Il XII è anche il secolo dei Dori
La nuova spinta dorica travolge antichi equilibri, fonte di esclusive ricchezze. Il XIII ed il XII sono tra i secoli che mettono a ferro ed a fuoco le terre mediterranee, dalle Colonne d'Ercole ai Dardanelli.
Dopo la loro grande espansione nella penisola ellenica nel XVIII secolo, nel Peloponneso nel XVII, su Creta nel XV, gli Achei si trovano a subire loro stessi un nuovo ingente arrivo di uomini a loro affini: pingui gruppi umani unificati dalle nebbie del tempo col nome di Dori; costoro precedono nel medesimo calle Traci, Frigi ed Illiri. Si tratta di povera gente, numerosa ed affamata, disposta subito a sostituire la manodopera agricola che forse manca nelle terre che bagna l'Egeo. Potrebbe essere accaduto che la carestia del 1235 a.C. ha causato una moria impressionante tra gli strati più bassi della popolazione achea. Evidentemente i saccheggi delle grandi città deposito di cereali non è bastato ad eliminare le piaghe portate dalla malnutrizione.
Viene da pensare a cosa può aver impedito ai vari emigranti di fare sin dal XVII secolo il breve balzo - dell'Adriatico e dello Jonio - che li separa dalla Sicania. Forse l'Isola non viene risparmiata affatto, poiché prima di cedere metà della sua terra ai Siculi, la popolazione sicana si è già da tempo ritirata ad occidente, oltre Enna, evitando gli achei o altri prima di loro.
Anche Roma, la importatrice di sapienza e fedi religiose, è probabile che solo rinverdisce quell'affinità sociale tra Greci e Latini che già preesiste nel centro sud d'Italia e nelle isole mediterranee; appaiono istintive le connessioni delle tradizioni popolari delle genti italiche, sicheliche, elleniche, attiche ed egee. Ben prima del 4000 a.C. esistono città sede di estesi commerci, prosaica linfa della produzione culturale anche di ispirazione divina: tra Mediterraneo Oriente ed Asia non possono essersi instaurati senza il teorizzabile concorso dei popoli che hanno anticipato quelli poco noti di cui qui trattiamo.
In Egitto, privilegiato partner commerciale dei Cretesi (oltre che dei Fenici), a far data dalla XVIII dinastia non appare più nelle usuali, esaltanti iscrizioni il nome Keftiù, cioè Creta. E' proprio in questo periodo che appare la denominazione di Popoli di mare dato a nuovi nemici: altri che non gli orientali popoli dei "Nove Archi", come i Masawas, od i Libi, od i Nubiani della "terra dell'arco", o gli Eritrei/Somali, o orientali della "terra di Punt".
Un verso che si rifà ad un emblematico luogo comune greco sulla Sicilia
Affermiamo molto spesso che la Sicania è terra di ricchi pastori, forse organizzati in numerose ed indipendenti signorie. Non abbiamo però le ciclopiche mura che vantano altri popoli cresciuti in notorietà grazie agli introiti dati dai commerci. Gli Ittiti da parte loro lamentano di essere ignorati dagli storici a loro sopraggiunti, mentre in merito alla Sicania Omero - alle prese con la narrazione delle vicissitudini emblematicamente umane di Ulisse - così verseggia (Od. XX):
"I prìncipi commentarono sghignazzando il comportamento dello straniero (Teoclimeno di Pilo), e nello stesso tempo provocarono Telemaco. Uno dei giovani disse:
"Nessuno è sfortunato quanto te, Telemaco, con i forestieri; uno è un pezzente buono a nulla e sempre affamato; l'altro un pazzo che vuole gabbarsi per un profeta. Ascolta il mio consiglio: mettiamoli su di una nave e inviamoli in Sicilia, ne ricaverai almeno del denaro vendendoli come schiavi".
