Terzu Cuncúmiu

di "Terra e LiberAzione"

ppa libbirtà ri sprixioni e a difisa da Lingua Siciliana

 

Si è svolto a Catania il 20 maggio 2001 il "Terzu Cuncúmiu ppa libbirtà di sprissioni e a difisa da Lingua Siciliana". Introdotto da una performance in Lingua Siciliana del gruppo "Bassomanía" di Augusta, il "Cuncúmiu" è stato aperto dai Messaggi di Sostegno Attivo inviati da Marcel Meaufront -a nome della Federazione Europea delle "Maisons de Pays" - e da Tavo Burat -a nome dell'Associazione Internazionale Per la Difesa delle Lingue e Culture minacciate. I lavori si sono sviluppati per tutta la serata tra relazioni e interventi di grande interesse. Erano presenti, oltre a figure prestigiose della cultura e dell'arte come il poeta Sebastiano Burgaretta e il cantautore Carlo Muratori, anche le principali testate giornalistiche dell'Isola che hanno dato al "Cuncúmiu" una eco del tutto inedita per iniziative di questo tipo. Il "Terzu Cuncúmiu" ha lanciato ufficialmente l'idea di "Libera Università della Patria Siciliana".

Gli Atti ufficiali del Terzu Cuncùmiu li abbiamo pubblicati in un bel quaderno che ci puoi richiedere inviando 5 euro a:

"Terra e LiberAzione" C.P.367 Catania

 

Qui di seguito ne pubblichiamo ampi estratti, aperti dalla spiegazione della parola "cuncùmiu"...

 

Cuncúmiu

"Si cunta ca a tempi arreri cc'era 'na Sucità di Maistri e di populu abbàsciu ca difinníanu li gritti di li boni aggenti e li vinnicavanu contra li priputenti ricchi e li nobili ca avíanu lu putíri 'mmanu e facíanu angarii e cosi torti a la pupulazioni. Mittemu ca c'era un riccu ca 'ncujtava 'na picciotta onesta di lu populu abbasciu; lu sapíanu Iddhi, e zittu tu e zittu iu, cci facíanu asséntiri ca o si cujtava iddhu, o chi lu luvavunu da 'menzu; e suddhu nun la sintía sta canzuna, si l'astutavunu ppi daveru, e nuddhu sciatava. Suddhu c'era, fuguramunni, un Viciarré, ca facía priputenzi e cunnannava attortamenti e mannava 'n galera senza raggiuni, Iddhi ca lu sapíanu (pirchí avianu amicizzi ntra tuttu lu Regnu e canuscianu li suspiri di li Populi) cci facíanu giustizia contra lu Viciarré, ca si lu spidugghjavinu bellu bellu cu du corpa di cuteddhu. 'Nsumma, addifinníanu li nostri gritti, e li cosi caminavinu cu lu versu, non comu camininu ora, ca Iddhi ci vulissiru ppi daveru".

Iddhi, loro, erano i Beati Paoli, nel racconto dell'anziana serva del demologo Salomone Marino. Nel seicento di questi Biati Pauli "cci nn'erinu ppi tutti li paisi di lu Regnu, ca 'n Palermu tinianu cuncúmiu 'nta na grutta sutta terra chi c'era allatu San Cosimu...javanu vistuti comu monaci e facevinu Giustizzia ppi daveru". (fonte: Salomone Marino)

 

 

 

Relazione introduttiva di Mario Di Mauro

 

Assabenadica!

As-Salam alaikum wa rahmatu Llahi wa barakatuhu! As-Salam alaikum! La Pace e la Benedizione di Dio siano con te! Che Dio ti benedica! Cosí si salutavano, in arabo, i Siqilli, i Siciliani di mille anni fa.

Assabenadica! é parola che echeggia sonorità antiche e familiari, una di quelle parole che attraversano il mare dei secoli su invisibili vascelli carichi di memorie: le Lingue...Assà! Assà! Abbi cura di te, ti sono vicino!. As-Salam alaikum! A te la Pace del Dio!.

Il saluto: «Assabenadica!», come tutte le formule di una Lingua Viva, si è adattato alle vicende storiche del suo Popolo. Oggi non lo usa nessuno e le ultime due generazioni lo hanno sentito forse solo al cinema, messo in bocca al mafioso di turno o a qualche contadino intimorito: «voscenza s'abbenarica!». Ora ad usarlo, con spirito e come un "ciao!", siamo in pochi: tant'é che faccio pure...notizia.

