Terra e Libbirtà ri sprixioni

per il Popolo Berbero!

pagina di informazione sulla r/esistenza berbera

a cura di terraeliberazione.org

KABILIA

Anatomia di una Rivolta

di S. Marconi e M. Di Mauro

E’ dal maggio 2001 che la rabbia dei Berberi d’Algeria, in particolare di Kabylia, ha conquistato spazio nelle pagine dei giornali, soprattutto in Francia. Perchè ciò accadesse sono stati necessari oltre cento morti e seicento feriti nella manifestazioni cominciate dopo l’assassinio in un commissariato di polizia del diciottenne Guermah Massinissa: un nome classico che evoca il ricordo del grande sovrano berbero la cui alleanza coi Romani fu determinante nella sconfitta dei Cartaginesi e che poi per anni si scontrò coi Romani stessi che intendevano negare l’autonomia dei Berberi nordafricani.

Le risposte repressive, a colpi anche di proiettili esplosivi dum-dum, di un potere screditato, nelle strade come alla TV, non hanno fatto che rendere piú forte lo slogan di “POUVOIR ASSASSIN!” gridato nei cortei, che dai villaggi e dai centri berberi si sono estesi al capoluogo regionale di Tizi Ouzou (località in cui vi sono stati oltre settanta morti) e poi alla stessa Algeri. La morte di Guermah è stata solo la scintilla che ha fatto esplodere una rabbia che ha motivi sia generali (e per questo si è collegata alla protesta di settori urbani non-Berberi, in alcune città algerine, fra cui Annaba), sia specifici (ed anche per questo, ad Algeri, ha visto il reclutamento da parte del potere di squadristi impiegati contro le manifestazioni fra i giovani non-Berberi del sottoproletariato urbano), come si è dimostrato con le manifestazioni a Tizi Ouzou del 25 giugno, terzo anniversario dell’assassinio del cantante berbero Lounès Matoub, considerato l’emblema della lotta per i diritti dei Berberi.

Diverse forze hanno cercato di mettere specifiche “bandierine” su questa nuova fase di una lotta che tende a saldarsi con quella di altri settori sociali contro un regime corrotto, militarista, demagogo e violento, che pare usare o tenere quasi in ostaggio lo stesso Presidente Bouteflika. Uno dei due partiti “berberofoni” algerini, l’RCD (Ressemblement pour la Culture et la Democratie) pare aver perso il ruolo di intermediazione che in questi anni ha tentato di giocare fra elettorato berbero e potere, non potendo la sua fuoriuscita dal governo Bouteflika nascondere le sue responsabilità precedenti in quella compagine. L’altro, il FFS (Front des Forces Socialistes) ha cercato di cavalcare e canalizzare la protesta, stentando a prendere atto del proprio fallimento politico e di rappresentanza reso esplicito dal fatto che numerosi suoi militanti e leaders locali lo hanno abbandonato per entrare nei nuovi organismi che gestiscono la lotta: gli ourouch, riduttivamente tradotti dai media occidentali con "Comitati di Villaggio”.

L’acquisizione della leadership della protesta da parte di questi ourouch spiega piú di mille chiacchiere il vero carattere delle rivendicazioni in campo, che non è solo sociale o economico, anche se perfino in anni di crescita dei prezzi di quel petrolio e gas naturale che l’Algeria produce in abbondanza, i clan economico-militari al potere in Algeria non hanno cessato di sottrarre risorse al Paese e di far peggiorare le condizioni di vita della maggioranza della popolazione, tanto piú in quelle regioni, come la Kabylia, sistematicamente marginalizzate. Infatti, come rileva Ghania Mouffok, Le Monde Diplomatique (luglio 2001) gli ourouch sono strutture basate sulle grandi famiglie, con legami di sangue, che travalicano perfino la frammentazione territoriale, e rappresentano le cellule tradizionali del potere locale berbero dall’epoca pre-punica, il cui ruolo è stato riscoperto paradossalmente dai giovani e giovanissimi che, sfiduciati di partiti, sindacati, associazioni e tanto piú Istituzioni “moderni”, hanno cercato un dialogo con gli anziani e riesumato modelli comunitari ancestrali!

Seppure nelle manifestazioni non si usassero, come invece avviene sistematicamente, i simboli berberi, la lingua amazigh berbera (negata dal potere arabizzante nelle scuole, nei media, nella cartellonistica, nei libri, nei documenti ufficiali, nonostante sia almeno coeva, come lingua scritta, al Fenicio), i canti di Matoub, di Mehenni e degli altri autori che inneggiano all’identità berbera negata, seppure fra le richieste esplicite dei manifestanti non vi fossero, come invece ci sono, il ritiro dalla Kabylia di tutte le forze di polizia, la piena autonomia, il riconoscimento dei diritti linguistici e culturali dei Berberi, questo ruolo degli ourouch basterebbe a definire in pieno la “berbericità” della lotta.

