Altre considerazioni sui conflitti svoltisi durante il tramonto del XIII secolo
Perché vengono attaccate dai popoli costretti solo alla vita di mare nel 1208 a.C. Memphis ed On? Ciò ha una motivazione nella importanza dei culti lì osservati, ai tesori votivi colà conservati, letteralmente coperti d'oro principalmente nubiano. Memphis è la sede del complesso culto del toro Api (ritroviamo la deificazione dell'animale anche qui, dopo la Creta di Minos e la nostrana Vitulia) e già capitale del regno d'Egitto intorno al XXX secolo a.C. (Antico regno). Parimenti il culto del toro Mnevio di On si può far risalire al regno dei faraoni tiniti della II dinastia, 3000 - 2780 avanti Cristo. Tale pratica è coeva con quella della sacra capra di Mendes.
A fondare la prima dinastia egizia a Menfi è il sacerdote di Path, demiurgo degli elementi. Menes (detto Narmer) è originario della città di Thini, altra città sacra in quanto dedicata al culto di Osiride; da essa ha accademico nome la prima dinastia storica regale egiziana cui abbiamo prima accennato: la tinita. Memfi viene poi nuovamente ridotta alla rovina poco dopo la morte dell'attivo Ramsete II, che pure aveva riallargato i confini del suo stato: evidentemente a molti nemici il tempo per una rivalsa appare subito maturo.
Memfi è in seguito pure spogliata dei suoi materiali di costruzione per farne beneficiare le città vicine (Il Cairo principalmente): si può proprio escludere che a buttare giù i suoi edifici sacri sono le incursioni dei Libi, o dei Popoli del Mare, o uno dei tanti popoli elencati nei "Testi di Esecrazione" sin dal 2000 a. C? La storiografia egizia è spiccatamente demagogica.
On (Iwnw è il nome che la indica come "città dell'obelisco") durante l'Antico Regno dà i natali alle famiglie regnanti della V dinastia, e ha tutta l'aria di essere sorta solo per concretizzare il culto del dio Sole, visto che oggi offre all'archeologo lo studio delle sepolture di un cimitero di sacerdoti della VI dinastia (2200 a.C. circa). On è città dotata di ricche tombe, quindi.
Abbiamo così trovato delle valide tentazioni perché indigenti tribù assalgano il forte vicino. Però la presenza tra i prigionieri di così tante donne, bambini e bestiame induce a pensare che anche dell'altro volessero quella gente di mare scacciata dai Dardanelli, dalle coste dell'Anatolia, del Mar di Marmara e dell'Adriatico, e dallo Stivale d'Italia.
Gli Egizi hanno vissuto moto epoche travagliate. Con l'evidenziarsi della desertificazione la zona di Giza sembra sia meno vivibile per loro, nel secondo millennio a.C. Le piramidi appaiono sedi di culto abbandonate anche prima dell'avvento dei Ramses. Ha poi una correlazione con vittorie nemiche la adorazione di divinità siriane in Memphis a partire dal Nuovo Regno (1567 a.C.)? Un quartiere della città che prende il nome di "Borgo degli stranieri" ci dice di no. Non mancano in tema altri storici esempi, vedi sinteticamente l'epopea di Delfi (sede votiva degli ori razziatisi l'un l'altro tra le città elleniche) o Costantinopoli (attaccata per saccheggiarla dai cattolici Crociati ed anche ben prima che dai Mussulmani).
Il denaro accresce la potenza di regnanti e sacerdoti, infonde una favorevole mentalità collettiva nella propria popolazione, ma anche centuplica forza e capacità - o disperazione - del nemico. I difensori vedono nella ricchezza accumulatasi la benevolenza degli dèi, ed ai sacerdoti è facile dare enfasi alla già abile retorica pro bellica. Cosicché con le sconfitte militari il guaio è duplice, con l'oro si sfalda il fortificato castello ideologico che fornisce al milite maggior valentia in combattimento. Le sminuite risorse causano così dissidi interni: a volte la lotta tra re (faraone nel nostro caso) e sacerdoti, per il mantenimento del poco potere/ricchezza rimasto. E' Ramses III che fronteggia con maggiori amarezze tale evento: egli detta parole di vittoria, ma paiono tanto presagi della fine. Non reggono più le immagini enormi riprodotte sulle pareti dei luoghi sacri, ove un enorme faraone arrota frusta alla mano tanti minuscoli nemici in fuga e morte perenne.