Il negazionismo identitario anti-Siciliano è l'essenza del Potere Occulto che manipola -anche psichicamente- i Siciliani di oggi: i sicilianoidi.

Se un Popolo -sprofondato in una palude di paure telenoiche e perbenismo piccoloborghese, piú attento al lucido delle scarpe che alla tragedia della propria estinzione- non produce e non canta piú le sue canzoni, non riconosce e riattualizza neanche il proprio Saluto e la sua Lingua, non difende la sua Terra da inquinamenti e abusivismi di ogni tipo: non è piú un Popolo, ma una massa di sradicati che vagano in città ridotte ad agglomerati di case costruite intorno a un supermercato di merci e ideologie imposte dal totalitarismo dello «Spettacolo neocoloniale», al cui tabernacolo rivolgono i propri "voti".

U Salutu nnu lassau u Signuri! Il Saluto ce lo ha lasciato il Signore!. Cosí dicevano i nostri nanni nannavi e catanannavi. Sebbene, certo, l'antico «Assabenadica!» possa ritrovare una propria funzione solo se viene risemantizzato, con sobria allegria, in un «ciao!» al quale rispondere come ci insegna la memoria linguistica: «santu e riccu, e ku bonu distinu!» (l'uso corrente troverebbe poi le sue sintesi). Potrebbe cosí restare in vita, in parallelo, anche l'uso corrente piú recente dell' «Assabenadica!», rivolto da un giovane a un anziano come richiesta di "benedizione", ma il modo di vita attuale e soprattutto l'azione denigratrice del colonialismo verso il nostro Saluto ci fa credere che l'unica possibilità di difenderlo sia quella di risemantizzarlo, riattualizzarlo come un «Ciao!», che, come si sa, deriva invece dal veneto «schiavo tuo!» (sebbene nessuno si sognerebbe di intendere «schiavo tuo» quando rivolge il proprio «ciao!»...).

L'antico «Assabenadica!» si salva se Tornatore, Baudo, Fiorello...e altri diecimila opinion leader, grandi e piccoli, lo faranno salvare. Se la professoressa lo userà entrando in aula...Assà!.

Abbiamo bisogno di recuperare alla Vita le parole autentiche, abbiamo bisogno di risemantizzare, ricreare, arricriarini... una Lingua di Saperi che sia festosa ghirlanda di fiori intrecciata intorno al senso della Vita.

Riavvicinarsi, riconnettersi alla "dialettalità" è utile solo se serve, in qualche modo, a riformulare il Senso della Vita. Non ci sono "morti" da resuscitare ma vivi che hanno diritto a evolversi e ad affrancarsi da tutti i colonialismi.

E se le vie dell'ufficialità, delle tv, dei grandi giornali...insomma del sistema mass-mediale che produce lo Spettacolo neocoloniale, ci vengono precluse, vuol dire che sta Lingua antica e la sua Patria millenaria devono trovare altre vie per narrarsi, svilupparsi, incarnarsi nella Storia.

La L.U.P.S. è, vuole essere, può essere, su vuatri u vuliti, su tu u voi, un centro di documentazione, ricerca, elaborazione e iniziativa per l'Identità Siciliana del secolo XXI, al servizio del Popolo Siciliano, degli Uomini e delle Donne che riconoscono nel sentimento razionale dell'appartenenza all'Isola di Trinakria una fonte costitutiva del proprio Essere e della propria nuda Libertà.

Il Progetto- L.U.P.S. si fonda sulla consapevolezza che non basta essere nati in un luogo per avere una coscienza identitaria, che è data da un legame naturale cosmico sacro consapevole e coltivato con la Lingua, la Terra, la Memoria storica, la Coscienza geografica. Quella coscienza identitaria che può anche non avere alcuna "utilità commerciale", non servire "a far soldi", ma servirà certamente ad Essere qualcosa, a radicare ontologicamente l'Esistenza nell'Ordine narrativo di una Patria millenaria, a rispondere alla domanda delle domande: «chi sono Io?».

La Lingua Siciliana è il Codice della nostra Storia, anche personale. La chiave dell'Identità Siciliana al tempo della "globalizzazione". Le sue Parole alimentano una Lingua dell'Identità che R/Esiste. Una Lingua -che nella dialettalità trova UNA delle sue Fonti- alternativa alle logiche del dominio e finalizzata all'affermazione di una prassi informata all'unico Potere che valga veramente qualcosa: il Potere su se stessi, dunque la propria Indipendenza e, dunque, la costruzione di percorsi individuali e comunitari che conducano all'Indipendenza e alla nuda Libertà anche su vasta scala, oltre il cosmopolitismo sradicato e il folklorismo sterile.

