Viaggio in Trinakria Introduzione al tema, tra geosophia e storia.
A Casa Trinakria, a Catania, il 26 ottobre 2003 è stato presentato il nostro Seminario Permanente. Pubblichiamo il testo della conferenza tenuta da Mario Di Mauro davanti a un uditorio attento che riempiva come sempre la sala-convegni della nostra Casa. Nel corso dell'iniziativa è stato commemorato il nostro amico Franco Nocella, fondatore della Federmediterraneo, che si è spento in marzo nella sua Napoli.
*** Il modello di globalizzazione imposto dalle Multinazionali e propagandato in ogni angolo del Pianeta dalla piú imponente macchina ideologica che si sia mai vista; la perdurante debolezza degli Intellettuali radicati; la drammatica assenza di autentiche classi dirigenti -salvo un Intervento della Grazia- condannano i Siciliani a un destino neocoloniale.
Quando il presentatore" ha invitato la neo Miss Italia a salutare e dire qualcosa alla sua bella Terra nella sua bella Lingua la bella Miss ha gracchiato un brutto "ciao!", imbarazzato e fuoriluogo, scusandosi chè lei il Siciliano non lo parla per niente. E certo non per colpa sua. Potrei citare un altro migliaio di esempi, lo sapete. Ma questo li vale tutti: è tragico, comico, grottesco, paradossale...ed ha il pregio di non metterci di cattivo umore.
Il sistema coloniale è quell'organizzazione che pianifica su vasta scala lo sradicamento dei colonizzati attraverso la produzione di sofismi e la falsificazione della Memoria storica, dell'Ordine narrativo, della Coscienza geografica, dell'Identità linguistico-comunicativa. Il sistema coloniale è strutturato per disgregare le comunità tradizionali e ottenere consenso attraverso l'inculcamento nel colonizzato del disamore verso la propria Terra. L'acqua dell'Identità sgorga pura dalla Terra, ma viene sistematicamente sporcata dai produttori di sofismi. E i sofismi si propagano come i virus nel web. L'acqua dell'Identità...che risplende della "santità delle prime cose" (Dino Campana, Canti Orfici).
Le Muse del Monte Elicone appaiono ad Esiodo intorno a una fonte danzanti sui teneri piedi, nascoste dalla nebbia; e notturne andavano levando la loro bella voce in un Canto che narrava la nascita del Mondo, da Gaia e Urano, la Terra Madre e il Cielo Padre. La Teogonia fu scritta nell'VIII secolo a.C.
"Giurami dunque, per le inviolabili acque dello Stige che avrò in insposa una delle giovani Grazie!" disse Hypnos ad Afrodite, mentre "con una mano toccava la terra feconda e con l'altra il mare cangiante perchè fossero testimoni tutti gli dei che sotto la terra siedono intorno a Crono". (Iliade, XIV)
Il fiume configura un paesaggio in movimento e una regolarità: lalbero dell'identità vi si può radicare e attingerne senza morirne. Il fiume non può che essere "sacro".
La Sicilia era innervata di fiumi sacri che scendevano tra i boschi fino al mare. Sulle sponde dei fiumi sorgevano città e molte vie fluviali erano navigate. Opere idrauliche, grandi vasche, canalizzazioni, risalgono in Sicilia al tempo di Dedalo, nel Regno dei Kokalos. In epoca storica è certo che Lentini avesse un porto-canale collegato al mare e che a "Morgantina", la più bella città di quel Mondo, costruita su una Rocca dell'ennese, nel cuore dell'Isola, si andava anche con la nave...Quando parliamo della "Sicilia antica" è di una Civiltà che si racconta.
Nell'Isola di Trinakria ninfe, munacheddhe e Dei abitavano fiumi e sorgenti fin dal tempo senza misura, il tempo mitico che ci restituisce i loro nomi: se la munacheddha Aitna è figlia di Simeto, Krimisos è fiume che si trasforma in cane sacro nell'accoppiamento con la ninfa Segesta. Una ninfa fluviale è Imera, cosiccome Kyane, il cui nome evoca il ratto di Proserpina e i fiumi che si disseccano d'Estate...E poi Aretusa, nell'isola di Ortigia, per unirsi alla quale Alfeo si trasforma in acqua...Mentre Amenanos è il dio fluviale dei catanesi raffigurato in forma di toro con faccia umana barbata. Chrysas è il nume che nominava l'attuale fiume Dittaino (il Bukarit dei Siqilly). E a Gela si onorava il fiume Gelas, ed anche ad Agrigento ( città fondata da Gela e il cui nome è associato all'omonimo fiume sacro). Hipparis (Camarina), Selinos ed Hypsas (Selinunte), Assinos (Nasso), Hadranios (Adrano), Palankaios (forse Agira)...sono nomi di divinità fluviali. Non v'era fonte, non v'era fiume, che non fossero sacralizzati, a testimonianza d'una visione del Mondo di attualità impressionante: le Religioni della Vita, irrise e massacrate dai seguaci del Dio sanguinario della Bibbia, il Signore degli Eserciti e del Popolo eletto contro il quale insorse Gesù lEsseno, e disseccate infine, nel nostro tempo, dallo Spettacolo della corsa al profitto, sono sopravvissute trasformandosi in acqua come la Munacheddha della Fontana del cui culto si ha notizia viva non più lontana di alcuni secoli fa: la Munacheddha è bella come le ninfe di Esiodo e -riporta il Ciaceri nel suo fondamentale "Miti e Culti di Sicilia"- cammina accompagnata da un cane, porta in mano un canestro con fiori e monete d'oro, esce tre volte all'anno nel mese di giugno, durante il solstizio, e per dileguarsi si tuffa nella fontana trasformandosi in acqua: protegge i fiumi e le sorgenti da una dimensione parallela, da altre regioni teologiche, accuddhì è ca si kunta. E mi commuove pensarla quando ascolto la "Casta Diva" del mio illustre compaesano Bellini Vincenzo.