Gli ourouch locali, assunta la rappresentatività effettiva delle popolazioni di riferimento (esautorando di fatto le autorità centrali), si sono strutturati in ourouch di secondo livello, a scala di wilaya (distretto), ovunque i Berberi fossero maggioranza, e l’11 giugno si sono riuniti ad El Kseur (anche per indire la manifestazione ad Algeri del 14 giugno), elaborando una piattaforma rivendicativa che include la necessità di un “ritorno dell’Algeria ad una base regionale”, con un’autonomia che comprenda “tutte le prerogative dello Stato, ad eccezione della difesa, dell’emissione della moneta, della diplomazia e degli emblemi della repubblica”.

Il potere ha reagito negando ogni ragione (sociale o identitaria) alla protesta ed accusando i manifestanti di essere guidati da agenti destabilizzatori esterni ed alleati di fatto dei sanguinari integralisti del Gia, con una bella faccia tosta, da parte di politici al servizio di militari che un recente libro pubblicato in Francia da un ex-ufficiale delle Forze Speciali dell’Esercito algerino (Habib Souaidia, La sale guerre; Editions La Découverte, Paris, 2000; prefazione di Ferdinando Imposimato) accusa di essere implicati direttamente nell’alimentare il terrorismo “integralista” e nel far compiere ai soldati stragi inaudite, anche camuffati da “integralisti” e che sono comunque in connubio con imprese multinazionali (francesi ma anche italiane) nella rapina delle risorse algerine.

Tanto piú che le rivendicazioni dei Berberi vanno esattamente (e da secoli) in direzione opposta rispetto a quella dell’arabizzazione forzata.

Ciononostante, rileviamo che quella Annaba dove forte è stata l’eco fra i non-Berberi delle prime proteste anti-regime è anche tradizionalmente uno dei bastioni degli “integristi”, da un decennio e che esistono in Algeria, convergenze occulte e spesso inimmaginabili in uno scontro che non è tra fronti omogenei contrapposti ma fra gruppi di potere che si servono anche delle azioni di avversari per indebolire il potere dei propri concorrenti.

Inoltre, la forte attenzione e solidarietà di una Francia peraltro ben piú acuta osservatrice della cieca Italia rispetto ai fatti maghrebini, anche nei suoi media ed ambienti culturali, oltre che politici, se non configura i manifestanti come “figli di Chirac”, come urlano i cani da guardia del potere in divisa da poliziotto, certo non appare dettata dal desiderio di mostrare una coerenza con i principi di autodeterminazione che il Paese transalpino sbandiera ma che ha messo sistematicamente sotto il tallone quando gli serviva, dal tempo in cui sotto i vessilli freschi della Rivoluzione baionettava e cannoneggiava i Neri di Haiti a quelli in cui, a partire dal XIX secolo, aggrediva il Nord-Africa, a quelli dei torturatori e dei genocidari che in Algeria fecero un milione di morti per cercare di impedirne l’indipendenza, alle recenti repressioni contro i Kanaki della Nuova Caledonia, oppure contro le rivendicazioni del Popolo Corso. Non è un caso che molti autori sottolineino come, nella fase di conquista coloniale ottocentesca, siano stati proprio i Francesi, indirettamente, per omogeneizzare sistemi di controllo ed istituzionali, a favorire l’arabizzazione ed il “completamento” della stessa islamizzazione delle aree berberofone maghrebine, proprio mentre nelle città costiere invece tentavano la creazione di énclaves europee, cristiane e soprattutto occidentalizzanti, mentre, al momento del crollo del sogno dell’”Algeria Francese”, mentre già si stavano trattando con l’FLN algerino i passaggi verso l’indipendenza e si era già avviata la scoperta degli immensi giacimenti di idrocarburi sahariani, la Francia riscoprí gli studi di insigni suoi antropologi ed esploratori sulla “specificità berbera” ed in particolare Tuareg, per cercare di creare uno “Stato Sahariano” (infeudato alla Francia stessa) che controllasse quei giacimenti sottraendoli alla nascente Algeria, operazione già riuscita alla Gran Bretagna con la creazione del Kuwait nei confronti dell’Iraq, ma che fallí nel caso sahariano.

Per questo, molte delle solidarietà francesi alla lotta dei Berberi d’Algeria, incluse quelle che fanno della Francia il luogo d’elezione dei programmi radio in lingua berbera destinati a loro, dipendono da attenzioni reali, accentuate dalla forte presenza berbera fra gli immigrati maghrebini nel Paese, ma altre paiono costituire l’altro corno della strategia della pressione sul regime algerino da parte di una Francia che ne rimane il principale partner commerciale e di Cooperazione, militare e politico.

Il problema è che la questione berbera travalica la stessa Algeria e si dilata dal Sahara Occidentale e dal Marocco Meridionale alla Tunisia ed alla Libia, ponendo all’attenzione una realtà troppo spesso censurata e che affonda le radici in una cultura millenaria, autonoma, differente da quella araba e costituente uno dei cardini principali della definizione -nel Mediterraneo, dalla protostoria all’epoca punica fino alla koinè islamica medievale- della identità a rete che ha caratterizzato le genti di quel mare e la stessa Sicilia, che è di matrice piú berbera che d’ogni altro tipo.