La geografia è un fattore storico di prima grandezza. La Sicilia, con l'Etna, che ne costituisce il perno orografico e l'ombelico spirituale, fucina d'Armi per gli Dei, è la piú grande Isola del Mar Bianco Centrale, il Mediterraneo, l'al Bar al Biad al Moutauassat dei Siqilly. La sua Lingua è la sua Geografia, il suo Mare.

Il Satyagrahasrama -la comunità di R/esistenza e di Verità che Gandhi fondò nella foresta di Sabarmati all'inizio della sua lotta per la Libertà e l'Indipendenza dell'India- praticava, in primo luogo, l'evoluzione spirituale e politica dei suoi membri.

Chi entrava a far parte del Satyagrahasrama aderiva a una Regola articolata in 11 punti: l'ultimo imponeva il voto di considerare la Politica subordinata alla Morale e al Sacro; il primo di osservare la Verità ad ogni costo, il secondo indicava l'ahimsa, cioè l'Amore come presupposto della Vita e della Lotta; seguono le regole di purificazione, sobrietà, autarchia, tra cui il voto di usare e tener vivi i dialetti indiani. Questi sono fondamenti del pensiero di Gandhi, un Guerriero dello Spirito la cui Lezione è piú che mai viva e attuale, per quanto deformata e incompresa. (...) Gandhi scriveva in inglese, la lingua dell'Impero contro cui combatteva, e in hindi, la sua Lingua di nascita. Il problema non è ora in, dentro, sotto quale "Lingua" scrivo, ma con, attraverso, insieme a quale "Lingua" scrivo:

-in quella che mi hanno imposta ( cosí bene che ben pochi possono sentire ciò che accade in Sicilia -metafora del "Mondo", se si vuole- come un pericolo mortale per la propria Vita autentica e per la propria nuda Libertà); -oppure con la Lingua della R/Esistenza, della Verità, del Satyagraha. Una Lingua che ha bisogno della forza cosmica, animica e storica della dialettalità cosiccome l'organismo ha bisogno del sangue per mantenere le proprie funzioni fisiologiche...Questa Lingua del Satyagraha, eruzione vulcanica dal profondo di una Terra assoluta, presuppone dunque la dialettalità come voto. E' la Lingua di Kokalos, il Codice dei nostri Grandi Antichi, attraverso il quale ricomporre il mosaico della Patria Siciliana, l'Alfabeto della nuda Libertà, la Grammatica elementare della Vita autentica...Ché un Popolo è ciò che entra ed esce dalla sua bocca. E poc'altro.

Quello che i tedeschi chiamano "Heimat", gli inglesi "Household", i sardi "Su Connotu"... esteso alla dimensione storico-geografica dell'Isola di Trinakria, questo intendo per "Patria Siciliana".

La Patria Siciliana è un fatto d'amore... E' patriota chi ama ed è disposto a rischiare qualcosa per la Terra degli Avi, consapevole che l'Anima del Mondo è il Cuore che batte nel Cuore di ogni Patria e chi ama la propria Patria non può che amare anche quella degli altri perchè la Canzone della Terra si nutre delle note rappresentate da ciascuna singola Patria.

...Nella Tradizione dei Grandi Antichi, ci racconta René Guénon, l'Uomo autentico, Figlio della Terra e del Cielo, è il Terzo Elemento della Grande Triade, saldamente insediato nell'Invariabile Mezzo. Credo che l'idea di "Patria millenaria" abbia molto a che fare con questo "centro" della geografia sacra. E cosí le Lingue, i "relitti dialettali", i suoni raccolti sulle antiche Vie dei Canti. E' il respiro dei Grandi Antichi, il thymos che viaggia silenzioso nelle vene della Storia e anima la Psiche dei Popoli.

Nel Libro XI delle Metamorfosi di Apuleio, scrittore latino-mediterraneo del secolo II d.C., i Siciliani vengono caratterizzati in quanto fedeli al culto della Grande Madre nelle forme di Proserpina Stigia e in quanto trilingui.

Quando Apuleio definisce il trilinguismo come carattere tipico dei Siciliani, in verità le Lingue dei Siciliani erano: il Siciliano del tempo, cioé una parlata siculo-sikana-ellenizzata, intelligibile per sua morfologia anche dal Latino; il greco di Eschilo, lingua letteraria da tutti compresa; nonché, come terza, piuttosto che il Latino, Lingua dell'ufficialità, della Lex, ma non parlata né compresa dai piú, credo sia utile collocare -sebbene come ipotesi di ricerca e circoscritta alla Sicilia occidentale- una persistenza della parlata punica, fenicio-berbera ...