Appare chiaro che la Sicilia è almeno sin dal tempo del più grande dei poeti (opinione di Eraclito permettendo) universalmente nota come molo d'approdo per ogni sorta di affaristi e commercianti. La Sicania è quasi un porto franco, dove qualsiasi merce o prodotto in vendita trova in inevitabile organizzata sicurezza un compratore anche straniero.
Tale fama si estende nel Mediterraneo - ed anche il solo ritrovamento di manufatti comuni a quelli prodotti dai "Minoici" lo attesta con certezza - cosicché allo sfiorire della cultura di Creta, ed al sopravanzare di quella greca micenea, la Sicilia rimane una meta privilegiata per tutti coloro le cui velleità sono commerciali o razziatrici. In età omerica quindi i "Lestrigoni" vengono ricacciati indietro di parecchi secoli per vivere solo nel mondo dei miti, ed Ulisse trova altrove i suoi luoghi misteriosi, le sue caverne abitate da brutali giganti, pecorai figli di Poseidone.
In Sicania molti approdi sono concordati coi locali, che comunque sempre in serbo hanno la difesa delle coste lasciate abitualmente e tradizionalmente libere; viene dato per scontato che i possedimenti interni, forziere della primaria fonte di sostentamento delle comunità, cioè la terra, sono per loro natura al sicuro.
Poi i signori locali, inevitabilmente come spesso accade, dopo il 1000 a.C. non si rendono conto - o non possono permettersi di farlo - della mutazione storica che sta per indursi pure in Sicilia: i nuclei commerciali lungocosta, i fruttuosi piccoli villaggi rurali di pianura o collinari, le imprendibili città rifugio arroccate sui monti si confrontano colle nuove realta urbane creciute con lo sfruttamento delle rotte marittime. I ricchi fuggiaschi, gli aristocratici proprietari terrieri di Grecia giungono coi loro beni e cercano altra fertile terra, una nuova patria; non mirano più ai redditizi porti commerciali come facevano i loro concittadini dediti al commercio. Loro offrono un nuovo modello sociale che attira lo sguardo ed i pensieri dei giovani pastori indigeni: d'altronde non possiamo escludere che i Siculi siano perfettamente a loro agio nel frequentare la ricca gente giunta, forse come loro, dall'oriente mediterraneo.
Ai Sicani ed ai riservati Elimi rimane comunque il possesso di molti territori dell'interno, per loro forza o per forzato disinteresse dei Greci (poiché gli invasori che spesso assimilano entro le proprie mura dei gruppi locali sono anche fuor di patria ellenica in contrasto tra loro).
La manodopera locale in taluni casi viene coercitivamente impiegata nelle immediate campagne annesse ai nuclei urbani. Altri uomini diventano mercenari, pagati per far rispettare le importate - già fallimentari in patria - rigide norme greche in materia di sfruttamento delle risorse umane e del suolo. Si pone così quella base di malcontento che, in una generazione, darà il potere al più abile, spregiudicato ed opportunista modellatore uomini, cioè il tiranno. Figura di statista che fiorisce quando anche una pur risicata maggioranza di popolazione viene costretta all'indigenza, o da rigide norme interne o da più vasti e nefasti accordi internazionali a danno di popolazioni escluse.
Per contraltare i profitti inducono presto i tiranni grecizzati di Sicilia a divenire vanitosi mecenati dai grandiosi risultati culturali, in una gara - e non solo politica - con le democrazie greche, che tanto ricorda le numerose duali contrapposizioni mondiali.
Chi - vale poco l'impegno di sottolinearlo - vede nel verso Omerico letto poc'anzi una descrizione di un centro di vendita di schiavi in Sicilia sa che tale "merce" è al tempo naturalmente voluta ed utilizzata in ogni regno, città, casa degli abitatori delle varie sponde mediterranee.