Nei periodi storici in cui, pur in dialettico rapporto (di egemonia, di alleanza, di dialogo o anche di subalternità storica) con altre culture, soprattutto mediorientali (arameo-fenicia, araba, irano-mesopotamica), ai Berberi è stata data l’opportunità di sviluppare ed esprimere la propria identità, il proprio rapporto con gli ecosistemi desertici, semi-desertici, stepposi, boschivi, montani, orticoli, costieri, le proprie forme di socialità, di arte, di culti possessivi, di simbologia, di opzioni sessuali, la propria lingua, essi sono stati capaci di svolgere un ruolo dinamico e d’avanguardia in tutto il Mediterraneo: dalla Andalusia alla Sicilia, dalla Provenza a Malta, permeando società diverse e lontane di valori, segni, stili, riti, parole e persone e dando vita anche a grandi fattori politici come quelli della dinastia imperiale romana dei Severi (Settimio Severo era di Leptis Magna, nella berbera Libia), del proto-Cristianesimo (si pensi a S.Agostino di Ippona), della conquista di Sicilia e Penisola Iberica all’Islam, dei movimenti religioso-militari-sociali, che producono le dinastie musulmane dei Fatimidi, degli Almoravidi, degli Almohadi. Quando, invece, le chiusure teocratiche della Chiesa di Roma come di settori dell’ Islam, e soprattutto le aggressioni coloniali esterne al mondo afromediorientale (romana, franco-germanica medievale, iberica, franco-anglo-italiana coloniale, delle multinazionali negli anni recenti) hanno imposto ferocemente modelli esterni ed estranei, ai Berberi sono restati la via della resistenza sincretica e quella della lotta aperta, ma non hanno piú potuto giocare un ruolo adeguato sulla scena mediterranea. Ed è partendo dalla coniugazione della lotta aperta con la paziente e lungimirante valorizzazione di sincretismi che hanno saputo “contaminare” di animista berbericità la ritualità musulmana maghrebina, ma anche le musiche, le danze, la poesia, le lingue di tutto il Mediterraneo Centro-Occidentale.

Eredi della berbera Kahina, leggendaria amazzone dagli occhi azzurri, che nell’anno 683 guidò la R/Esistenza degli Imazighen (il nome vero dei Berberi) contro la prima invasione araba, e che oggi rappresenta l’eroina delle centinania di migliaia di donne che alimentano la Rivolta in Kabilia.

Una Rivolta ampia e radicata nella Storia, che ha segnato già importanti vittorie come il riconoscimento della lingua tamazight (il berbero) e l’apertura della trattativa col “potere ufficiale” sulla base della piattaforma di “el Kseur”, il piano in 14 punti che prevede anche l’immediata fine della “hogra”, la violenza di regime.

© 2001. Terra e LiberAzione.

Ottobre 2002. Dopo il boicottaggio delle urne in occasione delle ultime due elezioni il Popolo berbero di Kabilia, per sua scelta, non ha più una rappresentanza nel truffaldino parlamento di Algeri... Oggi come oggi, i soli rappresentanti democratici dei Kabili sono i "delegati" della CADC (Coordinamento delegati degli Aarch, Daira e Comuni), espressione della democrazia diretta di villaggio. Essi sono il reale contropotere che il governo algerino cerca in tutti i modi di estirpare ora con la forza, arrestando in massa i delegati, ora con maneggi e tentativi di delegittimazione. Il Potere algerino, sostenuto dagli "interessi petroliferi occidentali", continua ad ignorare le richieste di giustizia e di democrazia espresse dalla CADC nella "piattaforma di El-Kseur" (che esige l'instaurazione di una vera democrazia nel paese).

Dal 2002 la situazione è sostanzialmente stagnante nella spirale resistenza e repressione. L'isolamento del popolo berbero fa il paio con la stabilizzazione relativa della borghesia burocratica algerina sostenuta dagli interessi petrolgassiferi di Italia (Eni) , Francia e USA.

Rileviamo comunque la buona affermazione elettorale del Partito dei Lavoratori di Algeria (trotskjsta) alle ultime elezioni politiche (2007), di cui riferiremo nel prossimo aggiornamento.

@Giugno 2007.

Intervista a Belaid Abrika

animatore del coordinamento delle tribù e comuni della Cabilia

Belaid Abrica è un trentenne docente di economia all’università Mouloud Mammeri di Tizi-Ouzou. Militante di lunga data del Movimento Culturale Berbero, si è ritrovato proiettato al primo piano della protesta della "primavera nera" e del movimento cittadino degli Aarch.

Belaid Abrika l’abbiamo incontrato quest’estate a casa sua a Tizi-Ouzou, un umile appartamento del quartiere Les genets, dove vive insieme ai suoi genitori e fratelli. Ero con il mio amico Michelangelo Severgnini, un giovane regista milanese con cui abbiamo deciso di girare, un documentario sugli eventi di Kabylia. L’accoglienza è subito calorosa.