In verità, quando Apuleio scriveva il suo romanzo, nell'Isola di Trinakria Genti antiche e Lingue perdute comunicavano già da secoli: nei miti è custodita memoria di questi scambi, da Ulisse ad Eolo, da Oreste a Dedalo e Minosse...L'Isola di Efesto, che nella fucina dell'Etna forgia le armi degli Dei, catanannavu dei diavuleddhi labburiusi di cui scriverà con affetto il poeta Santo Calí, quest'Isola è "crocevia e crogiolo" da quando, al tempo dei Popoli del Mare, la stirpe SKRS, gli Shekelesh, insieme ai Shardana (i Sardi nuragici) e ai T.R.S. (Tyrsa, Tirreni) dominava con le sue navi il Mediterraneo, trattando alla pari con l'Egitto dei Faraoni. I termini demotici dei Popoli del Mare sono riportati in una Iscrizione egizia risalente al tempo dei faraoni Merneptah e Ramses III (XIV-XIII a.C.) (...).

Appartengono forse anche a questo sostrato molti tratti del Carattere Siciliano e, certo piú visibile, la gestualità comunicativa, il linguaggio del corpo che si fa teatralità... metacomunicazione, iconica, "analogica", che integra la comunicazione verbale, numerica, "digitale". Il Siciliano non ancora plagiato dalla repressione della gestualità («non gesticolare! tieni ferme le mani!»...e cosí via colonizzando!) utilizza forme gestuali «che affondano le radici dei propri significati nei labirinti della sicilianità, risultando enigmatici e indecifrabili ai non siciliani...» (F.Oliveri, Gebardensprache der Sizilianer).

E poi gli occhi, cosa non si riesce a dire in Siciliano con gli occhi?! I nostri sguardi, a volte, valgono interi discorsi.

La nostra Lingua è il nostro Carattere, cosiccome si è plasmato nella materia di una vicenda storica plurimillenaria.

Nel porto di Siracusa, fino al tempo di Archimede, si parlavano piú lingue di quante non se ne siano parlate nel porto di New York all'inizio del Novecento. ..

Ma come parlavano «i Greci» quando misero piede, pacificamente, sulla costa siciliana? Almeno quattro erano le Lingue dei greci fino al V secolo: il dorico, l'arcadico-cipriota, l'eolico e lo ionico-attico, che infine imporrà una sua centralità...

Secondo lo storico tedesco Holm, al tempo della grande spedizione ateniese contro Siracusa (415 a.C.) la Sicilia aveva 4.000.000 di abitanti: una popolazione da autentica "potenza demografica"!. Circa 2.200.000 erano quelli delle città siceliote (greche). Mentre i Siculi e i Sicani persistevano ancora oltre il milione e gli insediamenti fenici, da Palermo a Solunto a Mozia contavano 300 mila anime, e nelle Terre di Entella fioriva il piccolo e nobile popolo siciliano degli Elimi.

Il sistema-Sicilia, malgrado questa massa demografica, esportava grani in notevole quantità ed è certo che Siracusa ed Agrigento fossero anche città industriali (tessuti, ceramiche, oggettistica e utensileria in bronzo ecc.).

In questo caleidoscopico laboratorio etnolinguistico che fu la Sicilia classica, venticinque secoli fa si parlavano tante Lingue e tanti Dialetti: siculi e sicani, elimi e fenici, e qui troverà forgia e forme il "greco", quello di Eschilo ed Euripide, che a migliaia ascoltano, nei grandi teatri siciliani. E sarà questa la Lingua in cui scriveranno, in piena dominazione romana, autori siciliani di rilievo come Diodoro, Cecilio di Calacte e Sesto Clodio (L.Pareti, La Sicilia antica).

La diffusione del latino non andrà mai oltre l'ufficialità in un'Isola -ridotta a nutricem plebis romanae (Cicerone, Verrine).

Intorno al 70 a.C. Verre amministrava in modo vessatorio la Sicilia per conto di Roma spremendola legalmente e anche illegalmente (Cicerone lo accusò in Tribunale di aver rubato 40 milioni di sesterzi!).

Secondo il demografo G.Beloch (La popolazione antica della Sicilia, Forni editore) i Siciliani si erano ridotti a 500-600 mila anime. (...)