E se delle Vergini del Lago di Pantelleria dirò nel mio prossimo libro, di Galatea lasciatemi dire ora. E' ben nota la versione del suo contrasto d'amore con Polifemo, il Ciclope pastore-veggente, per sfuggire al quale si mutò in fiume ricongiungendosi col suo Aci. Ma ne esiste un'altra, riferita dal Ciaceri, che in questo inventario assume nuova luce. Polifemo innamorato costruisce sull'Etna un tempio dedicato a Galatea, la quale commossa si unisce a lui generando tre figli: Galas, Keltos ed Illyrios, dai quali si originarono i tre popoli omonimi. E' un riflesso evidente della politica d'espansione di Siracusa sulla direttrice adriatica: al tempo del grande Re Dioniso, intorno all'anno 385 a.C., Galati, Celti ed Illiri vennero attratti nell'orbita della Stella d'Oriente (questo vuol dire "Siracusa"!) e incardinati in una strategia di contenimento che Siracusa la Grande aveva dispiegato verso Etruschi e Romani. Nel 369 a.C., per soccorrere Sparta, i Siciliani mandano direttamente una armata celtica...Questo mito, di cui vi è traccia nell'opera dello storico Timeo, riflette la Storia e ci restituisce la grandezza del nostro passato. Una grandezza misurabile sulle acque dei fiumi e dei mari col metro dell'Indipendenza.
A queste acque che rispledono della santità delle prime cose attinge lalbero di Trinakria , attinge lEssere del nuovo Siciliano antico: riposando sotto un olivo saracino che gli narra l'antica Civiltà, accarezzando con gli occhi un mandorlo ch'annuncia l'improvvisa primavera, meditando una palma che educa a una sobria spiritualità, danzando sotto il fico dei satiri e delle menadi nella Festa senza tempo, respirando un arancio che esplode profumo di zagare nell'aria delle nostre vite, cogliendo una melograna dal ramo di Demeter Malophoros nel Giardino delle Madri...Cercando il Passo del Pero, nella Piana profonda, dove un vento ch'odora di transumanza trasporta il racconto dei Grandi Antichi. Qui una foglia che cade "is no less than the journey-work of the stars", non vale meno d'un jornu ri travagghjiu de stiddhi. (Walt Whitman).
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Quando ho visto i graffiti delle Grotte Sacre dellAddhaura tracciati dai Siciliani di diecimila anni fa ho pensato che la restaurazione dell'uomo immaginoso, cosmico, naturale...sullimpressionante base tecnica elaborata poi in millenni di "civilization" sia la cosa più bella che potrebbe accadere allUmanità e in fondo sarebbe anche lunico Fatto Generale che produrrebbe del tutto la liberazione della nostra Sicilia metafora del Mondo da questa inquietudine geologica, da questa Storia falsificata che la svuota di Onore e di Luce, da queste correnti che la travolgono...
Le correnti marine, descritte da Predrag Matvejevic, fluiscono come immensi fiumi: ostinate e silenziose, non determinabili nè contenibili. Nel gioco delle grandi correnti della Storia queste nostre Isole siciliane "oppresse di secoli e di stelle" appaiono immense navi di pietra sospinte alla deriva ora da Scirocco, ora da Grecale, quasi travolte da una vicenda storica pervenuta ad uno stadio terminale di insensatezza. Ma, sebbene nesos -la parola greca che nomina l'isola- pare equivalga al dire "quel che naviga", essa è pur sempre ancorata al Centro della Terra come le verticali di Archimede che vi convergono. E il cuore di zolfo di Trinakria, il suo pulsare di vita al centro del Mar Bianco, fa di quest'lsola un "luogo di accumulo della potenza marittima" (Schmitt).
La Sicilia, 25.460 kmq di terra emersa che si manifesta in contrastanti paesaggi, per un quinto di montagna, "questo mondo in riassunto" (Shakespeare), configurando svariate bioregioni, si distende sotto lo sguardo di Aitna, a Muntagna, il vulcano che ne costituisce il perno mentale e l'Asse ontologico, fucina d'Armi per gli Dei e Motore inquieto. La Sicilia è la più grande Isola del Mar Bianco Centrale, l'al Bahr al Abyad al Mutawassat, il Mediterraneo. L'Etna è la Cima di questo Mare di Luce meridiana.
Il celebre architetto Antonio Gaudì, scriveva un mio compianto amico, rende quest'idea in maniera semplice e chiara, quando dice che la virtù sta nel punto medio. "Mediterraneo vuol dire in mezzo alle terre. Lungo le sue rive la luce media è a 45 gradi ed è la luce che meglio definisce i corpi e mostra le forme. Non è un caso, dunque, se proprio qui sono fiorite grandi culture artistiche: al loro formarsi non è stato certamente estraneo questo particolare equilibrio di luce. Né molta, né poca. Perché, sia l'una che l'altra accecano e i ciechi non vedono. Nel Mediterraneo si impone la visione concreta delle cose, nella quale si mostra l'arte autentica. La nostra forza plastica è costituita da un particolare equilibrio fra la logica e il sentimento". (Franco Nocella, Terra e Liberazione, 1993).
In lingua siciliana la Ragione si chiama u Sintimentu, chè il cervello e il cuore fanno l'amore nella sera dei miracoli: "Crepuscolo mediterraneo perpetuato di voci che nella sera si esaltano, di lampade che si accendono, chi t'inscenò nel cielo più vasta più ardente del sole, notturna estate mediterranea? Chi può dirsi felice che non vide le tue piazze felici, i vichi dove ancora in alto battaglia glorioso il lungo giorno in fantasmi d'oro, nel mentre a l'ombra dei lampioni verdi nell'arabesco di marmo un mito si cova che torce le braccia di marmo verso i tuoi dorati fantasmi, notturna estate mediterranea?" (Dino Campana, Canti Orfici).