La madre ci offre caffè, dolci, succhi di frutta e fichi freschi, poi insieme alla figlia si ritirano discretamente per lasciarci “lavorare”. Belaid è stanchissimo. Scambiamo qualche notizie del movimento nelle varie parti della Cabilia, poi comincia l’intervista. La facciamo in Kabilo, ci tenevamo specialmente entrambi, perché compagni di lotta per il riconoscimento della nostra lingua.

La chiacchierata è lunga e molto ricca. Si è parlato di tutto: della nascita del movimento, della storia dell’Algeria, della struttura particolare del movimento, della congiuntura internazionale in cui nasce e della necessaria presa di contatto con gli altri movimenti di lotta attraverso il mondo… All’inizio era molto intimidito dalla presenza, pur discreta di Michelangelo e della sua videocamera, però dopo un po’ si rilassa e prende sicurezza.

Allora solo ritrovammo quel Belaid che era salito, il giorno prima, sul podio di una piazzetta di Benidouala per parlare alla folla venuta assistere al comizio organizzato dall’Aarch degli Ait Douala.

Alla fine ci riaccompagna alla piazza dove ci siamo incontrati e si scusa di dover lasciarci così in fretta. Ci saluta e viene subito rapito da un gruppo di delegati che lo aspettavano per prendere delle decisioni importanti.

Il coordinamento degli Aarch non si è riposato neanche un giorno, da quando, nella primavera del 2001, hanno deciso di prendere in carico le rivendicazioni dei giovani usciti sulle piazze per gridare la loro rabbia. Il ritmo è infernale ci sono bastati pochi giorni in loro compagnia per capirlo. Ma la loro determinazione e senso del dovere li mantengono sempre attivi, instancabili. Questa intervista è un estratto della lunghissima intervista video che Belaid Abrica ci ha concesso quel giorno del 24 agosto 2002, a Tizi-Ouzou.

Karim METREF


Asakaitalia: quali sono i fattori che hanno portato alla primavera nera?

Belaid Abrika: Per capire come siamo arrivati alla primavera nera 2001, dobbiamo tornare un po’ indietro e capire come ha vissuto il popolo algerino dal ’62 ad oggi. Dopo l’indipendenza (…) il progetto del congresso della “Soummam”, (che prevedeva una Algeria laica e democratica in cui I militari sarebbero stati sotto il controllo dei politici eletti e non il contrario. Ndlr), è stato messo da parte ed è stato fatto l’esatto contrario. Questo è avvenuto con l’instaurarsi della dittatura dell’Esercito delle frontiere. A quell’epoca già molte persone si erano attivate per difendere il loro ideale di Algeria democratica. (…) In quegli anni ’60-’70 economicamente il Paese stava bene però l’Algeria ha vissuto una dittatura tra le più dure dove non c’era libertà di espressione e di associazione, né libertà di costituire partiti politici. Hanno chiuso tutte le porte sul popolo algerino, ma esistevano già tante organizzazioni clandestine.

Ora, c’è talmente corruzione, ci sono talmente tanti privilegi per la classe al potere, che tutto il resto della popolazione si sente emarginato. Ed è da qui che proviene la parola “hogra”. La troviamo dappertutto, ognuno la subisce in modo diverso. Chi la subisce a casa, chi sul posto di lavoro, chi nel proprio quartiere. La viviamo tutti nella società in maniera generale, ma possiamo riassumerla in un problema di sistema che ha instaurato dei meccanismi molto complessi tra i membri della società il cui principio è basato sull’indurre la gente a ripetere all’infinito questo processo di catena di ingiustizie e di esclusione tra una persona e l’altra. Tanti algerini sono colpiti da questo problema dell’emarginazione sociale…

Dopo varie proteste e tante lotte la situazione non è cambiata, le ingiustizie continuavano. Quindi quando hanno ucciso Guermah Massinissa pensando che il fatto sarebbe passato inosservato, ed in seguito hanno arrestato tre allievi di una scuola media di Amizour in presenza del loro professore, la rivolta è ricominciata poco a poco, dapprima a Beni Douala per poi estendersi a tutta la Kabylia…

AI: Questo è più o meno come è nata la protesta, ma il vostro movimento da dove nasce?

BA: Abbiamo pensato che siccome la rivolta abbracciava tutta la Cabilia e che il problema riguarda tutti noi e che fino a quel momento questi episodi ci trovavano divisi e che oggi quindi siamo costretti ad unirci, dobbiamo consultarci e trovare una via d’uscita comune a questa situazione e poi che non dobbiamo solo pensare a spegnere la violenza e lasciare i problemi come stanno in modo che dopo due anni i giovani si ritrovino di nuovo sulle strade a farsi sparare addosso e l’Algeria va avanti sempre così. Abbiamo detto che se dobbiamo fare qualcosa dobbiamo unire le nostre forze, cercare di capire le rivendicazioni dei giovani per portarle avanti e provare a dare una organizzazione a questa protesta di strada rimettendola su un quadro organizzato e pacifico…

Da lì abbiamo pensato anche alle vie e ai metodi per portare avanti la lotta e abbiamo definito dalla partenza che la lotta sarà pacifica. Primo perché sul terreno delle armi non possiamo competere con il potere e poi sappiamo che loro non cercano altro, e non aspettano altro che spargimenti di sangue. L’unica via che ci può far arrivare è la pace e la lotta pacifica per poter realizzare un cambiamento…

AI: Cosa sono gli Aarch e come siete organizzati? Cosa ha portato il vostro movimento all’Algerino, oggi?