Possiamo solo immaginare in quali condizioni le Lingue dei Siciliani sopravvissero per secoli. E col Siciliano arcaico sopravvive la stessa Lingua ellenica che caratterizzerà il plurilinguismo siciliano nei secoli in cui l'Isola, con capitale a Siracusa, diverrà «thema», autonoma regione dell'Impero di Bisanzio, la seconda Roma, ultima fortezza d'Occidente di quei Romei (cioé "romani" d'Oriente, e non "bizantini" come erroneamente li chiamiamo) che trasmisero anche in Sicilia, attraverso scuole laiche e istituzioni monastiche, fino al secolo IX quando il testimone passerà all'insorgenza islamica, la complessa Tradizione dell'Occidente.

La curva demografica si inverte solo intorno all'anno Mille, con l'avvento nell'Isola di quella nuova forza storica mediterranea, gli Arabi, che si radicherà in Siqiliah, riequilibrerà il rapporto demografia-territorio con la fondazione di centinaia di villaggi agricoli e fornirà "modelli" anche allo sviluppo linguistico, mentre, con la piú naturale tolleranza, nell'Isola si parlano, con l'arabo di Sicilia, anche il greco e quel Siciliano che si dimostrerà vivo come una spugna del Mar Bianco, poichè assorbirà e farà propri modelli e parole che ne rivivificheranno la forza espressiva.

Per dare un'idea di cosa fosse la Sicilia di mille anni fa riporto che l'attuale capitale dell'Egitto, Il Cairo, venne fondata dal grande ammiraglio Giawhar As Siqilli, il Siciliano. L'economia siciliana trovò nella cantieristica navale un vettore trainante e simbolico della sua nuova Età dell'Oro.L'Oro del Sudan, pagato in grano, il volano della potenza kalbita...

Se araba era la Lingua che si parlava nel Majlis al Xurta, il Consiglio della Comunità di Palermo in cui sedevano sharaf (nobili), sceik (capi clan), ulema (sapienti); il vocío del porto della capitale siciliana doveva proprio assomigliare a quello di Siracusa al tempo di Platone.

La Corte normanna, nel secolo XII, al tempo del Re Ruggero II, parlava francese (come quella di Torino, l'altro ieri, al tempo dell'Unità d'Italia!) ma le Lingue dei Siciliani (e le monete e gli atti pubblici, per quanto ne sappia) continuarono ad essere scritte in prevalenza con l'alfabeto arabo, come siculo-araba erano la cifra stilistica delle arti e il carattere della Cultura. E in arabo viene redatta l'opera di El-Idrisi, il geografo della corte di Ruggero II. Furono "una dinastia non araba ai vertici di uno Stato arabo".

I "Nordici" (=Normanni) chiamavano Sicilienses tutti gli Arabi di Sicilia, mentre definivano Greci tutti i cristiani. Il criterio etnico è oggettivamente difficile da applicare ché "antichi Elleni e Fenici si erano latinizzati, Latini si erano volti a Bisanzio, Greci e Latini si erano convertiti all'Islam, Arabi e Berberi si andavano accostando e assimilando ai nuovi venuti" (I. Peri, Città e campagna in Sicilia).

Per il prof.A.Varvaro, autore del prezioso Lingua e storia in Sicilia - il quale definisce la fase normanna decisiva nella formazione dell'attuale "tipo siciliano, come sistema di vita, cultura, lingua"- saranno le Giudecche ebraiche a conservare piú a lungo e in forme integre la lingua araba di Sicilia. Mentre, "convertiti per necessità", ancora "maggioranza demografica" almeno fino al 1150, spesso ai vertici dello Stato, i Siqilli scioglieranno lentamente la Lingua del Corano nelle parlate siculo-romanze, contaminandole di arabismi.

La crisi istituzionale causata da un logorante stato endemico di guerra civile a bassa intensità, la fitna, alimentato dalla giahiliyya, uno spirito di clan familiare la cui degenerazione innesca faide senza fine anche tra i vari kaíd locali, i piccoli "re di paese", aveva prodotto la disgregazione dell'Emirato e l'inserimento "provvidenziale" in queste contraddizioni esplosive dei Cavalieri Normanni, i quali già nel 1072 si sono installati a Palermo. (...)

Il grande Re Ruggero II, padre del Regnum di Sicilia, definiva se stesso: «al-Mutazz bi-Llàh», cioè colui che esercita il Potere per Grazia del Dio, nella consapevolezza che le fortezze di oggi sono le rovine di domani: kullu shaíìn halikun illa uaghahu , tutto svanirà tranne il Volto del Dio (Corano,28,88).