La Sicilia è la sua Geografia, il suo Mare. Il Mare è il suo elemento quanto l'inquietudine geologica è la sua fluida condizione d'esistenza sulle lente onde tettoniche che sollevano l'Isola di Trinakria, figlia di Gaia, tra due Continenti, l'Africa e l'Eurasia, sull'Oceano di Teti.
Dalla preeternità in cui lo Spirito aleggiava sulle Acque primordiali ché la luce del giorno non era stata separata dalle tenebre della notte (Genesi), l'Amore dalle disfide dell'Odio (Empedocle, Fisica), al Tempo della danza di creazione tra Gaia e Urano (Esiodo, Teogonia) e della Tetide generatrice del Mar Bianco e della lotta cosmica tra la Balena e l'Elefante, il Leviatano e Behemoth (Libro di Giobbe) la vera partita della Storia sè sempre giocata sul mare, sulla capacità di domare il mare, laequor immenso, il "sudore della Terra" (Empedocle). Il Mondo è di chi impara a camminare sulle acque, a dare forma all'informe Caos. E l'Isola, grande Nave di Pietra, "luogo di accumulo" per la potenza marittima, punto fermo nella dialettica degli spazi immensi, è il suo Mare. Nel Mare, pianura dacqua e sale, è il suo Destino.
Grandi Montagne, sommerse dal Tempo. Altipiani di pietre e vento sul tetto degli abissi, solo le Isole hanno un cuore nel cuore di questo corpo celeste. Un cuore come un nodo di Nervi e di Storia. Se muoiono le Isole muore il Mondo. Un Mondo al quale l'isolano è legato in modo speciale.
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Gli antichi popoli sono come i sogni. Se non li si ricorda all'alba giacciono sepolti nella mente remota, nel Monte Elicona del DNA. Ombre vaganti, mute risposte che attendono di offrirsi ad eterne domande. Se svegliare chi dorme è imporre all'altro l'interminabile prigione dell'universo, rivelargli che è qualcuno, sottomesso a "nome" che lo svela "y a un cumulo de ayeres" (J.L.Borges), se è il sonno, caro Principe, a fottere i Siciliani, è pur vero ch'esiste una zona di confine, liminare, stranizzanti, in cui l'immaterialità del Sogno permette di rinominare la Realtà, di alzare su di essa un nuovo sguardo, più autentico, più vero. In questa zona visionaria e terribilmente reale, oltrechè in archivi e biblioteche, ho raccolto la materia di questo inventario. Il resto l'ho visto coi miei occhi.
Se la Storia di sé e del popolo al quale si appartiene non ha un senso, un valore pratico, nulla ha un senso. Il nihilismo, malattia virale del Mondo, è figlio dello sradicamento, della perdita del Sogno, della sua Memoria. La Terra sulla quale camminiamo è viva delle ceneri solidificate di decine di generazioni. Tutte passate "come un'aria che cambia" (Rilke). Noi non siamo gli eredi di nulla, noi siamo l'eredità stessa. Saperlo è un passo avanti, esserne all'altezza è invece tutt'altra questione. Ma è solo attraverso questa identità primaria che si appartiene all'Umanità intera, è sul radicamento cosmico e politico nella propria Terra che si situa la porta di accesso a "cittadinanze" più ampie.
"Per composito etnico e comunanza psicologica i Siciliani costituiscono un Popolo che, attraverso una vicenda plurimillenaria, ha consolidato una fisionomia nazionale propria nell'insularità mediterranea del territorio e in una Tradizione che si esprime in un linguaggio, in una letteratura, in un modo originale di sentire e percepire le cose, in una specifica concezione dei rapporti umani e familiari. Per la sua debolezza politica, derivata dalla propria collocazione geostrategica e dal servilismo dei suoi ceti dominanti interni, la Nazione Siciliana non è stata in grado di conservare e sviluppare quell'Indipendenza che ha più volte conquistata al costo di sacrifici immensi. Malgrado tutto la Questione Siciliana, come problema dell'autodeterminazione nazionale del Popolo Siciliano sulla propria Terra di appartenenza e di vita, non andrà mai in prescrizione.".
Con queste parole nasceva nel 1984, a Ramacca, nel cuore antico della Sicilia contadina, il gruppo di "Terra e LiberAzione", piccola espressione "di un indigenato che è stato raramente controllato da un qualsiasi governo, ma ha obbedito quasi continuamente ad una Legge propria" (D.Mack Smith).
Il Cammino dei nuovi "Siciliani antichi" per riabitare Trinakria e ricongiungerla all'Idea di Isola-Giardino, si fonda sull'Amore che nasce dalla Conoscenza...Solo la Conoscenza, condizione primaria della difesa creativa dei depositi memoriali e dell'anima dei luoghi, può alimentare Stili di Vita radicati e coerenti in grazia dei quali diviene possibile il miracolo di rielaborare il Codice d'Onore che "produce il popolo".
Anthony D. Smith, che insegna sociologia presso la London School of Economics and Political Science, conforta una nostra convinzione quando sostiene che: "Le etnie non sono altro che comunità storiche costruite su memorie condivise". Ne consegue che senza la ricostruzione critica di una memoria condivisa il "Popolo Siciliano" non esiste, non ha forma nè sostanza ontologica. (...)
Noi non siamo gli eredi di nulla, noi siamo l'eredità. Noi siamo la nostra Leggenda. Dobbiamo solo cantarla. Il Popolo Siciliano esiste da migliaia di anni. E se la Nazione Siciliana del secolo XXI ha radici impressionanti, per quanto vero sia che non di sola "gloria passata" si può campare, non vedo ragione per cui questa Gloria non debba essere restituita al nostro Popolo, per farne un Popolo, appunto.