BA: Il nostro movimento fino ad ora ha fatto tante cose. La prima di tutte è di aver ridato speranza agli algerini. (…) in altre parti dell’Algeria, un po’ dappertutto i giovani si stanno sollevando per vari problemi di alloggio, di acqua, di lavoro, di elettricità, ognuno secondo il problema che vive più pressante. Anche se, queste rivolte durano solo un giorno o due, (…) ma c’è tanta speranza da questa parte…. Perché le rivendicazioni che poniamo noi, riguardano tutti.

Questo avviene a livello locale, ma anche nei nuovi orientamenti internazionali bisogna sapere che quello che stiamo chiedendo, questo statuto di cittadinanza, viene richiesto anche nei Paesi sviluppati che hanno un secolo o due di democrazia, per quanto relativa, perché ci sono popoli oppressi dappertutto nel mondo, verrà un giorno in cui anche loro torneranno a questa lotta per la cittadinanza e per i diritti legittimi, sociali, economici, culturali. È in qualche modo una nuova via per l’umanità, una nuova visione che verrà dopo, ossia che i dibattiti degli anni ’60 e ’70 oggi sembrano superati, invecchiati, mentre le nuove generazioni cercano nuovi orizzonti che possono venire da queste proteste per gli statuti, i diritti, per un’esistenza degna, per un a lotta d’onore e di dignità… Belaid Abrika in una manifestazione di strada.

AI: Voi dite sempre: “Nessun perdono”, ma ci sarà un giorno questo perdono e a quali condizioni?

BA: Il perdono è la piattaforma di El Kseur, poiché nella piattaforma uno dei primi punti prevede il processo e la condanna agli assassini e dei loro mandanti. Una volta che ci sarà stata una vera inchiesta e che avremo definito tutte le responsabilità e tutti i mandanti e gli esecutori, la giustizia deve fare il suo lavoro. Ecco come può esserci il perdono. Non possiamo perdonare il sangue sparso, non è stato un incidente, è stata una guerra dichiarata a un popolo che si è espresso attraverso una lotta pacifica a mani nude. Una volta che la piattaforma di El Kseur sarà soddisfatta possiamo dire che questo slogan (“Nessun perdono!”) sparirà…. ASAKA-ITALIA

 @ 2002

LA PIATTAFORMA RIVENDICATIVA DI EL KSEUR
Dell'11 giugno 2001
Noi, rappresentanti delle province (wilaya) di Tizi-Ouzou, Bgayet, Bouira, Boumerdes, Sétif, Bordj Bouareridj, Algeri e del Comitato collettivo delle Università di Algeri, riuniti addì 11 giugno 2001 alla casa dei giovani Mouloud FERAOUN di El Kseur (Bgayet), abbiamo adottato la seguente piattaforma comune di rivendicazioni :

1- Perché lo Stato si faccia carico con urgenza di tutte le vittime, dei feriti e delle famiglie dei martiri della repressione durante gli avvenimenti .

2- Perché tutti gli autori, mandanti e ispiratori dei criminivengano giudicati da tribunali civili e vengano radiati dai corpi di sicurezza e dalle funzioni pubbliche

3- Perché ogni vittima della dignità durante questi avvenimenti ottenga lo statuto di martire e perché tutti i testimoni del dramma ottengano protezione.

4- Per la partenza immediata delle brigate di gendarmeria e dei rinforzi delle URS.

5- Perché vengano annullati tutti i provvedimenti giudiziari intentati contro i manifestanti e perché vengano rilasciati tutti quelli già condannati durante questi avvenimenti.

6- Perché cessino immediatamente tutte le spedizioni punitive, le intimidazioni e le provocazioni contro la popolazione.

7- Perché vengano sciolte le commissioni di inchiesta insediate dal potere.

8- Perché venga soddisfatta la rivendicazione amazigh in tutte le sue dimensioni (identitaria, di civiltà, linguistica e culturale) senza referendum e senza condizioni, e perché la tamazight venga consacrata lingua nazionale e ufficiale.

9- Per uno Stato che garantisca tutti i diritti socio-economici e tutte le libertà democratiche.

10- Contro le politiche di sottosviluppo, di impoverimento e di riduzione in miseria del popolo algerino.

11- Perché tutte le funzioni esecutive dello Stato e tutti i corpi di pubblica sicurezza siano posti sotto l'autorità effettiva delle istanze democraticamente elette.

12- Per un piano di pronto soccorso socio-economico per tutta la regione della Cabilia.

13- Contro la tamehqranit (hogra) e contro tutte le forme di ingiustizia e di esclusione.