Federico II, Re dei Siciliani e Stupor Mundi, nel XIII secolo fece della sua Palermo la capitale di un grande Impero, sebbene la Corte federiciana, in verità, fu una carovana in marcia...

Federico Ruggero II, cresciuto in una città intimamente siqilli, per ragioni politico-strategiche impone il ritorno dall'alfabeto arabo a quello latino, trasformando un popolo di alfabeti (nel periodo arabo, per motivi religiosi, l'istruzione era di facile accesso) in una massa di analfabeti... mentre, d'altro canto, per volere dell'Imperatore si aprivano, sul modello arabo delle madrase, le prime Università e la cultura letteraria della Corte federiciana, innovando e rigenerando la tradizione della Lingua Siciliana, in contrapposizione politico-strategica al Papato e al suo Latino ecclesiastico e settario, poneva le basi della Lingua italiana -come testimonia Dante nel 1305, a mezzo secolo dalla morte di Federico II nel De vulgari eloquentia.

Da allora, la Lingua Siciliana, dilagando intanto la "toscanizzazione", diverrà poco piú di quello che è oggi: una lingua orale, privata...

Secondo alcuni studiosi, constatata l'impossibilità di poter imporre il francese come lingua unificante alle genti di Sicilia, Federico II trasferisce il centro di gravità del Regno dall'Isola multilingue al continente monolingue (S.Tramontana, in "Storia della Sicilia" vol.III). Ed è a Napoli che, per ragioni politico-strategiche, fonda l'Università.

Va rilevato, col Devoto, che la matrice reale della lingua letteraria italiana non è in «quella specie di esperanto che il De vulgari eloquentia postulava...ma in quella montagna eccelsa che la natura ha foggiato, un uomo in preda all'estasi ha attuato, e i posteri hanno accettato, ammirando», la Divina Commedia...

 A tocchi a tocchi la campana sona: l'ura do Vespru. È il 31 marzo dell'anno 1282 quando la Sicilia insorge contro gli Angioini (Francia) che, col sostegno del Papato, avevano occupato l'Isola soggiogandone le popolazioni. Per fare giustizia si usò la Lingua Siciliana come arma e il coltello come grammatica: l'Isola venne passata al setaccio da migliaia di rivoltosi che ponevano a tutti una domanda: «dillu, CICIRI!?», dillo: "ceci"...L'angioino non riusciva a pronunciare quelle "c" se non come "s". La giustizia fonetica sentenziava: «MORA! MORA!»; la grammatica del coltello faceva il resto.

Dal secolo XIII e fino al 1443 (l'ultimo vero Re dei Siciliani, Martino II muore nel 1410) la Lingua Siciliana gode comunque di ufficialità, prestigio, riconoscimento. Fin quando il Re di Spagna Alfonso V unisce la Sicilia e Napoli introducendo come "lingua ufficiale" il Castigliano, mentre prende avvio la lunga "diffusione silenziosa" del Toscano che si pone come "polo idiomatico" alternativo al Siciliano. Le fonti (le raccolte del Testa e del Mongitore, citate da S.Di Marco,La questione della koiné) dicono che il primo documento statale scritto del tutto in Toscano è del 1526; l'ultimo redatto in Siciliano è del 1543.

Alla metà del Settecento, piú o meno al tempo in cui il poeta Micio Tempio scriveva in Siciliano la Carestia causata...monsignor Ventimiglia, popolare e coltissimo Arcivescovo di Catania, faceva stampare in Lingua Siciliana un libro di preghiere, le Orationi mattutine e pomeridiane. E lo faceva come fosse cosa normale. Nei salotti dell'epoca si parlava, in forme certo piú raffinate, la stessa Lingua che si poteva ascoltare alla Civita, nei borghi contadini della Piana o nei villaggi di pescatori della Jonica. ...

Lo storico francese Fernand Braudel, nel suo Civiltà e Imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II, stabilisce un nesso tra struttura economica dei territori e differenziazione dialettale:"Il Mediterraneo è disseminato di zone d'economie semichiuse, mondi piccoli o vasti organizzati per se stessi, con le loro innumerevoli misure locali, i loro costumi, i loro dialetti (...)La Sicilia, isola ricca, paga imposte per la costruzione di ponti stradali, ma il governo spende il danaro per altri scopi, cosí che l'interno siciliano non avrà strade efficenti prima del secolo XVIII. Ancora nel 1726 saranno garantiti privilegi a tutti i mercanti che si impegneranno ad aprir bottega nell'interno dell'isola. Non stupiamoci dunque se i panni di consumo popolare, nel secolo XVI, erano, come in Corsica, quelli fabbricati localmente".

