Enea
Premettendo che mentre l'Egitto vive politicamente e religiosamente una delle sue fasi di esaltazione teocratica col raggiungimento di alti livelli politici (artistici ed economici a seguire), in cerca delle minime risorse per sopravvivere in un'epoca per tanti altri popoli di carestia e sconvolgimenti, zigzagando tra fortunali e scontri armati giungono in Sicilia degli uomini, Teucri di Troia con loro alleati, che in più periodi sbarcano sulle coste dell'Isola.
Tra i nomi degli uomini che si erano messi a far da guida ai profughi di Ilio troviamo quelli di Elimo, Pànope, Niso ed Eurialo, e, tradizionalmente, il dardano Enea col padre Anchise. Costoro (o gli Elimi perlomeno) possono soggiornare sull'Isola, nei pressi del fiume Crimiso, ed iniziano una nuova vita sorretta dai proventi dell'agricoltura e dei commerci con i centri della costa africana settentrionale. Essi riescono a mantenere una loro netta identità culturale (produzione di vasi in ceramica, tipici quelli a doppio recipiente ed unico manico, con incisioni e pitture), e territoriale nell'estremo occaso della Sicilia.
Il loro approdo è sereno, ottengono dopo un accordo coi benestanti Sicani quel che dei generosi signori terrieri offrono senza averne a soffrire: una porzione di territorio bagnato dal mare.
Lo stesso gesto caratterizzerà re Iblone (re che vediamo sicano), che concede ai Megaresi un promontorio pianeggiante e fertile, dove gli esuli Greci ritagliano dei piccoli appezzamenti di terra, quasi dei rettangoli lunghi alcune decine di metri, ove gestire casa e tante piccole colture per il sostentamento delle singole famiglie. Ovviamente non è concesso loro di adoperare altra terra, e perfino la cinta muraria arcaica della nascente Megara Hyblaea è più un confine simbolico che una funzionale difesa militare. E pure sappiamo come Siracusa potrà approfittarne.
Viene da chiedersi perché una parte di alleati Troiani, con Enea alla guida, prosegue oltre che verso la Sardegna (gli Iliensi) anche verso il Lazio, rifacendo qualche secolo dopo in senso inverso ma marittimo il cammino dei Sicani.
Ricordiamoci sempre che Virgilio parla di militi Sicani che combattono fianco a fianco coi Rutuli, detti da Livio i primi nemici dei futuri Romani, che si attirano l'aiuto dei profughi Teucri.
Tucidide in merito ai popoli della Sicania riporta ancora che:
"Anche i Fenici abitavano qua e là per tutta la Sicilia, dopo aver occupato i promontori sul mare e le isolette vicino alla costa, per facilitare i rapporti commerciali con i Siculi. Quando poi vennero d'oltre mare in gran numero gli Elleni, essi sgombrarono la maggior parte del paese e si concentrarono a Mozia, Solunto e Panormo, vicino agli Elimi dove abitarono, rassicurati dall'alleanza degli Elimi stessi e dal fatto che quel punto della Sicilia distava pochissimo da Cartagine (6, 2, 6)". Tucidide parla chiaro: la Sicilia di occaso non appartiene ai Fenici, non vi è sfoggio di armi da parte di un popolo di Cananei commercianti, essi "occupano dei promontori" per consentire ai Sicani di avere un luogo d'incontro per il baratto delle merci. Conforta poi quanto già scritto che Elimi e Fenici scansino le rotte e le genti elleniche.
Dionigi di Alicarnasso (I, 47, 2; 52, 1 e seg.) puntualizza - degli Elimi compagni d'esilio dei Teucri - i nomi dei capi: Elimo ed Egesto (del pari citato anche da Strabone, VI, 1, 3 e VI, 2, 6); duci originari della Troade, e mitici "fondatori" in Sicilia di Segesta sul monte Barbaro, ed Erice sulla montagna omonima.
Erice (come Enna Agrigento Catania, ed altre città) certamente preesisteva ben prima della Guerra di Troia, ed ospitava una popolazione sicana molto legata al culto di Afrodite che, sul monte, ospitava un tempio ed una sua organizzazione sacerdotale, la cui appariscente caratteristica è il ruolo di prostitute sacre affidato alle fanciulle locali.
Ceramiche con iscrizioni elime sono rinvenute dopo recenti scavi sul pendio montuoso ericino. La presunta paternità troiana delle due località - non i resti oggi ammirabili - le renderebbe anteriori di diversi secoli alle città grecizzate di Sicilia riorganizzate dal IX-VIII a.C. con capitali ellenici. Un ennesimo rimaneggiare il proprio passato da parte degli Elimi, coi racconti eroicizzati, ci pare qui probabile.
Anche un altro popolo, pur esule e di stirpe ionia, i Focesi raggiunge l'Isola; pare casualmente, in seguito alle sorti di una tempesta. Il quadro umano dell'Isola è così vieppiù composito: ad oriente le tribù di re Siculo, Tirreni ed altri Achei, ad occidente Sicani, Elimi, mercanti Fenici, Sardi: ma è uno schema comunque lo si rediga incompleto per via delle varie alleanze e frequentazioni che ogni schiatta vantava.
I Sicani si vedono vieppiù - anche culturalmente - cinti dai tanti nuovi arrivati. A Sant'Angelo Muxaro e Polizzello si creano due assediate "isole", aree di impronta puramente sicana, che mantengono degli scambi coi soli Elimi - sono solo due, apparentemente, le località che l'Archeologia indica con i suoi rinvenimenti attuali - e il cui fulcro è la città di Entella: la gente di Entella pare proprio che eviti accuratamente i contatti cogli Ausoni e coi restanti Siculi.
I profughi di varie schiatte dipartitesi da Ilio (i nuclei protagonisti della vita politica ed economica mondiale al tempo delle floride città di Cnosso, Ilio, Canaan, Ugarit, Giza, Camico, Hagia Triada, Iraklion, Hatti, Jericho, Memphi, Tebe, ecc) evitano frequentazioni sia con gente filo achea, sia con i nuovi padroni di Micene, dell'Egeo, di Creta e Cipro, ed anche quindi dei Peloritani e di parte dei Nebrodi, in mano a Siculo.
Ricordiamo che a Sant'Angelo Muxaro è ritornata alla luce una coppa aurea con cesellate sei figure di buoi datata VII secolo a.C. e conservata oggi a Londra.