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Il Popolo della Pietra Nera, l'ossidiana delle Eolie, quattromila anni fa costituiva un "nodo fondamentale" nella rete di relazioni commerciali e culturali che si estendeva dall'area protoberbera al mar Nero e, per le vie fluviali, fino al Baltico. I Sikani, mi pare di aver letto, inventarono una unità di misura, la litra. Ne deduco che se un popolo inventa qualcosa è perchè ne ha utilità: un metodo di misurazione -e chissà quant'altro- è indice di una civiltà fondata sullo scambio con "altri". E le vie dello scambio sono quelle del Mare, pianura liquida che unisce i popoli. Thapsos (che si trova di fronte all'attuale petrolchimico di Priolo) era una città portuale già trentacinque secoli fa. Non molto distante sorgeva, cuore sacro della nazione sikana, il Santuario dei Dvi Palici, i gemelli santi identificati con i laghetti sulfurei di Naftìa, i numi della Giustizia ordalica, i protettori degli esuli, dei fuggitivi, dei perseguitati...
I Siculi, denominati S.K.R.S. (Scekelesh) in una famosa iscrizione egizia, erano noti come "guerrieri del mare", e dal mare conobbero l'Isola di Trinakria, dove sarebbero giunti in seguito, forse a diverse ondate, anche attraverso la Penisola. Attorno al Santuario dei Dvi Palici, al tempo del Re Ducezio (V secolo a.C.) costruirono la loro ultima capitale: Paliké. Ne riparleremo.
I protosicelioti, in fuga dalla Calcide devastata dalla guerra civile, o emigranti da Megara, dalle Cicladi, da Rodi e Creta...giunsero con le navi ed è sulle coste che costruirono le nostre città, accolti e rispettati dai Sikani e dai Siculi più di quanto non lo fossero nelle patrie di origine. Si chiamarono Siciliani ben presto, e contro la flotta di Atene si difesero vincendo e cementando una Identità nazionale siciliana che venne sancita perfino in un Congresso delle Città, a Gela nella primavera del 424 a.C.
Siracusa pentapoli era una potenza marinara che si sviluppava sulla direttrice adriatica, dove fondò colonie e costruì alleanze con gli Illiri e i Celti; sulla direttrice tirrenica, dove risolse a suo vantaggio la contesa con la potenza etrusca; e quando dall'Africa venne attaccata e assediata, il Re Agatocle portò la guerra fin sotto le mura di Cartagine, e, sbalordendo il Mondo, i Siciliani, appena sbarcati, bruciarono le loro navi perchè da li o si ritornava vittoriosi o non si doveva tornare vivi. La cultura e le scienze rispondevano ai nomi di Eschilo, Epicarmo, Archimede, e di teatro e di "invenzioni" non se ne discuteva solo nel circolo ristretto di una Corte ma nelle piazze e sotto i portici, quasi fosse uno sport nazionale.
Siracusa e Agrigento, Leontini e Gela...già nel quinto secolo a.C. erano "colonie greche" quanto oggi Baltimora e New York sono "colonie inglesi"!. Per capirci: dirsi "greci" equivaleva al nostro dirci "europei". Ma Siciliani erano e tali apparivano al resto di quel Mondo.
E ci fu una vera"guerra d'indipendenza" attraverso la quale i Siciliani si affrancarono dall'imperialismo ateniese e Siracusa divenne, per secoli, la più potente delle poleis elleniche, il Porto di quel Mondo. Basta leggere Tucidide!.
Poi, con la caduta e il saccheggio di Siracusa (212 a.C.) giunse la Notte senza fine della dominazione romana, la Sicilia diventa il granaio latifondistico di Roma (e poi della Chiesa), il Mediterraneo un mare di schiavi. E' l'altra faccia, meno "pubblicizzata", di una Storia la cui indubbia grandezza è pari ai suoi orrori. La Sicilia, tra il 139 e il 101 a.C., è teatro di due Rivoluzioni antimperiali scatenate dall'insurrezione di schiavi e sostenute da tutto il Popolo. Per alcuni anni le legioni romane prendono bastonate in tutta l'Isola che ritrova una effimera ed eroica indipendenza. Ne riparleremo.
La Sicilia scivola infine nell'orbita di Bisanzio, splendida e senz'anima metropoli dell'Oriente, di cui, dopo la riforma amministrativa voluta dal primo Basileios, il grande Eraclio (610-641), che peraltro reintroduce la lingua greca sostituendola al latino settario, fu eretta a thema, regione autonoma, con capitale Siracusa. Ma è una Sicilia in mano alla Chiesa di Roma che vi estende il suo latifondo non meno schiavistico e coloniale di quello imperiale e reprime in profondità la spiritualità antica delle sue Genti. Il Popolo Siciliano si inabissa. Quel che accade in questi secoli merita una rilettura che potrebbe riservare non poche lezioni per il presente. Ne riparleremo.
Ma la Storia dei Siciliani ricomincia, in quell'alternarsi di luce e buio che la caratterizza. Da molte fonti, per esempio dai documenti dei mercanti ebrei trovati nella geniza della sinagoga del Cairo, si ricava che nel secolo XII l'Emirato islamico di Siqillya era l'hub del Mediterraneo, la Manchester del primo capitalismo, il cuore pulsante della finanza e dei commerci internazionali, oltrechè della produzione a scala industriale: tessuti prodotti su vasta scala vestono un Mondo, lo stesso Mondo in cui la carta siciliana sostituisce la pergamena e la pasta di Trabia sfama moltitudini di uomini e donne. E mezzo milione di nuovi contadini trasformano il paesaggio lunare del latifondo romano-bizantino ed ecclesiastico in Giardino: è l'l'Isola Giardino-Paradiso del Corano il progetto che avevano in testa i Siqilly. Di terra e di mare: i cantieri navali di Palermo ripopolano il Mar Bianco di vascelli e contribuiscono a restituirlo al suo destino di "pianura liquida" che unisce i suoi porti e i suoi popoli, sebbene sia anche il teatro di Crociate e spedizioni corsare. Rinasce, in Siqillya, anche una antica tradizione geocartografica.
