Lingua Siciliana/1

Don Chisciotte in Sicilia

A Sant’Ajita fecero le porte di ferro solo dopo che i ladri ne depredarono il tesoro.

Le porte di ferro in difesa della lingua siciliana non servono più.

Sono già felice di non passare per zaurdo quando parru Sicilianu: il fatto è che parru di Heidegger, che non è il nonno di Heidi; della Carestia di Tempio; della stratificazione multietnica della nostra lingua: sicani, siculi, sikelioti, skalliani...Tutti siciliani.

Skalliani?. E cu su?. I siciliani di mille anni fa, che non erano “arabi”, ma skallyani. Oggi a Malta la nostra Sicilia è chiamata ancora Skallyah...Questo nomen ricorda quando nell’Isola di Trinakria un popolo rinato trasformò l’Oro del Sudan in giardini di kanat, rose, naranj, palme...e Palermo aveva trecento moschee, ma anche sinagoghe e chiese cristiane.

Ma come si fa a parlare della Verità siciliana in questo deserto coloniale?. Ci vuole pacenzia, tutto qua.

Vivo a Catania da ventanni, ma il mio Siciliano passa per palermitano.A Palermo, per catanese. Sugnu di Ramacca, una riserva indiana della Sicilia profonda. Quand’ero alle scuole elementari si parrava un ottimo Sicilianu tra noi e un Italiano comegghjiè nelle interrogazioni: diglossia pura.

Quando Scelba da Caltagirone, il ministro di polizia che bastonava i contadini siciliani, venne a comiziare a Ramacca, disse: “imparate una lingua ed emigrate!”. E mezzo paese -non perchè lo disse il ministro!- seguì il consiglio: impararono il tedesco di Manheim. Per ragioni comprensibili la lingua siciliana si è difesa meglio nell’emigrazione.

Mia zia di Brooklin parra sicilianu assai meglio di me. Ma i miei cugini lo capiscono appena: ma iddhi, armenu, su miricani!.

Siamo l’unica Regione storica d’Europa che non tutela il suo patrimonio linguistico. E nessun deputato “siciliano” propose l’inserimento della lingua nostra nella legge italiana n.482 del 1999 (peraltro già restrittiva e cavillosa). Ho chiesto a un paio di deputati, accuddhì, ppi currìu, ...neanche ne conoscevano l’esistenza. Cantata e scritta da centinaia di artisti “autogestiti”, la lingua nostra resiste, inzaurdita, camillerizzata (meglio di niente), anche nella stratificazione scolarizzata, oltrechè nei paesi e nei quartieri popolari, ma anche tra persone colte. Il problema è il ceto medio, mediocre: mutanti nella palude coloniale, anfibi, larunki. Esistono da cinque secoli, da quando l’Isola venne inspagnolata.

 

Una legge di tutela -sul modello sardo e friulano- potrebbe ancora essere utile. Ma pp’accamora perchè non metterne in rete, gratis, il grande dizionario etimologico... che è stato realizzato in Palermo con mezzo secolo di lavoro e un sacco di quattrini pubblici?.

E quando la finiscono di confondere una circolarina scolastica per lo studio del dialetto -emanata pure in Romagna- con una vera legge di tutela?. Si sarà capito ca sugnu tantikkia siddhiatu, stanco di cummattiri come il Quisciotte di Cervantes del capitolo undicesimo volume II: “Della strana avventura accaduta al cavaliere errante don Chisciotte quando si imbattè nella carretta del Parlamento della Morte”, che era, fuor d’apparenza, una compagnia di teatranti. A proposito, di ritorno dalla battaglia di Lepanto,Miguel de Cervantes y Saavedra giunse ferito a un braccio, nella città che ospitava il comando generale “cristiano”. La città era Messina. L’operazione non riuscì e Cervantes rimase ciuncu. Imbarcatosi alla volta della sua Ispagna, la nave venne catturata dai corsari di Barberìa...e visse, in attesa di riscatto, un paio di anni ad Algeri. Il suo miglior amico, si chiamava Antonino Veneziano da Monreale, il più grande poeta siciliano del Cinquecento.

A quel tempo il 4% della popolazione siciliana era composto da “schiavi di Barberia”. Uno di loro si fece frate e divenne San Benedetto il Siciliano... Oggi, ma non lo sa nessuno, è copatrono di Palermo. Era nigro, da giovane e da vecchio fu un grande cuoco popolare, e ricoprì delicati incarichi a Roma...

