Avanti finché non piegherò l'Eni

Intervista a Raffaele Lombardo (Mpa)

da: Italia Oggi - quotidiano finanziario- del 02/03/2007

di EMILIO GIOVENTÙ

Valori normali, poi una febbre a 40, il calcio che comincia a scendere. Infine, la trasfusione e le flebo. Lo sciopero della fame a base di tre arance zuccherate al giorno si deve interrompere, ma la «battaglia» continua. Per Raffaele Lombardo, 55enne leader del Movimento per l'autonomia, parlamentare europeo, ma soprattutto siciliano, di Catania per la precisione, la battaglia è quella contro la centrale termoelettrica con l'annessa raffineria Eni-Agip di Gela. 

«Secondo una direttiva europea doveva adeguarsi agli standard ambientali entro l'ottobre di quest'anno», invece continua a essere «l'unica centrale alimentata da combustibile petcoke», catrame grezzo, prodotto della raffinazione del petrolio, «di cui c'è una disponibilità di 900 mila tonnellate», forse molto di più perché secondo Raffaele Lombardo «c'è da verificare se nella centrale termoelettrica di Gela non si usi pet-coke importato da altre raffinerie e da altri paesi».

E il pet-coke che brucia nella raffineria di Gela «immette nell'aria 13 mila tonnellate di Sox un prodotto a base di zolfo altamente tossico, per non parlare di idrocarburi e diossine». Per Lombardo si tratta di un disastro ambientale che arriva fino al mare di Augusta «dove sono state riversate tonnellate di veleni tra i quali il mercurio che attraverso i pesci finisce nella nostra catena alimentare».

Le conseguenze sono «i casi, numerosi, di malformazioni neonatali, soprattutto a Gela dove, ogni 10 mila neonati, 500 hanno malformazioni rispetto alla media siciliana che non supera i 180 casi. E poi c'è un elevatissimo indice di malattie tumorali». Per non parlare delle «falde acquifere il cui livello si è abbassato notevolmente e sono sovrastate da uno strato di petrolio e residui di lavorazione penetrati nel terreno dai serba toi che sono stati costruiti negli anni 70 senza essere a tenuta stagna».

Domanda. Lombardo, come ha replicato l'Eni alle vostre accuse?

Risposta. Innanzitutto è stato riconosciuto che malformazioni e tumori sono causate dal pet-coke. Tanto è vero che l'Eni attraverso una sua società ha pagato come risarcimento preventivo, per evitare si costituissero parte civile, a un centinaio di famiglie qualcosa come 11 milioni di euro. Una media di 100 mila euro a pratica. Comunque, l'Eni è in possesso di una tecnologia in grado di eliminare una parte consistente delle sostanze tossiche sprigionate nell'aria. Ma non vuole applicarla perché ritiene l'investimento ammortizzabile in un lunghissimo arco di tempo, tempi per me invece più che ragionevoli.

D. Forse la questione è il costo dell'investimento.

R. Stiamo parlando di somme che, confrontate con gli utili stratosferici che la raffinazione del petrolio e la produzione dell'energia elettrica portano nelle casse dell'Eni e di altri petrolieri, non sono affatto insostenibili.

D. Avete avuto contatti con l'amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni?

R. No, non ci siamo parlati. Qualche contatto c'è stato con il presidente Roberto Poli.

D. Segretario, resta la questione politica.

R. Abbiamo incontrato il ministro dell'ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, e il presidente della camera, Fausto Bertinotti. Abbiamo avuto grande attenzione e partecipazione. Il nostro interlocutore non è tanto l'Eni quanto il governo nazionale. La nostra costituzione è fondata sul diritto al lavoro ma c'è anche quello alla salute. Ma il problema è ancora più grave perché l'Eni è partecipata dal Tesoro, quindi lo stato, e il nostro stato non pub limitarsi a dichiarare ad alto rischio sismico l'area di Gela e Niscemi senza intervenire sul disastro ambientale. Bisogna cominciare a parlare di risanamento ambientale e risarcimento anche perché dovrebbero comprendere che si tratta della nostra salute. Non vorrei che anche questa storia finisse nel giochino ridicolo di questo bipolarismo italiano. Non vorrei che il centro-sinistra non aiuta Lombardo perché alleato del centrodestra con il suo Movimento per l'autonomia, sia nel governo regionale sia alla provincia di cui sono presidente a Catania.

