Sotto il vulcano niente...
di Mario Di Mauro (un'ampia sintesi di questo articolo è stata pubblicata dal quotidiano "Giornale di Sicilia" l'11-9-2002)
Il 25 luglio 2002 sono stato invitato da Radio Uno Rai, come presidente dellassociazione Terra e LiberAzione.Org, a partecipare al programma Il Baco che dedicava uno spazio alla città di Catania.
Abbiamo colto questa occasione per produrre una nostra interferenza in quello Spettacolo neocoloniale di cui la realtà siciliana è prigioniera. In dieci minuti, inseguito dalla conduttrice, ho spiegato che in Sicilia cè più acqua buona che in Lombardia, che il 50 per cento di questacqua è rapinata e bruciata dallidrovora dei poli petrolchimici delle multinazionali, che a Catania non è tutto rose e fiori come vogliono far credere e che 80.000 disoccupati e precari non li possiamo nascondere sotto il tappeto. Ho detto che anche il vanto del modello Catania, lEtna Valley, poggia su un mix di assistenzialismo pubblico e stipendi pakistani a fronte di qualifiche americane... e che, sebbene sia meglio di niente, il futuro della Sicilia non può fondarsi più di tanto sugli umori delle multinazionali...
Il modello Catania, così come si è configurato, è un modello asfittico: promuove un dinamismo senza identità autentica e un ceto politico che si arrampica sugli specchi dellautoinganno media- tizzato e del personalismo carrierista, in una città che, geneticamente, sopravvive a tutto.
Il modello Catania è figlio di un marketing territoriale degno degli ingravidabalconi di Brancati, sebbene gli si deve riconoscere il merito di aver seppellito il mito del posto fisso allo stipendificio e indicato lorizzonte del Mondo a chi non alzava lo sguardo dal lucido delle proprie scarpe.
Da quanti secoli a Catania non si costruisce nulla di bello? La Catania da bere, città sperta che dovrebbe accogliere milioni di turisti spendaccioni sbarcati dal cielo e dal mare, galleggia invece solo sul genio dei morti: Vaccarini, Ittar, Biscari...e quantaltri, pazienti scalpellini e sapienti muratori, la ricostruirono, sulle macerie del terremoto del 1693, nella luce di un barocco metafisico espressione di una idea di Bellezza che avvicinava tutti a Dio quanto lo smog e lincultura di oggi ci sprofondano verso il Demonio. Qualcuno si è seduto sulle spalle di questi giganti ma era e resta un nano, incapace di nominare lAvvenire di questa città senza rincorrere -o far finta di rincorrere- miti esotici con palme di banano e quantaltro.
Il dinamismo a sprazzi che stavolta trova sbocco nellapertura di alberghi, ristoranti, pub...è privo di forza mentale propria, nasce dal marketing territoriale, non da idee radicate, e si risolve nel franchaising, non nella crescita civile. Allinizio degli anni novanta la giovane borghesia catanese, che conosce Londra e New York meglio di Picanello e degli Angeli Custodi, inventava la movida, apriva centinaia di locali, offriva un alibi al nuovismo in politica che, mentre umiliava il popolo catanese proibendo ai devoti laccensione dei ceri votivi (solo Terra e LiberAzione e il Circolo SantAgata dissero No! ai proibizionisti), inventava il mito borghese della Catania da bere con tanto di certificato Kpmg. Ma, come disse a suo tempo don Nitto Santapaola: niente dura per sempre, i cicli si susseguono, la giovane borghesia è cresciuta, sta occupando i posti che le spettano in quelle che restano le professioni più gettonate: medico e avvocato, guarda caso due mestieri legati ad altrettante disgrazie: la malattia e la lite, come scriveva un secolo fa, mi pare, Giustino Fortunato.
Catania resta comunque il centro economico più importante della Sicilia, ed è qui che il paradosso siciliano presenta il conto più amaro. Il paradosso di unIsola-Nazione e di un Popolo sradicato dalla Storia attraverso uno Spettacolo neocoloniale che a Catania mette in scena, meglio che altrove, il suo delitto perfetto.
Il paradosso di unIsola-Nazione saccheggiata e colonizzata fino allautomutilazione culturale, allo sbiancamento della sua identità mediterranea. Negli anni sessanta questa città sventrava se stessa nel boom di una edilizia che la modernizzava con larghezza di vedute: parole dellon. Macrì, sindaco della Milano del Sud.
Quando, negli anni ottanta, dagli scantinati di pietra lavica uscirono 4 band rock non si perse tempo a ribattezzarla la Seattle dEuropa, ma la lezione del suo profeta, Chicco Virlinzi, è stata fatta cadere nel vuoto, allungando la lista delle occasioni perdute: ma come si fa, oggi, a parlare di politiche culturali?!. Intanto, straviati un bel po di eurodanari sul litorale della Playa, terre antichissime del mito abitate da invisibili Ninfe e visibilissimi fenicotteri, angeli della Terra che ricollegano Catania allAraba Fenice, nel suo destino di città che risorge dalle proprie ceneri...ti vanno a inventare Catania come Copacabana, chè tanto il sindaco brasiliano ce labbiamo già...
Da quanti secoli a Catania non si costruisce nulla di bello?
E un caso se per restituire un pò di Bellezza identitaria alla città, per esempio il suo mare negato, occorre decostruire, togliere, sottrarre cemento e quantaltro, che la oscurano? Intanto il festival dell'autoinganno riprende quota nelle parole esaltanti degli assessori alla cultura, la Sicilia resta lunica regione storica dEuropa i cui cittadini non possono indire referendum, nè veder tutelata per legge la propria Lingua Matri, e noi siamo qui a cercare altrove quello che abbiamo sotto i piedi. Comunque, se proprio non si può fare a meno di paragonarsi ad altre città, una idea ce lavremmo -e non da ora: Catania città-stato, come Amburgo. Catania città-guida del Sistema Sicilia... Catania Laboratorio della Sicilia che verrà...
Ricordandosi, infine, che la Cultura è tale quando alimenta la crescita civile di un Popolo intero. E, quadratura del cerchio, non è spegnendo i ceri dei devoti e accendendo i riflettori sulle facce dei politici di turno che i turisti riempiranno questa città e la sua isola millenaria, lIsola di Trinakria. Questo decennio di speranze e illusioni deve avercelo insegnato. Perseverare è diabolico.
@ SETTEMBRE 2002. Mario Di Mauro