Questi "panni dialettali" non vennero sciacquati in...Arno, ma nel Fiume Oreto, che al tempo non era ancora stato ridotto nell'immonda cloaca che ogni palermitano ben conosce.

A Palermo, un gruppo di intellettuali raccolti nella prestigiosa Accademia degli Oretei, intraprendono il cammino della codificazione e rinascita linguistica, ma vengono ben presto colpiti dalla repressione del centralismo coloniale di turno: "l'esempio" basterà per molti decenni a dissuadere dall'Azione gli uomini di cultura. Ciò malgrado la nostra Lingua si rivelerà ancora strumento creativo di grandi poeti, i quali ne trasmetteranno i suoni e i valori ai pochi fortunati che ne potranno fare tesoro.

Alla metà dell'Ottocento -un decennio dopo la sconfitta della Sicilia Indipendente del Quarantotto- accade che, col sostegno decisivo della Massoneria inglese e una "corruzione mirata" che svuota una intera cassa di piastre turche (moneta franca nel Mediterraneo del tempo) consegnata dagli inglesi a Garibaldi e Nievo- giunge, violenta e truffaldina, l'annessione dell'Isola (e del suo "Banco") al Regno dei Savoia, la cui "politica linguistica" si impernia fin da subito sul principio "cuius regio, eius lingua". Ed è già tanto se al posto della Lingua italiana -che almeno è cosa nostra- non ci imposero il francese o, magari, il piemontese!.

Le drammatiche condizioni di analfabetismo, che perduravano ormai dalla fine del luminoso periodo islamico, paradossalmente, "proteggeranno" la Lingua Siciliana negli strati popolari, condannandola però a quello che sarà nel nostro secolo: una Lingua sempre piú povera, privata di prestigio sociale, perseguitata in modo aperto durante il Ventennio fascista e in modo subdolo negli anni della Prima Repubblica.

Ecco alcuni episodi di questa guerra coloniale dello Stato centrale contro le Patrie regionali:

22 settembre 1941, velina del regime: "I quotidiani, i periodici e le riviste non devono piú occuparsi in modo assoluto del dialetto", mentre cosí si legge nel Decreto del Presidente della Repubblica n.503 del 24 giugno 1955: è fatto divieto all'insegnante elementare di rivolgersi in dialetto al discente e si concede soltanto di non assumere un atteggiamento arcigno limitatamente "alle prime spontanee espressioni dialettali degli alunni". Ecco, anche se non lo sapevamo, siamo cresciuti in queste scuole che reprimono tuttora la Cultura della nostra Patria, la Patria Siciliana imponendo una Lingua "piú omogenea al sistema industriale che è un sistema ad alta funzionalità essenzialmente linguistica...". E' appena il caso di rilevare che questa azione devastante non sarebbe stata possibile senza lo sconvolgimento demografico (emigrazione coatta sud-nord) degli anni '60-'70 e, soprattutto, senza la rivoluzione televisiva giunta ormai nella fase della putrefazione e del delirio. E' appena il caso di notare che il "Popolo Siciliano", in quanto tale, non ha al suo servizio scuole, giornali, televisioni, opinion leader...cosiccome non ha partiti regionalisti, sindacati popolari, associazioni di massa, capaci di proiettarlo al di là dello Spettacolo neocoloniale. La Lingua Siciliana muore insieme all'idea stessa di Popolo Siciliano. La Patria Siciliana sopravive come Luogo dell'Anima: da questo Luogo occorre riprendere il Cammino della Lingua e del Popolo nella Storia.

Intanto, in mezzo secolo l'ARS si occupa di Lingua Siciliana solo una volta, il 6 maggio del 1981, per approvare una leggina, (la n.85, G.U.R.S., parte I, n.23 del 9/5/1981) che degrada ufficialmente la nostra Lingua a "il dialetto" e la relega tra le "attività integrative e facoltative delle scuole della Regione". Ben poca cosa, si dirà. Ma il peggio è che neanche questa leggina stitica ha trovato una decente applicazione, mentre viene burocraticamente emanata, di tanto in tanto, una circolarina dell'Assessorato regionale alla Pubblica Istruzione in cui, con fondi irrisori, si "permette" un minimo di attività didattica "sul dialetto"... che comunque "Terra e LiberAzione" ha sostenuto verificando anche lo stato di degrado dell'intero sistema scolastico.