14- Per una ridefinizione caso per caso delle scadenze degli esami regionali per gli studenti che non li abbiano potuto superare.

15- Per l'istituzione di un'idennità di disoccupazione per tutti quelli in cerca di lavoro pari al 50% del salario minimo.

Esigiamo una risposta ufficiale, urgente e pubblica a questa piattaforma di rivendicazioni.

No all'impunità! La lotta continua!

I "BERBERI": UN POPOLO DI UOMINI LIBERI

a cura di Domenico Bosa

Le popolazioni berbere dell’Africa nordoccidentale trovano nella coscienza della propria identità culturale l’ispirazione per rivendicare un posto adeguato nella vita dei paesi che hanno contribuito a sviluppare. Chi segue le travagliate vicende del Maghreb, cioè dei paesi più occidentali dell’Africa del Nord (Tunisia, Algeria, Marocco, Mauritania), si imbatte spesso in notizie che si riferiscono ai Berberi, alle rivendicazioni riguardanti la loro cultura, la loro lingua, il loro posto nella vita dei rispettivi paesi. La componente berbera è un dato caratteristico proprio a questi paesi del mondo musulmano. E’ una peculiarità che interessa anche l’emigrazione che da questi paesi arriva in Europa, specialmente in Francia, ma anche in Italia e Spagna, dove non sempre l’opinione pubblica è avvertita della grande varietà etnico-culturale che presenta il mondo islamico.Vogliamo qui offrire, senza nessuna pretesa di completezza, alcuni elementi riguardanti le popolazioni berbere del Maghreb e di alcuni paesi del Sahel.

Un popolo disperso

"Berberi" è il termine generico col quale si designano alcuni gruppi etnici minoritari del Maghreb, che presentano comuni elementi linguistici, di una lingua differente dall’arabo, ed anche comuni tratti culturali. Il termine "Berberi", dal greco "Barbaroi" e dal latino "Barbari", denominazioni attribuite, non senza una punta di disprezzo, da greci e romani, alle popolazioni al di fuori dell’area ellenistica, fu usato nel mondo arabo per designare le popolazioni incontrate nell’Africa del Nord durante le "futuhat" (incursioni, conquiste) arabe del VII e VIII secolo. Se i Berberi costituissero la sola popolazione autoctona dell’Africa nordoccidentale fin dai tempi antichi o si affiancassero ad altre (Libici, Numidi, Getuli ecc.), sulle quali abbiano preso il sopravvento ad un certo momento della storia, non si conosce per certo. Si sa invece, che tutta la regione, prima della conquista araba era stata colonizzata, ma in maniera diversa per durata, ampiezza geografica e penetrazione culturale, da vari popoli: Fenici (Punici), Greci, Romani, Vandali, Bizantini...Le varie invasioni hanno causato una dispersione di queste popolazioni su territori vastissimi, di modo che oggi se ne possono trovare gruppi in regioni diverse del Nordafrica, specialmente in Algeria e in Marocco. In Algeria, su 30 milioni di abitanti, il 20 % si dichiarava, nel 1989, di madre lingua berbera: sarebbero, quindi circa 6 milioni. Il gruppo più consistente è formato dagli abitanti della Cabilia, regione montagnosa ad est di Algeri fra le province di Algeri e di Costantina. Accanto ai Cabili sono da ricordare gli "Scavi" che abitano nella zona montagnosa dell’Aurès (500.000) e i "M’zabiti", abitanti nelle oasi sahariane del M’zab (100.000). Berbere sono le popolazioni Tuareg, che vivono da nomadi nel Sahara, in territori che appartengono al Niger (circa 500.000), al Mali (300.000) all’Algeria (20-30.000), alla Libia (50.000), al Burkina Faso (30.000).In Marocco il 40 % della popolazione è di lingua e discendenza berbera (statistiche del 1989), cioè circa 12 milioni, raggruppati in tre grandi zone, contraddistinte da parlate differenti: il dialetto "rifis" nel nord, il "tamazight" nell’Atlante centrale e nel grande Atlante e la zona del dialetto "scitico" nel sud e sudovest. Nella grande varietà di dialetti, gli studiosi hanno individuato un vocabolario di base ed una grammatica comuni. Secondo questa lingua, chiamata generalmente "tamazight", queste popolazioni vengono chiamate "Imazighen" (uomini liberi, sing. Amazigh), europeizzato in "Masiri", mentre il termine Berberi viene oggi ripudiato, per la sua connotazione peggiorativa. La terminologia è soggetta a innovazioni e incertezze, dovuti al clima di rivendicazione culturale. In lingua masira il Nordafrica verrà chiamato "Tamazgha", la terra dei Masiri. La lingua ha conosciuto ed usato anche una scrittura basata sull’alfabeto "tifinagh", ancora adoperato dai Tuareg, e della quale si sono scoperti, nella zona dell’Atlante, monumenti risalenti al VII secolo a. C.