I Normanni, che si inserirono nella crisi siciliana causata dalla guerra civile strisciante ed endemica che caratterizza la fase finale dell'Emirato, "vi giunsero a piedi". Fu dai Siqilly che appresero, tra le altre molte cose, l'idea di spazio mediterraneo e di sistema marittimo. Le Carte di al-Idrisi parlano più di qualunque altro documento. Grazie a questi innesti culturali il Regnum di Sicilia continuerà la nostra tradizione marinara, avrà flotte e porti, cartografi e marinai, artefici di quel sea-power che si determina nell'accumulo della potenza marittima di cui l'insularità, a date condizioni, è catalizzatore. I Siciliani li trovi nei porti di Jerba e Corfù, di Malta e Tripoli, di Antiochia e al-Madhiya...E nel porto di Palermo arriva ancora l'Oro del Sudan...
Su questo mondo in movimento, da Palermo, sorge la stella di Federico Ruggero Figlio di Costanza, la nostra Regina, e del Destino. L'aquila volerà alta sul Mediterraneo, l'Isola, al culmine della potenza, diventa la roccaforte di un Impero. La Sicilia di Federico II, il più grande siciliano di tutti tempi, viene ristrutturata in funzione di una Idea e governata "a parte". Vengono statalizzati il commercio di beni strategici (come il grano, che sfamava anche l'Africa, e l'industria tessile, per ridimensionare il peso politico dei mercanti genovesi e pisani). Venne statalizzata, ovviamente, anche la flotta commerciale. Ogni "potere locale", baronale ed ecclesiastico, fu ricondotto a più mite fisiologia e la Giustizia fu sottratta agli umori dei signorotti locali. L'Isola è un Grande Castello fortificato al centro del Mediterraneo. A governarla è un' Aquila con un nido siciliano e lo sguardo alzato sul Mondo.
Comè noto, alla morte di Federico, seguì una crisi terrificante e quelloccupazione angioina di cui tutti sanno, soprattutto per come di essa il Popolo Siciliano si liberò. Il Vespro del 1282, liberando lIsola dai franco-papalini, restituisce il Popolo Siciliano alla Storia, che è ancora in larga misura Storia del Mediterraneo. Ne riparleremo.
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Come sappiamo la scoperta dellAmerica , in una certa misura, periferizza il Mediterraneo. Ma lo sviluppo dellindustria moderna -che si accende con lo zolfo- riporta la Sicilia, che ne è il primo produttore mondiale, al centro della Storia. Ne riparleremo.
Anche lapertura del Canale di Suez, nella seconda metà dell800, aprendo le vie alle battaglie dell'avvenire, aveva restituito all'Isola una più evidente centralità , ma da qui era passata la mannaia di Casa Savoja e dellannessione violenta, truffaldina, devastante allo Stato e alla Banca del Piemonte: ma chi la conosce, fino in fondo, questa Storia? Certo non è quella che ci insegnano a scuola!. La Sicilia ha combattuto, per tutto lOttocento, con ben 4 Rivoluzioni, la sua Guerra di Indipendenza: ha perso. Ma chi la conosce questa Storia?. Ha perso la libertà, ha perso il Mare. Dalla fine dell'Ottocento fino a quando siamo nati noi, il mare che i Siciliani conosceranno sarà l'Oceano dell'emigrazione nelle Americhe: l'Isola è solo una colonia italiana (e delle potenze di turno), rapinata di tutto: zolfi, banche, moneta...pure di braccia e cervelli, di cuori e Vita. Il "luogo della potenza marittima" è una piattaforma girevole dei dominatori di turno. Quello che ci sta dentro è solo una riserva indiana. Ne riparleremo.
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Per quanto lavere avuto la Geografia come Storia sia la vera tragedia siciliana, è nella Nemesi del Bene in Male, delle Eumenidi in Erinni, nella mancanza storica di Tempo liberato, che il Popolo Siciliano non è riuscito a consolidarsi come Nazione. Malgrado tutto però questa geografia tragica, odorante di iodio marino e di "nascente zolfo" (Dante), è ancora il Logos della nostra Lingua e linsularità mediterranea è u civu, a curineddha, lessenza amorosa dellessere siciliani e del nostro farci Storia. Dialettalità che si fa Lingua di resistenza, Insularità mediterranea che produce lAnima di un Popolo...Sono, questi, beni immateriali, spirituali, culturali; risorse poetiche per produrre il Popolo e il Senso dellEsserci. Perchè dico questo? Solo perchè la Lotta per "esserci con competenza" deve dispiegarsi verso un orizzonte poetico: sennò non vale niente. Una poetica dei luoghi, della civiltà materiale e di un'eredità spirituale restituita alla Vita e liberata dai residui pestilenziali del dolorismo ibero-cattolico ultimo lascito di una Inquisizione devastante che ha costretto le ninfe a mutarsi in acqua e i Siciliani a inventarsi una "religione sommersa" che trasfigura in sante e santi, più o meno neri, l'essenza immutabile di una "Sicilia perenne", che sopravviverà anche al delirio della società dello Spettacolo e alla sua idiozia dissacrante e sculettante ammatula.Noi Siciliani non saremo veramente e mai altro che Siciliani. Tutti i tentativi di negazione e autonegazione di questa Verità ontologica producono esiti tragici, quando non comici. Possono "sbarcare", in Trinakria, pure i marziani, ma la Verità ontologica vincerebbe, con la sua Luce meridiana, il suo sciauru di iodio e zolfo, le sue granite alla mandorla...Purchè questa Verità incontri una Comunità decisa a non perdere l'Anima, la sua Anima.
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Nel suo studio "Sulla Guerra", Karl Von Clausewitz identifica la forza di carattere come "costanza nella propria convinzione". E sebbene nella Realtà "è sempre in base a un vago presentimento della verità che si è costretti ad agire, i principi fondamentali e le idee che guidano l'azione da un più alto punto di vista, non possono che essere frutto di una chiara e profonda visione...". Una chiara e profonda visione, questo è la "Nazione Siciliana" che vive nel nostro Cammino e ci proietta nel Mondo che verrà.