La devozione ai culti genera un accumulo di ricchezza che è garanzia di potere anche per il sovrano che gli si accoda accettando l'influenza politica della casta sacerdotale dedicata: ciò, in sinergia, induce l'allargamento verso nuovi insediamenti regali dietro l'egida del dio, opera spesso negata anche per azione popolare a quei regnanti che accentrano in due sole mani le due forze istintivamente ritenute necessarie e dominanti: entrambe necessarie ad assicurare all'uomo, al suddito, il dominio sulle paure legate alla sopravvivenza fisica e spirituale, contro il male addotto dai nemici confinanti e dalle irrazionali forze della natura.
In caso di guerra l'assalto dato alle sedi di culto delle deità del nemico ha quindi il duplice scopo di mirare a siti ricchi di offerte pregiate e determinare un indebolimento della ideologia che sostiene il paese nemico, e le schiere dei suoi uomini male armati, di conseguenza, anche di indebolite dottrine. Invidiate sono pure le riserve di cibo serbate nelle grandi città.
Primario ruolo assume poi la produzione artistica, espressione di ricchezza quando abbondante, e lo sfoggio di cultura nelle sue varie forme: gli Egizi proporzionarono i loro monumenti alle ricchezze conquistate, al merito attribuito agli dèi, al valore da dare alla persona del faraone e dei suoi sacerdoti: la loro imponenza torna utile nei confronti e dei sudditi e degli ospiti stranieri.
Per dirla leggendo Schuré: "La dottrina dei templi di Osiride, di Iside e di Ammon Râ ci appare come un elevato simbolo, come un profetico esempio dell'unità primordiale e conclusivo della Scienza e della Religione (L. II, cap. 1)".
Conseguenza secondaria appare così la imposizione, ai vinti, del culto religioso del vincitore. Mentre primaria permane la nuova affluenza di beni ai detentori dei misteri del culto delle divinità rivelatesi superiori. Non è un caso che anche le tribù di Israele vedano il loro ed unico come il "Dio degli Eserciti".
Un culto straniero può però imporsi anche pacificamente (vedi quelli Sicani accettati dai Greci dal secolo VIII a.C., pur se rimane la quasi certezza che molto antiche sono le frequentazioni dell'Isola col variopinto mondo che sarà detto Ellenico) e comunque ciò comporta uno sconvolgimento della architettura governativa reggente di un popolo.
NOTA. Entra nel tema del discorso religioso la figura del cane e dei canidi in genere, che pare legata a culti finanche più antichi di quelli mediterranei e nilotici del toro: lo ricordano le pitture e le statue egizie, e qualche ritrovamento di oggettistica ornamentale anche a Thapsos. Tali culti, del toro o bue, e dei cani e degli sciacalli sono accostati e poi superati da quelli di figure femminili: Iside in Egitto, anch'esso di provenienza centro mediterranea come quello di Astarte adottato dai Fenici, di Enlil e Ninlil dei Sumeri, di Marduk dei Babilonesi. Quello di Demetra è tanto greco quanto sicano o siculo, ma non si può escludere che la sua presenza sia di molto anteriore nell'Isola, noto ai Lestrigoni, agli Achei Micenei, o ad altri popoli a loro anteriori. Per Lestrigoni indichiamo un primo gruppo sociale insulare, che inevitabilmente deve avere tra le sue cose care anche un culto di dea madre. Assente nel paradigma delle figure immanenti è il pur utile ed apprezzabile, ad oriente e nelle steppe russe, cavallo.
Notevole è quindi in ogni epoca la presenza femminile, generatrice e sanante: Inanna o Ishtar in Mesopotamia, Demetra e Kore nella Sichelia, Iside in Egitto, Ereskigal e Ninhil in Babilonia, Arinna tra gli Hittiti, Hepet tra gli Hurriti; ripetuti, abbondantemente, in età classica da quelli di Hera, Artemide e Afrodite. Tutte Magna Mater insomma, come la Astarte dei Fenici non ignota in Sicania.
In età ancora più recente una moneta alessandrina del IV secolo avanti Cristo raffigura su di una barca posta in acqua (il Mediterraneo od il Nilo) il dio greco egizio Serapide con a fianco la divinità egizia Iside e la mediterranea Demetra, la dea il cui culto, pur se forse non isolano di origine, ha in Sicilia la riconosciuta destinazione emblematica. La datazione ellenistica del pezzo non ci consente una sua relazione con la teorica ma probabile comunione di interessi economici (e religiosi) tra le potenti nazioni in auge prima del XIII secolo a.C., semmai traccia una continuità commerciale dopo il nuovo riequilibrio di poteri, con un Egitto ridotto ad usare la lingua greca. Una moneta unica per un nuovo unico sistema commerciale.
La diffusione di tale moneta attesta senza dubbio un passaggio della sovranità commerciale nelle mani degli Elleni, ma anche dei Siculi cui Omero (Od. XX) riconosce il ruolo di sede di ogni mercato e commercio.