Ricchezza di culture

Prima della conquista araba il Nordafrica conobbe un valido sviluppo culturale e politico ad opera dei Romani, a partire dal II secolo a. C., arricchito da un notevole apporto cristiano, dal II secolo dopo Cristo. Ma non sappiamo con molta esattezza quanto la cultura romana e cristiana siano penetrate fra le popolazioni rurali autoctone.La conquista araba dei secoli VII e VIII incontrò la strenua opposizione dei Berberi, sempre gelosi difensori della propria indipendenza. Essi adottarono l’islam, ma non senza difficoltà, almeno nei primi secoli della conquista. L’islamizzazione di tutto il Maghreb non venne compiuta che verso il secolo XII, durante le dinastie berbere degli Almoravidi (1056 - 1147) e degli Almohadi (1130- 1269). Ma cospicui territori, situati in luoghi di difficile accesso, pur accettando la religione musulmana, rimasero fedeli alla cultura e alla lingua berbera e offrirono un rifugio a movimenti religiosi ed a sette in opposizione al califfato sunnita, come i Kharigiti, gli Sciiti ed altri. Così si costituirono gli insediamenti kharigiti nelle oasi sahariane del M’zab, e i rilevanti insediamenti berberi nelle montagne della Cabilia e dell’Aures e nel lontano Marocco occidentale.La situazione culturale e linguistica del Maghreb determinata dalla conquista araba rimase essenzialmente la stessa per secoli, fino alla conquista europea (Algeria 1830, Tunisia 1880, Marocco 1912), e anche durante il periodo coloniale. Tensioni, confronti, aspirazioni di un lontano passato si sono ripresentati, quindi, nella situazione attuale e coll’indipendenza hanno trovato un terreno più consono all’affermazione di diritti conculcati o di aspirazioni ignorate per secoli.

I Tuareg

Il problema delle minoranze berbere si è presentato particolarmente acuto nei territori berberi algerini della Cabilia e dell’Aures e nei territori sahariani abitati dai Tuareg.I popoli Tuareg hanno attraversato una profonda crisi, dovuta a diverse cause: essenzialmente una crisi di identità, dovuta all’irrompere della modernità in un mondo basato sul nomadismo, il trasporto a dorso di cammello, l’allevamento. Negli anni ‘50 i mezzi meccanizzati, i "camion", hanno preso gradualmente il posto dei cammelli per il trasporto delle merci, mettendo in crisi anche l’allevamento degli animali.Negli anni ‘60 l’indipendenza dei paesi saheliani, del Niger e del Mali in particolare, con la conseguente definizione delle frontiere, divideva forzatamente la comunità tuareg, abituata a comportarsi come un tutto omogeneo, in gruppi minoritari all’interno di due, tre diversi stati moderni, con difficoltà enormi per la propria identità culturale e l’inserimento nella vita nazionale. Negli anni ‘70 -’80 gravi e ripetute carestie colpirono tragicamente la popolazione già provata. Su tutto questo sfondo è venuto ad inserirsi un insieme di rivendicazioni, di prese di coscienza della propria identità etnico-culturale, animato da movimenti politico-militari, che ricorsero alla violenza armata, provocando a loro volta dure repressioni, fughe di popolazioni, ed impressionando sfavorevolmente l’opinione pubblica. Solo nel 1995 il Niger, ed il Mali riusciranno a concludere un accordo di pace con i rispettivi movimenti tuareg, mettendo fine a un lungo periodo di violenze e di repressioni ed avviando anche una certa integrazione dei Tuareg nella vita nazionale ed un riconoscimento della loro lingua e cultura.

La Cabilia

Più complesso è il problema berbero all’interno dell’Algeria, dove si inserisce in un insieme già difficile e complicato per la lotta dell’integralismo islamista. La Cabilia, la sua popolazione berbera numerosa, laboriosa e tenace, con l’indipendenza raggiunta nel 1962 si attendeva dal nuovo stato algerino un riconoscimento della propria lingua e cultura ed un peso politico proporzionato al pesante contributo di sangue pagato per la causa nazionale, durante la guerra. Ma nell’Algeria di Ben Bella e di Boumedien prevaleva il centralismo politico-culturale-religioso sanzionato dalla prima Costituzione, che proclamava l’Islam religione di stato, l’arabo lingua nazionale, il Fronte di Liberazione Nazionale (Fln) sola forza politica riconosciuta. Si incominciò presto ad attuare una politica culturale e linguistica filoaraba. Per attuare l’arabizzazione della scuola primaria si importarono specialmente dall’Egitto un centinaio di insegnanti arabi, mentre nell’università di Algeri si aboliva la cattedra di lingua berbera, istituita nel 1962.Perfino il nome della Cabilia scomparve dalla geografia e dall’amministrazione algerina, sostituito con la designazione "Wilaya (provincia) di Tizi Ouzou".Le forze politiche escluse dal potere o comunque tenute in secondo ordine, tentarono di ribellarsi, di rovesciare la situazione, rovesciando gli uomini al potere. Mohammed Boudiaf tentò di spezzare il monopolio del Fln con la fondazione del "Partito della rivoluzione socialista", messo immediatamente fuori legge. Nel 1963 Hocine Ait-Ahmed, cabilo, fondò il movimento "Fronte delle Forze Socialiste" (Ffs), che assumeva le aspirazioni del popolo cabilo e che si prefiggeva di rovesciare Ben Bella, con il concorso di ufficiali e combattenti cabili. Era una vera ribellione politico-militare, la quale tuttavia non riuscì ad avere l’appoggio di altre regioni algerine, alle quali probabilmente il progetto dovette sembrare troppo cabilo, e perfino secessionistico.