L'Azione quotidiana orientata da questa "chiara e profonda visione" consiste nel dare alla Sicilia un'economia e una cultura radicate e aperte: per elaborare un modo di vivere non alienato, assennato. Per poter coltivare il Pane della vita, raffinarsi nella Pazienza, verificarsi nel rapporto col Tempo, riscoprire le perle di quell'antico Rosario in cui l'Esserci accade tra Terra e Cielo...
Il passato, quel deposito memoriale che chiamiamo Storia, è solo "il luogo delle forme senza forze", scrive Paul Valéry. Sta a noi restituirgli vita e necessità attraverso le nostre passioni e i nostri valori, cercando Verità e Bellezza nelle cose del Mondo, cercando, in breve, quella Salute autentica che si genera dal radicamento in una Terra assoluta, cosmica, concreta, che puoi chiamare patria-matria e accarezzare con gli occhi del Cuore. Questa, e non altro, è la nostra Trinakria. E questo è un modo di stare al Mondo, il mio modo di esserci.
La Nazione Siciliana va restituita alla sua realtà di organismo vivente storicamente determinato, che ha consolidato, nelle mutazioni del paesaggio storico, delle caratteristiche e delle costanti quasi matematiche, che chiamiamo "invarianti".
In epoca moderna è corretto definire queste invarianti e la rete di relazioni dialettiche che ne configurano il "campo", col nome di "Nazione Siciliana". La percezione di sè nei luoghi e nella Storia, la forma di relazione che gli uomini stabiliscono ed elaborano con la propria Terra e col suo Ordine narrativo, cambiano in ogni epoca.
Noi, oggi, possiamo inscrivere il Regno di Gerone II nella Siracusa al tempo di Archimede tra le pagine più alte della Storia della Nazione Siciliana, ma questo non vuol dire che i Siracusani di 2200 anni fa avessero la nostra stessa idea di "Nazione". Sarebbe idiota pensarlo, e noi idioti non siamo. Cosiccome mi pare evidente che la Sicilia di Federico II fosse meno nazione di quanto non lo fosse stata nel Regnum di suo nonno Ruggero, essendo piuttosto un Castello fortificato al centro del Mediterraneo e di un progetto di Impero che muore col suo artefice. La Sicilia, per Federico, era più che altro heimat, patria-matria, ma questo me lo fa sentire ancora più vicino.
Cosiccome poco importa alle Scienze storiche se una maggioranza colonizzata da uno Spettacolo pervasivo e totalitario non può percepirsi oggi nella sua Verità ontologica: la Storia siciliana è un susseguirsi di luce e buio, di ascese e decadenze, e la Notti Longa è sempre gravida di Nuova Vita, come la Storia lo è di interi "Mondi". Ci sveglieremo, "rivestendoci di Luce e di Giustizia" (Papa Wojtila). Ci radicheremo, dove la fraternità subisce oggi le sue quotidiane disfatte.
La Nazione Siciliana è inabissata come la Balena di Melville, sommersa come un fiume carsico, infastidita dai rumori di questa Storia e dalla caccia spietata che il suo fantasma stesso alimenta in forma di "lavaggio spettacolare del cervello". E se questa è "letteratura", sia chiaro che questa letteratura è anche corollario matematico al Teorema della Nazione e all'agire delle sue Invarianti, necessario a cantare la nostra libertà, a giustificarla nel Mondo. E se non è accuddhì significa solo che, in quanto Siciliani, siamo già morti.
La cultura identitaria -scrive Franz Fanon nel suo "I dannati della Terra"- non è il folclore in cui un populismo astratto ha creduto di scoprire la verità del popolo. Nè quella massa sedimentata di gesti sempre meno riallacciabile alla realtà presente del popolo. La cultura identitaria è linsieme degli sforzi fatti da un popolo sul piano del pensiero per descrivere, giustificare e cantare lAzione attraverso cui il popolo si è costituito e si è mantenuto. La cultura identitaria, nei paesi colonizzati, deve dunque situarsi al centro stesso della Lotta di Liberazione.
Una Lotta che comincia nel cervello di ciascuno e nella maturazione di un diverso, più radicato e più competente modo di essere e di esserci, che liberi le Idee dalle ideologie e il pragmatismo dalla miseria morale.
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Sebbene comunità umane rivolte al mare, come quella dell'Antro dell'Addhaura, lo venerassero già come Fuoco di Vita, come l'Agni dei Veda che discende agli uomini in forma di Dio tra gli Dei, il Verbo aleggiava ancora inquieto sulle acque montanti che ridisegnavano la tetide mediterranea sul finire della glaciazione wurmiana. E molte cose non avevano un Nome...quando Monte Pelato di Lipari esplose lave di vetro nero: fiumi di ossidiana. E poi pietre bianche come la neve, leggere come una spugna di mare: fiumi di pomice. La Storia della Sicilia comincia quel giorno...Nelle Isole di Eolo, il dio dei venti.
Trascorsero millenni, un tempo in cui a regnare su quei fiumi di pietra e su quelle isole fumanti è stato il vento di Maestrale: custode della Storia, come ben scoprì il prof. Bernabò Brea. Il vento che trasportava u pruvulazzu niuru, la polvere vulcanica, sui ruderi di ogni epoca, sigillandoli cronologicamente sulla Rocca di Lipari.
Cinquemila anni fa, dall'isola maggiore dell'arcipelago siciliano, partendo da Capo Milazzo, i Sikani scoprono l'ossidiana e ne avviano l'estrazione, la lavorazione e la commercializzazione. Fino alla scoperta dei metalli e all'invenzione della fusione, e dunque per diversi millenni, i loro manufatti si diffondono, via via, dal nord Africa, al mar Nero, al mar Baltico, sulle vie fluviali e sulle rotte di cabotaggio. Il Popolo della Pietra Nera testimonia di una civiltà evoluta, che giungeva al suo apogeo contribuendo alla nascita di quel mondo in cui fiorirono i Popoli del Mare, quelli di cui racconta una famosa stele egizia.