Delegittimata dunque e, di fatto, negata a livello ufficiale, ignorata perfino nella recente positiva "Legge di Tutela delle Lingue minoritarie dello Stato Italiano" (nel novembre 1999, a Roma, neanche un deputato siciliano ha avuto nulla da dire, nè ridire!), la Lingua Siciliana è resa di fatto invisibile dalle Istituzioni regionali che contribuiscono -insieme a tv, giornali ecc- alla strutturazione di un senso comune predisposto all'automutilazione culturale, all'inciviltà, all'imbarbarimento.

La prima grande Riforma di cui ha bisogno il sistema Sicilia è di natura morale e intellettuale. Il primo vero problema della Sicilia è l'incultura etnoidentitaria dei suoi ceti dirigenti, la "sceccaggine" (l'asineria) elevata a cultura di governo.

Al proposito è il caso di notare che la parola sceccu è di origine Siqilly, cioé siculo-araba; non araba, però, ma proprio siqilly: sciaqi in arabo vuol dire "disgraziato, infelice"; sciaq significa invece "faticoso". La "malasorte" è sciqa; mentre asino, in arabo, si dice: humar (sumaru).

Concludo chiarendo una questione di metodo per me molto importante: al di là delle varie motivazioni che ciascuno può sviluppare vi invito tutti a dare un contributo al progetto-L.U.P.S. e a partecipare UNITI alle AZIONI ppa difisa da libbirtà di sprissioni e da Lingua Siciliana come momento di un piú vasto impegno per la ricostruzione dell'idea stessa di Patria Siciliana nel Mediterraneo e nel Mondo del secolo XXI. Speriamo di avere un buon numero di nuove adesioni a questo cammino, ché il Destino delle Idee vive da sempre nell'impegno costante di minoranze organizzate su basi chiare.

Cu secuta vinci! Bona vigghja, bonu studiu, bona cura!

 

 

MESSAGGIO

DELLA FEDERAZIONE EUROPEA "MAISONS DE PAYS" (FEMP)

 

Amici Siciliani,

Almeno tre ragioni mi spingevano a partecipare, come l'anno scorso, al Cuncumiu ppa Difisa da Lingua Siciliana .

La prima era il piacere di rispondere alla chiamata degli amici di Sicilia; la seconda era di soddisfare la mia curiosità, quella di conoscere il cantiere della prima "Casa della Patria Siciliana" a Catania, una futura «Maisons de Pays» d'Europa; la terza era di venire ad affermare la simpatia, la solidarietà della nostra comune rete di associazioni radicata nei Popoli d'Europa che, come voi, lottano per esigere i loro diritti umani essenziali: quelli di potere vivere nel proprio paese, conservando dignità e personalità . Cioè la possibilità di avere una identità viva e aperta, una esigenza che dobbiamo tutti imporre prima che sia troppo tardi.

Infelicemente altre lotte hanno chiamato adesso la mia presenza e se non posso essere con voi il 20 maggio, voglio assicurarvi che la solidarietà esiste, anche da lontano. Le lotte e i progressi di ognuno portano appoggio a tutti. 

Le lotte che occorre condurre senza debolezza sono fondamentali: - lotte contro tutte quelle potenze, economiche, statali - e talvolta anche regionali! - che hanno perso il senso dell'essenziale e organizzano, o lasciano fare, lo sfruttamento delle risorse, l'inquinamento e la distruzione della terra avita, - lotte contro i sistemi che condannano uomini, donne e giovani a lasciare i propri paesi per potere vivere...

Ma non si denunzierà mai abbastanza la peggiore rapina, quella delle menti, che riesce troppo spesso a cloroformizzare, alienare, imbrogliare le vittime che diventano incapaci di vedere i colpevoli e di reagire.

È sopra questo terreno, da cui dipende l'Avvenire, che bisogna investirsi velocemente perché questa Azione permetterà di ricostruire le basi di partenza: riconquistare lingua, cultura, radici vive, modo di essere.

Questi sforzi sono carico di ciascun Popolo, ma insieme, se ci conosciamo, riconosciamo e sosteniamo reciprocamente, possiamo vincere. Ma non basta soltanto dirlo, bisogna farlo!

Aggiungerò, amici Siciliani, che il vostro primo alleato, il vostro trionfo, è la terra vostra che per fortuna è un'Isola . Non dimenticatelo mai!

Coraggio per convincere presto quelli che dubitano ! Coraggio per vincere! Animo !

Marcel Meaufront, Delegato Generale FEMP

Federazione Europea delle Case di Paese