate e, se l'evento lo richiede, falsando i fatti di cronaca, pur di non svilire minimamente l'essenza delle figure e le teoriche "capacità militari" degli dei, motore della forza interiore ed unificata, massificata del popolo.

In sintesi, la struttura governativa egiziana è la stessa che ereditano a turno Merenptah, Amenmesse, Sethi II, Siptah, Tausert, Sethnakht e Ramsete III. La casta sacerdotale in alcune regioni del paese governa di fatto in mal nascosto antagonismo col potere centrale.

Il faraone qui recita una sorta di poetico giuramento - scolpito a Medinet Habu - con il quale si fa carico del destino del suo paese:

Fai attenzione ai miei proclami,

Con attenzione ascoltali.

Io ti parlo,

Io ti rendo edotto.

Io sono il figlio di Râ,

Colui che esce dal suo corpo.

Io siedo sul suo trono in esultanza,

Sin da quando egli mi ha voluto re

E signore di questa terra.

I miei consigli sono buoni,

I miei piani si fanno strada.

Io proteggo l'Egitto,

Io lo difendo.

Io lo rendo felice durate il mio tempo,

Io sovrasterò per lui ogni invasore delle sue frontiere.

Io sono ricco del Nilo che fornisce alimento,

Il mio regno straripa di cose buone.

Il nuovo faraone della XX dinastia (come gli altri otto che seguono) si concede il nome di Ramesse proprio per indicare la sua volontà di riportare il suo paese alla altezza dei secoli andati: intendendo offrire un'immagine imponente di sé dedica maggior cura e risorse al tempio di Medinet Habu ed alle iscrizioni lì riportate.

Il tempio, danneggiato nel 27 a.C. da un terremoto, ha i suoi vari edifici racchiusi da una cinta muraria difensiva, che si supera attraverso il grande portale detto "Migdol": il perimetro interno ospita durante la XVIII dinastia le cappelle regali di Ameniridis I e Shepenwepet II. Ciò a consolidare una unità spirituale coi passati faraoni (cosa stranamente non avvenuta cogli edificatori delle piramidi di Giza).

Il faraone ordina ai suoi scalpellini di incidere le pietre delle pareti profondamente come mai era stato fatto in precedenza: non vuole che altri, tra i posteri, si arroghino come proprie tali opere. Ramesse II ha a suo tempo fatto perfino incidere il suo cartiglio sotto la base degli obelischi.

Tra i punti che a noi molto interessano del tempio di Medinet Habu vi è la parete nord della porta ricavata nel muro di cinta della costruzione sacra. La porta è articolata come quelle fortificate di Hattusa, a doppia sezione cioè, per consentire una doppia chiusura con uno spazio vuoto frapposto, pur se le dimensioni sono diverse. L'accesso alla corte del tempio è così lungo una ventina di metri e può ospitare nella parete interna le incisioni che ci informano sui "Popoli delle Isole del Centro del Mare". Non pochi storici considerano tale campagna la più grande vittoria ottenuta da un faraone egiziano; sappiamo comunque che il regno del Nilo ne esce malconcio e soggetto ad accentuare in breve tempo il suo avviato declino. I tempi sono cambiati, gli Egizi considerano opportuno che dei templi siano edificati con una adeguata protezione. E' del resto una loro continua fuga dalle razzie, sin dal tempo delle piramidi - un progetto di tomba roccaforte con false entrate - fino a giungere a predisporre tombe sontuosamente arredate e dipinte ma prive del corpo regale, nascosto coi suoi ori in punti remoti.

Entrando nel tempio vero e proprio di Medinet Habu, dopo la prima sala (Prima Corte) si accede ad una seconda (Seconda Corte): la parete che divide i due locali è tra quelle che recano le testimonianze della guerra ai Popoli del Mare, o Popoli del Settentrione.

Proseguendo attraverso tutto la Seconda Corte del tempio di Ramesse III, si può uscire da una porta posta sul limitare della parete di destra (nord/est): la parete esterna in quel punto mostra altre indicazioni sui Popoli del Mare. Abbiamo sempre qui le uniche indicazioni conosciute di una battaglia navale in terra egiziana e sempre riguardanti le vittorie del faraone sui Dananei dell'Egeo, i vari gruppi di Libi, i Filistei ed i Siculi su loro navi, gli Achei forse di Micene, i Tirreni e gli altri alleati.

Dalle predette raffigurazioni si può in generale notare che i popoli alleati, dopo aver distrutto ogni villaggio al loro passaggio, e pur se perdenti, si presentano al cospetto delle armate del faraone coi loro carri tirati da buoi. Sui carri alloggiano le famiglie, e vi sono deposti tutti i loro averi, e forse le armi, nuove per l'Egitto, realizzate in ferro. Da parte loro gli Egizi vantano una superiorità tecnica negli scontri navali, avendo dotato le loro navi sia di vele che di remi, per le manovre da fare in spazi limitati. Le navi d'altura degli alleati mediterranei si presentano allo scontro decisivo fornite delle sole velature: sono incapaci di evitare le bordate di frecce che i marinai egiziani possono più agevolmente indirizzare loro.

1180 a.C. , quinto anno di regno.

Perdurano i contrasti politici interni alla corte del paese del Nilo, cosicché il faraone non ha tempo, o possibilità, di accentrare maggiormente la gestione delle terre nelle sole sue mani. Le notizie che arrivano a corte sono pessime, la visione che si ha del suo paese è di una terra percorsa anche pacificamente da carovane di povera gente in cerca dell'indispensabile alla sopravvivenza. La lettura del Papiro Harris è chiarificatrice ed insolitamente veritiera per gli usuali riporti trionfalistici dei bollettini di guerra scolpiti (vedi in I documenti).

"Vennero a riferire a Sua Maestà che delle genti di Tjehenu si erano messe in cammino, avendo fatto una cospirazione e riunitesi: Libu, Seped, Mashuash".

Ai bassorilievi che narrano di episodi bellici del 1180 a.C. vengono poi aggiunte delle linee tratte dalle iscrizioni sui fatti di guerra dell'ottavo anno (1177) di regno di Ramses: venne fatto per accrescere i meriti del primo quinquennio di governo? oppure veramente i Popoli del mare o delle Isole del Settentrione - le integrazioni riguardano loro - aggredirono già nel 1180 l'Egitto, e venne pienamente compreso dopo?

Nell'indicazione "Settentrione", prima di interpretarla, abbiamo inoltre noi stessi da chiarire se leggiamo note in ideogrammi redatte da geografi egizi poco colti o, viceversa, se dobbiamo ritenerli dotti di conoscenze del loro mondo: ricordiamo sempre che disquisiamo di storici, astronomi e ingegneri edili di un paese civilissimo. Noi siamo propensi a credere che puntando il dito verso il settentrione, in direzione nord, gli scribi tracciano una linea che ci conduce ad alcuni popoli centroeuropei, oltre che attici e mediorientali. Una scrittura definisce costoro anche Barbari settentrionali che vengono da tutti i paesi (Gardiner A.H., The Kadesh Inscriptions of Ramesses II).