Dall'altopiano del Kratas al porto di Thapsos, dall'Hybla di Pantalica alle colline di Stentinello, dai Laghetti Sacri di Naftìa alla Rocca di Lipari, un'unico "spazio culturale", una originale koinè di marinai e contadini, artigiani e sacerdoti, uomini e donne, animava il Popolo della Pietra Nera, i Sikani. E se gli Elimi, come sostenne il prof. Biagio Pace, sono una variante di questo Popolo, se certamente Malta, coi suoi Templi megalitici, era già nel IV millennio a.C. parte di quella koinè...La Nazione Siciliana aveva cominciato il suo Cammino nella Storia.
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Un bel libro può contenere anche delle sciocchezze, dei giudizi distorti figli della propria stessa decadenza sociale, fisica, morale. "Il Gattopardo" di Tomasi di Lampedusa è uno di questi libri. Scritto nel 1955, due anni prima di morire, ma ambientato nei decenni che iniziano con l'annessione coloniale della Sicilia al Piemonte, questo celebre romanzo ha però la qualità formale che non ho mai trovato nella storiografia truffaldina che nega sistematicamente l'esistenza del Popolo Siciliano come soggetto di una Storia: "Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi...".
Trinakria, l'Isola-Nazione madre del Popolo Siciliano, ha una Storia sua, frutto anche di molteplici apporti. Solo i lunghi secoli che la vedono granaio di Roma (e della Chiesa), una galera di schiavi al centro del "Mare Nostrum"; i brevi decenni angioini, chiusi dal Vespro, e i decenni più duri della dittatura inquisitoriale ibero-cattolica, sono definibili "dominazione"...
Poi c'è il "presente", ma ne dirò in appresso. Per il resto si tratta di sviluppi per innesto, a volte perfino provvidenziali: e tutti, chi più chi meno, si sono sicilianizzati: malgrado tutto. Altro che 13 "dominazioni", e perchè no anche 14 o15? Magari inventando una "dominazione barocca" al pari di quella Sveva, mai esistita, tantopiù chè Federico II, il quale pose in Sicilia il Cuore del Mondo, era il figlio della sicilianissima Regina Costanza e considerò sempre la Sicilia come sua patria-matria. E quando si pose il problema (terrificante) della sua successione il "Parlamento" dei maggiorenti siciliani si contrappose frontalmente alle mire degli Hoenstaufen mettendo sul trono il primo discendente di Ruggero e di Costanza che trovarono per strada: Tancredi. Rischiando la guerra con Arrigo II e con mezzo mondo...
In verità era emersa, fin dal tempo dell'Emirato e consolidatasi nel Regnum siculo-normanno e poi nel Vespro del 1282 e nella sua Communitas, una coscienza nazionale siciliana, una concezione, se si vuole "moderna", di "Bonu Statu e Libbirtà" fondato sul municipalismo cooperativo. Ma se ci ammucciano perfino colui che fu Re del Mondo, se la manifesta volontà di un "Parlamento" che elegge liberamente un Re non vale niente, se, non avendo niente da obiettare se ne escono con frasi del tipo "si, però il Parlamento era dominato dai baroni" come se, per dirne una, l'Unione Europea fosse stata decisa dal voto dei popoli (e sono passati 7 secoli!), ci si figuri cosa accade dell'identità e della volontà del popolo inerme...figghji ri nuddhu semu!.
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Nel Dictionary of World Mythology, riflettendo sullimportazione dal Continente del buddismo Zen in Giappone, Arthur Cotterel scrive: "Aperta alle influenze dallesterno, come lo era allimmigrazione dei popoli che abitavano il continente e le Isole...la Terra del Sol Levante non ha avuto inibizioni nelladottare e sviluppare idee di provenienza esterna. Il Giappone è la Sicilia dellAsia". E se dall'esterno non giungevano sempre "influenze positive" è pur vero che non furono "dominatori" (semmai "fondatori") i Sikani nè i Siculi. Ma non furono "dominatori" neanche i megaresi, i quali costruirono il proprio insediamento nei pressi dell'antichissimo porto siciliano di Thapsos, ben noto ai "Popoli del Mare", in grazia di un "Trattato" con la città sikana governata dal Re Hyblon e consacrata alla Grande Madre Hiblaya. E non furono "dominatori" i calcidesi, che erano esuli in cerca di una "Merica" in cui vivere la Vita...
Joni e Dori, come sa chiunque abbia studiato la Storia antica, radicandosi in Trinakria divennero presto "Sicelioti", e Siracusa e Gela, già nel quinto secolo a.C., non erano "colonie greche" più di quanto Baltimora, Boston e New York non siano oggi colonie inglesi! Sicelioti, al più, cioè Siciliani di origine "greca" (ma loro, dopo il Congresso di Gela, si pensavano "nè Joni, nè Dori, ma Siciliani e basta", Ermocrate), e la spedizione militare dellimperialismo ateniese contro i Siciliani venne respinta in malo modo già venticinque secoli fa, come ci kunta Tucidide...Il resto è una invenzione sofistica dello Spettacolo neocoloniale moderno, ripetuta per ignoranza, pigrizia, convenienza! Come espressioni del tipo: "i feroci tiranni siracusani..." che ritroviamo tanto nei libri di scuola che nelle (più pericolose) guide turistiche: Tiranno vuol dire, più o meno, "Re"; dire "il feroce tiranno siracusano..." equivale a dire se non proprio "il feroce sindaco di Catania..." certamente "la perfida regina d'Inghilterra...".
Quando i romani, civiltà inferiore se non nella potenza devastante, espugnarono, distrussero, e saccheggiarono del tutto Siracusa (212 a.C.), provvidero anche a spargere il sale della manipolazione e dell'oblìo sulla sua Storia e le sue Parole. Ecco, mi vien voglia di dire: Viva i Tiranni (=Re) della Grande Siracusa!.