E' parimenti errato vedere una osservazione antropologica nella descrizione (Od. X) che si ha degli abitanti delle Eolie, tracciati come giganti che mangiano gli uomini di Odisseo dopo averli uccisi infilzandoli con lance "come fossero pesci". L'Archeologia eolica corregge in tal senso il mito poetico. I mitici e perduti nel tempo Lestrigoni con i Ciclopi non sono certo considerati in età ellenica gli inumani abitatori della Sicilia, ma la licenza poetica, la usuale e necessaria concessione di iperboli, pescano abbondantemente nel mito religioso e nelle leggende antichissime, e non databili, diffusesi ben prima della creazione letteraria omerica.
NOTA. A proposito di vera o presunta schiavitù in Grecia. Nel nostro precedente lavoro sugli Autori classici greci in Sicilia vi sono citazioni che si integrano nella questione: in Ateneo 272-b, viene detto che Corinto acquista nei vari mercati, per le sue necessità, 460.000 schiavi. In Egitto si tramanda ancor oggi che i locali volentieri si prestano, in preda a fervore religioso e durante le interruzioni dell'attività agricola dovuta alle piene del Nilo (da giugno a settembre), a che il faraone raggiunga da dio i suoi pari celesti grazie alla costruzione delle sepolcrali piramidi.
1212 a.C. - sale al trono dei regni d'Egitto Merneptah, figlio di Ramsete II, e consegna la cronaca delle sue imprese alle pareti ed al colonnato del tempio di Karnak
Dalla data del 1212 a.C. ritorniamo senz'altro ad occuparci dei Siculi: essi vivono nel corno orientale di Sicilia da mezzo secolo. Non si hanno notizie di guerre locali da loro sostenute in questo breve lasso di tempo: ipotetiche sono quelle coi Sicani che continuano secondo tradizionale rimando la loro vita prettamente agricola, ma non più sui Peloritani o lungo la costa tirrenica, dal XIII secolo. Più certificati sono le amare punzecchiature che i Siculi assestano alle città di mare ittite e cipriote, e forse anche a quelle egizie: probabilmente arduo e insidioso lavoro hanno i mercanti fenici alle prese con le depredazioni di Tirreni e Siculi.
Sulle navi fenicie viaggiano i metalli spagnoli e sicani, e le derrate che la Sicilia esporta in gran quantità.
Vero è altresì che l'Egitto è forte nelle azioni di guerra sostenute sulla terraferma, con l'ausilio della cavalleria, dei carri da combattimento ereditati dagli Hyksos, dei fanti e degli arcieri: come per Roma il punto debole dell'esercito dei faraoni è il mare. Non si riescono a proteggere le coste ed i loro abitanti: in una incisione del tempo (ricostruibile con fatica) il mare viene descritto come una "divinità temibile e rapace e insaziabile ( ) l'eroe del racconto raccomanda alla moglie di non uscire quando egli non l'assista, perché non l'abbia a vedere e rapire il Mare (S. Donadoni)".
Le azioni lungo la costa di tipico carattere piratesco assillano di fatto e da sempre gli Egiziani, in tal guisa essi subiscono la risposta dei lungamente vinti, i Libici in prima istanza, che rimangono liberi di scorrazzare non distanti da villaggi e oasi egiziane. Sappiamo che l'Egitto ad un certo momento riceve richieste di aiuto dal grande ed imparentato vicino, e che queste vengono esaudite con l'invio ad Hatti di granaglie, via mare: cioè inizia verso il 1230 a.C. la seconda, sfortunata, autodifesa dell'impero ittita.
Chi li cancella dalla Storia se non masse enormi di gente, ignara in taluni casi di appartenere a questa o quella etnia, ma bisognosa delle minime risorse vitali? Le grandi città ittite, come quelle cretesi, sono principalmente viste non come sedi di culto estraneo, non come emblemi del potere di re oppressori, ma come vasti depositi di grano, cereali; enormi e profonde cantine colme d'anfore d'olio e di vino; custodi di pingui armenti.