Ecco, una lingua siciliana che non serva a kuntari queste cose è inutile.

La lingua siciliana è stata una spugna del Mar Bianco, il Mediterraneo. L’insularità mediterranea vive nelle sue parole.

Questa lingua fu anche ufficiale, fino all’inizio del Quattrocento.

Nel Settecento ci furono diversi tentativi di “nazionalismo linguistico”: ricordo, per tutti, l’Accademia di Francesco Paolo di Blasi in Palermo, che, essendo indipendentista e repubblicano, venne torturato e “giustiziato” dai Napolitani.

Alla fine dell’Ottocento gli sbirri savoiardi dell’Italia Una e Fatta, spacciarono in Sicilia una pillola scaduta: “Il Re di Talia ha comprato dal Portogallo un’isoletta in cui saranno deportati tutti i siciliani che parlano siciliano!”.

Il MinCulPop mussoliniano, nel Ventennio, fece di meglio: diverse veline del Grande Fratello -le prime non portavano la minigonna, il secondo non era un programma dell’EIAR- istigavano apertamente alla repressione linguistica antisiciliana. Era il tempo in cui nelle scuole dell’Isola a fianco al crocifisso c’erano due ritratti: quello del Duce e quello del prefetto Mori, spedito in Trinakria a combattere l’indipendenza dei villaggi di montagna... Altro che “mafia”!.Se la cosa può interessare, un certo Leonardo Sciascia la pensava accuddhì.

 

Nel 1960, mentre l’ENI colonizzava Gela, Vittorini, recensendo sul “Menabò” e di vera malavoglia, “Horcynus Orca-I Fatti della Fera” di Stefano D’Arrigo, il più grande romanzo siciliano di ogni tempo, con l’Ulisse di Joice il capolavoro del Novecento europeo, si produsse in un isterico attacco contro la lingua siciliana risolto in una apologia da autocolonizzato dei dialetti padani. Vittorini, comunque “grande”, è un caso clinico che Franz Fanon avrebbe studiato sine ira et studio. Ma i cattivi maestri, si sa, figliano parodie alla Alfio Caruso, secondo il quale le donne siciliane sarebbero puttane dai cui letti son passati eserciti di mezzo mondo...E a Milano, questo scrittore catanese “ribattuto”, è pubblicato da Longanesi e guadagna valige di piccioli. Tra l’altro -riferito ai Siciliani come me- ha anche scritto che siamo “mafiosi”. Ci nn’erinu porci a Fera!.

 

La televisione italidiota, più della scuola neocoloniale e della stessa deportazione di milioni di “terroni” in Padania e Belgio, negli anni sessanta-settanta del Novecento, schierò l’artiglieria pesante dello sradicamento dei Siciliani dalla propria Identità. Pasolini il corsaro parlò di “mutazione antropologica”.

Quando, un paio d’anni arreri, una ragazzetta messinese, eletta missitalia, venne sollecitata a salutare in siciliano davanti a ventimilioni di telespettatori, arrossì e disse: “io non conosco il siciliano”.Assabenadica, chillemina!.

Comunque una lingua siciliana che non serva a dire la Verità Siciliana non serve a niente.

Fuori dal Cammino verso l’Indipendenza, sul modello catalano, anche la lingua potrà al più subire un recupero occasionale, folklorico. Barzellettistico o ultracolto, non fa differenza.

 

Noam Chomsky, il padre della linguistica contemporanea, sostiene che l’unica differenza tra una lingua e un dialetto è che la prima ha un esercito e una moneta. Lasciamo stare l’esercito, ma la lingua siciliana è una “banca di suoni” e si salva se il Popolo siciliano conia una propria “moneta aurea”, la chiave dell’Indipendenza: l’abbiamo fatto per secoli. Malta lo fa anche oggi, ed è uno scoglio abitato da un piccolo popolo con le palle.

La lingua siciliana, che non coniuga i verbi al futuro, ma ha l’imperativo dubitativo, sprofonderà nelle sabbie mobili delle tremila lingue in estinzione o sopravviverà macari-puru-videmma stavota?.

Macari, Puru, Videmma -tre isoglosse, Tre Sicilie- per dire “anche”.

Un popolo è, in primis, ciò che entra ed esce dalla sua bocca. Cibo e Parole. Ci vogliamo rinunciare?.

Okkiu vivu e manu e vertuli!.

Mario Di Mauro

www.terraeliberazione.org