E se già nel IV secolo a.C. Siracusa e Gela erano "colonie greche" quanto Boston e Baltimora sono oggi "colonie inglesi"...che dire dei Siqilly, i Siciliani di origine arabo-berbera? Vorrei vedere questi storici contemporanei a spiegare a un Siqilly di mille anni fa che non è Siciliano: gli ballerebbe ncapu a panza!
Non ci fu in Sicilia nessuna "dominazione araba" e noi, Siciliani del secolo XXI, siamo Siqilly al 70%...Facciamo la prova del DNA?.
Perfino i Normanni, inseritisi nella crisi disgregativa dell'Emirato siciliano, secoli dopo, chiamavano Siciliani solo i mussulmani, definendo Greci o Cristiani tutti gli altri.
Federico II: lo svevo, il germanico, l'Hoenstaufen. Insomma fu tutto tranne che Siciliano. E chi era sua madre? La regina Costanza, figlia di Ruggero II, fondatore del Regnum di Sicilia...E dove crebbe il piccolo Federico Ruggero, se non nei vicoli di una Palermo siqilly nei colori, nella lingua, nei profumi. Nella Cultura. E dove chiese di essere seppellito se non nella sua unica e vera Patria? E dov'è che si può lasciare un fiore sulla tomba del più grande Siciliano dell'ultimo millennio, se non nella Cattedrale di Palermo?. Neanche applicando la peggiore legge sull'immigrazione, la più razzista delle norme, si potrebbe negare la cittadinanza siciliana a Sicani, Siculi, Sicelioti, Siqilly...A Federico II e alla Regina Sua Madre, Costanza!. Al Popolo del Vespro!
E, sebbene più sfumato, un ragionamento simile può esser impostato per la presunta "dominazione aragonese": i Siciliani, nel 1282, cacciarono gli angioini e si difesero dalla reazione militare che vide coalizzati franco-angioini e guelfi-papalini italiani contro la Communitas Siciliae: la Rivoluzione del Vespro fu una insurrezione di popolo senza precedenti. Essa cercò alleati per difendere la conquistata indipendenza: e chi se non gli Aragonesi, che un bel pò di Sicilia lavevano nella Corte e, cosa ancora più importante, avevano i nostri stessi nemici?.
La sua centralità mediterranea faceva della Sicilia una preda ambita: era ed è la nostra disgrazia maggiore...Ciò malgrado, e grazie a questa alleanza, la Sicilia ebbe un paio di secoli di indipendenza...per quanto possibile in quelle condizioni. Altro che dominazione aragonese!.
La vera dominazione, di cui nessuno parla, fu poi, invece quella ibero-cattolica. Dominazione spirituale ancorprima che politica ed economica. Ne riparlemo.
E cos'erano i Siciliani nei secoli del Viceregno spagnolo? Spagnoli? Non lo erano certo le migliaia di donne torturate e spesso bruciate dallInquisizione per "stregoneria" (cioè pratiche mediche popolari) chè in Palermo, alla metà del milleseicento fu realizzato un ampio allargamento delle carceri femminili. Erano "spagnoli" i Siciliani? Beati Paoli piuttosto! Resistenti allo straniero ma consapevoli di non avere la forza necessaria a cacciarlo via. "Spagnoli" i Siciliani dei secoli XVI-XVII? Poco meno di quanto non siano oggi italiani!. E furono forse napolitani sotto i Borbone? E perchè mai allora insorsero contro di essi quattro volte in quarant'anni?. Ne riparleremo.
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I depositi memoriali del nostro Popolo contengono un tesoro; una smisurata eredità di libertà ci giunge da uomini e donne che spesso non ci hanno lasciato neanche il loro nome e quando l'hanno fatto c'è sempre stato, c'è, un Potere che ha provveduto e provvede a cancellarlo.
Nella koinè multietnica che determina, insieme ad altri fattori, il carattere dei Siciliani, c'è una componente di resistenza irriducibile ad ogni oppressione, che prende a volte la via della ribellione, più spesso quelle dell'emigrazione civile o dell'adattamento camaleontesco.
Al centro del Mediterraneo, al centro degli appetiti dei Poteri forti di turno, la Sicilia e i Siciliani non hanno mai avuto la risorsa fondamentale per "maturare" del tutto la propria Nazione: il Tempo, sua maestà il Tempo, il vero "Signore della Storia".
Lo ripeto, come si ripetono gli spots: il passato è solo il luogo delle forme senza forze. Sta a noi restituirgli vita e necessità attraverso le nostre passioni e i nostri valori, cercando Verità e Bellezza nelle cose del Mondo, cercando, in breve, quella Salute autentica che si genera dal radicamento in una Terra assoluta, cosmica, concreta, che puoi chiamare patria-matria e accarezzare con gli occhi del Cuore. Questa, e non altro, è la nostra Trinakria. E questo è un modo di stare al Mondo, il nostro modo di esserci.
Essere Siciliano, perchè non sono "altro", è l'unica possibilità concreta che ho di alzare sul Mondo uno sguardo non alienato, di prendere confidenza col colore del Cielo e il profumo della Terra, di ascoltare gli Alberi che crescono...Di dire: allarme, è il deserto che avanza!. Di ritrovare la mia essenza luminosa in quella Paliké interiore che non è mai caduta. Quella Palikè il cui Cuore di Zolfo non ha mai smesso di battere.
Essere Siciliani, oggi, non è un incidente, non è un hobbye, ma un esperimento con la Verità che, per dirla con Gandhi, vale la Vita, quella vissuta fino in fondo, ora, in questEpoca; e qui, in questo luogo del Mondo. Attingendo lacqua dellEssere e dellEsserci dal fiume carsico della Nazione Siciliana, perchè la Verità non è lontana, è appena sotto la Terra sulla quale camminiamo. Per dirla con Proust ci mancano solo gli occhi nuovi per vedere.
(@ Mario Di Mauro -www.terraeliberazione.org)