Nel 1279 a.C. sale sul trono di Basso ed Alto Egitto Ramsete II.
Proprio al tempo delle varie fasi di migrazioni sicule nella Sicania, Egiziani ed Ittiti dopo essersi contesa lungamente la Siria definiscono nero su bianco il confine dei due imperi. E' la conseguenza della contrapposizione di forze vistasi a Kadesh: ed è un ennesimo masso che si incastra nel muro che divide le vecchie civiltà simboleggiate e racchiuse nell'arco che va da Ilio a Memphi, dalle popolazioni poste a nord, oltre i Dardanelli.
L'accordo tra le due potenze non è facilmente raggiunto. Malgrado gli Egizi fuggano sfigurando sul piano strategico, la propaganda interna nutre il popolo di falsi "bollettini" di guerra. I cronisti (gli scalpellini dietro dettatura dei sacerdoti) di Ramsete II fanno scolpire nelle pareti dei ruderi di Memfi che:
"Io credo che Ammon val più di un milione di soldati, di centomila cavalieri, di una miriade di fratelli e figli, pur fossero tutti insieme uniti! Io ho eseguito le scelte dettate dalla tua bocca e non ho trasgredito i tuoi consigli! Qui io ti ho reso gloria, ai confini del mondo.
Gli eventi della guerra, nei fatti, sono a lungo deludenti per il faraone; egli è deluso dal comportamento dei suoi uomini ed invoca ausilio ad Ammone, contro "i senza dio" Ittiti, e chiede che il dio infonda coraggio nel cuore dei suoi soldati. La preghiera viene così accolta da Ammon Râ: "Son io, tuo padre! Il signore della forza, e sono soddisfatto poiché ti riconosco un cuore coraggioso (E. Schuré, libro II, cap. III)".
La immaginaria vittoria sulle rive dell'Oronte arride a Ramsete II, che riceve la richiesta di clemenza degli sconfitti, che si dichiarano, Muwatalli in testa, convertiti e cioè bisognosi del "soffio di vita" di Ammone, e della generosità del faraone per sopravvivere.
Appare nella sua ritualità, efficace ma non per molto ancora, la visione spirituale dell'atto bellico. Ritornerà in quei medesimi luoghi con le Crociate, e poi nel presente secolo: la fede diviene strumento bellico nei momenti di maggiore sforzo necessario alla sopravvivenza di un regime. Rimane, poi, sospeso il tema del percome e perché della diffusione quasi naturale, spontanea, dei culti ellenici anche tra i popoli barbari del nord Europa, e delle originali sorgenti di culti come quelli di Eracle (simile a Thor), Efesto, Zeus (pari a Odino).
Prima di pervenire alla successiva Pace di Kadesh - sollecitata da parte Hittita per il pungolare dei forti Assiri di re Salmanassar, che sconfiggono re attuara loro indifeso alleato, ed assorbono definitivamente il popolo degli Hurriti - Ramsete II dallo sfruttato sud, conduce in Egitto schiavi a migliaia e ristabilisce il suo ordine e la sua volontà, colorati sempre e più che mai di volontà divine. L'arte e l'architettura egizie possono così nutrirsi di nuova linfa, con l'atto creativo che, col potere fisico e vitale a garanzia della prosperità, maggiormente rende "ad immagine e somiglianza" simili il dio e l'uomo.
Le merci di scambio predilette in quel tempo sono il lino egizio, ed i sempre ricercati rame e stagno, che dalla Spagna, l'Elba e la Liguria (via Sardegna e Sicilia), oltre i metalli estratti in Anatolia ed in Mesopotamia, raggiungono le fonderie greche. Il bronzo, tranne che per gli Hittiti che usano tra i primi armi in ferro, è ancora il metallo usato per la guerra e per l'arte.
Quelle medesime rotte, che portano merce dalle grandi isole mediterranee al Medioriente, verranno poi in senso inverso ripercorse dai profughi che perderanno terre e beni per i tormenti del XIII-XII secolo a.C.
NOTA. A proposito della disputa - in atto - storiografica, linguistica ed archeologica che tenta di inquadrare meglio la distinzione da fare tra Dori e Achei, osserviamo che ancora al tempo suo Polibio (III, 32), acheo egli stesso, ci parla di una battaglia navale tra Achei e Romani, nel 146 a.C.
I Dori, che coi Traci invadono il Peloponneso, Creta e Rodi nel 1200 a.C. circa, avrebbero assunto, nell'area, una identità diversamente individuabile solo nella Acaia (la regione ove sorge Patrasso) e nella Fionide. Pare di vedere un medesimo numeroso popolo "dorico" alle prese coi suoi arricchiti predecessori "achei". Lo stesso pare accada, tra Elleni, nei secoli IX ed VIII a.C.
Gli Achei (i presumibili Eqwes) che si ritrovano a tentare la sorte guerreggiando sulle acque del Nilo forse hanno perduto, distratti dal conflitto troiano, la loro terra bagnata dall'Egeo, ed in possesso dei Dori. Pare la nobiltà danarosa ma senza terra, intenzionata ad armare dei mercenari a danno degli Egiziani. Cosicché il XII secolo a.C. parrebbe il tempo della fase ultima storica di quella aristocrazia greca che in qualche modo si prese il ruolo che fu dei "Minoici". Perseguendo una politica coerente tentando, dopo Cnosso nel 1450, il possesso di Memfi, nel 1180 circa. Parallela all'azione degli "Ausoni" siculi che dal 1450 al 1190 passano a setaccio i beni altrui serbati dalle Eolie fino ad Ugarit.
Tornando a Polibio, parrebbe di vedere - ancora nel II secolo a.C. - una separazione etnica tra Achei e Dori solo giustificata col più nobilitante passato dei primi. Gli Achei vantano un'epica in contraltare a quella altolocata "Minoica", rivoluzionaria nei confronti dei vetusti ed opprimenti poteri egizio e cretese. Polibio, da uomo colto ma che scrive per i vincitori della sua stirpe, riscatta in parte la sua figura richiamando nelle pagine il sangue acheo, di maggior gloria di quello dorico, più idoneo ad indicare il nuovo popolo greco di rozzi agricoltori, senza tanti "trofei penduli dal soffitto", servo prima e dopo, dei Romani.