Rivendicazioni culturali

Preclusa la via politica vera e propria, le aspirazioni berbere si aprirono una strada nel campo culturale, con la promozione di iniziative, organizzazioni, istituzioni riguardanti la cultura berbera, il folklore, la lingua. Il movimento trovò spazio all’estero, fra i numerosi cabili emigrati in Francia, dove sorse, nel 1967 "l’Accademia berbera di scambi e ricerche culturali" e più tardi il "Gruppo di Studi Berberi" (Geb). Nel 1977 fu aperta l’università di Tizi Ouzou, la capitale della Cabilia, che offrì spazi per diffondere idee ed iniziative. Nel 1980 veniva fondato il Movimento Culturale Berbero (Mcb), che avanzava richieste di plurilinguismo e di riforme democratiche. Soltanto nel febbraio 1989, dopo la rivolta dell’ottobre 1988, si fondò un vero movimento politico che raccoglieva le aspirazioni e le adesioni dei Cabili, il "Raggruppamento per la cultura e la democrazia" (RCD), guidato dal medico Said Sadi. Il pluripartitismo venne introdotto con la legge del 5 luglio 1989, che aboliva praticamente il monopolio politico del Fln, screditato da parte dell’opinione pubblica, per la corruzione e l’inadeguatezza dei militari che lo dominavano a risolvere i problemi economico-sociali del paese. Fu allora che incominciò ad aver presa sulla popolazione l’ideologia islamista, che si presentava come l’unica via valida, di fronte all’incapacità del socialismo del Fln o dei regimi liberali dell’occidente, di risolvere i problemi dell’Algeria musulmana.

Il movimento islamista

Per strappare al "Fronte islamico della Salvezza" (Fis), il movimento islamista che incontrava sempre più larghi consensi, il monopolio dell’islamismo, il regime del Presidente Chadli Ben Djedid, accentuò la tendenza araba e islamica della politica di governo. Si accentuò l’arabizzazione delle scuole, si emanò, nel 1990 una nuova legge sull’uso quasi esclusivo dell’arabo, specialmente per le pubblicazioni di nuova edizione, si importarono ancora insegnanti di lingua araba: in una parola si crearono così le premesse del trionfo politico del Fronte Islamico alle elezioni comunali e locali del 1990 e al primo turno delle politiche nel dicembre 1991. Sono note le vicende dell’Algeria dalla presa di potere dei militari, nel gennaio 1992, per impedire lo stato islamico progettato dagli islamisti. Il regime militare algerino accentuava ancora le misure di arabizzazione, riprendendo, nel 1992 la legge del 1990 che era stata sospesa dal presidente Boudiaf. L’accentuazione dell’arabizzazione provocò forti reazioni, con scioperi e prolungate astensioni scolastiche in tutta la Cabilia. Nell’aprile 1995 il governo venne ad un accordo coi movimenti berberi e fu istituita una "istanza, un alto commissariato berbero" incaricato della riabilitazione della "amazighità", col compito di "promuovere il masiro come base dell’identità nazionale" e di "introdurre la lingua masira nel sistema scolastico e nelle comunicazioni". Ma nel luglio del 1998 veniva promulgata la cosidetta "legge sull’arabizzazione" con la quale il governo si rimangiava tutte le promesse e gli accordi precedenti. Per colmo di sventura, la legge entrava in vigore proprio nei giorni nei quali tutta la Cabilia piangeva la morte della vedette della cultura berbera, il cantante Lounes Matoub, assassinato dai Gruppi Islamici Armati, il 25 giugno 1998.

Tra due fuochi

I Berberi, i Cabili in particolare vengono così a trovarsi, per così dire, tra due fuochi. Gli islamisti combattono le organizzazioni politiche e culturali che assumono in proprio la causa berbera, il Movimento Culturale Berbero, "Raggruppamento per la Cultura e la Democrazia", e soprattutto il "Fronte delle Forze Socialiste" di Ait Ahmed, che ha sempre ottenuto rispettabili risultati alle elezioni e che con altre organizzazioni ha un carattere laico. Il governo militare, da parte sua, combatte la singolarità culturale dei Berberi, per non essere accusato di scarso filoarabismo. Tutto questo non aiuta le comunità berbere a costituire quella forte minoranza culturale, laica, religiosamente musulmana, che potrebbe rappresentare una speranza per un paese che deve imparare a vivere in una rispettosa convivenza di comunità culturalmente e anche religiosamente diverse.

per approfondire: http://digilander.iol.it/asaka