 

D. Potevate approfittare delle trattative aperte in questi giorno dal centro-sinistra per assicurasi i voti dei senatori per la fiducia al governo.

R. Non ci saremmo mai sfilati dalla nostra attuale collocazione. Lo abbiamo detto con molta serenità. Dateci qualche segnale serio di inversione di tendenza rispetto al mezzogiorno. Sembra che l'unico problema del Sud sia quello della sicurezza. Ma la questione meridionale non è una questione di polizia.

D. L'interruzione dello sciopero della fame rischia di abbassare l'attenzione anche all'interno del movimento?

R. No, sono in discussione due disegni di legge all'ordine dell'assemblea regionale ché gode di una sua autonomia e ha anche le sue responsabilità. Noi oggi esprimiamo l'assessore al territorio e all'ambiente, da quando siamo nati siamo promotori di alcuni disegni di legge che cercano di rimettere ordine compreso la rivendicazione delle stesse accise. Perché lo stato italiano per il petrolio lavorato, non per la tassa sulla benzina, ma per il patrimonio lavorato in Sicilia incassa qualcosa come 8 miliardi euro l'anno. Se per esempio una parte di questa somma servisse per il risanamento sarebbe già un'altra cosa.

D. Di solito quando c'è di mezzo un indotto, in questo caso l'Eni, c'è il rischio che tutto si fermi davanti al ricatto occupazionale, al rischio della perdita di posti di lavoro.

R. Ormai nella raffineria di Gela si tratta di una manciata di posti di lavoro. Trenta anni fa l'Eni dava lavoro a 15 mila persone, oggi gli occupati sono 1.800 e presto si perderanno altri 500 posti perché alcune produzioni vengono trasferite altrove. Ma i posti di lavoro che si perdono sono di più se si tiene conto del disastro ambientale in area con un mare bellissimo ma dove oggi nessuno si sognerebbe di costruire un albergo con vista raffineria, e con produzioni agricole di qualità, dalla zona del pachino fino alle terre dei vini doc. Origine controllata, ma che bel controllo sono prodotti con marchi di infamia.

 

D. Lombardo che consenso ha la sua battaglia?

R. Nel 2002 c'è stata una grande manifestazione di piazza a Gela che ha coinvolto l'intero paese e tutte le forze politiche. Anche i sindacati che difendono i posti di lavoro, ma questi, parliamoci chiaro, difendono gli interessi dei petrolieri. Ebbene, di tutta risposta il governo ha fatto un decreto legge per cui il petcoke per legge è stato espunto dall'elenco dei prodotti nocivi.

D. Questo con il governo Berlusconi.

R. Con tutti i partiti d'accordo. Perché la gente stava impazzendo perché intanto l'Eni come sempre fa, e mi auguro non voglia fare anche questa volta, aveva imposto un ricatto occupazionale. Voglio proprio vedere come farebbero a chiuderla con tutto quel denaro che la raffineria gli produce. Teniamo conto anche di un'altra porcheria che subiamo. Gela è la città nella quale approda il metanodotto (libico). Quindi sarebbe quanto mai naturale alimentare la centrale con il metano che ci arriva invece che col pet-coke. Ma non se ne parla perché questo porterebbe a chiudere la raffineria. Comunque non ci fermiamo.

 

D. Ha di recente incontrato il commissario italiano Frattini, quali sono gli altri passi a livello europeo?

R. A Frattini ho detto che presenterò un reclamo alla commissione. Al tempo stesso farò un'interrogazione, cercando di coinvolgere quanti più parlamentari europei possibili, in parlamento. Spero che così, costretto a fornire informazioni alla commissione, lo stato italiano mi risponda. Comunque ho intenzione di incontrare Hans Poettering, l'attuale presidente del parlamento europeo.

D. Senta Lombardo, tra i due italiani rapiti nel delta del Niger c'è un cittadino di Gela. Lei non a caso ha paragonato la situazione ambientale siciliana a quando sta avvenendo in Africa, comune denominatore sempre l'Eni.

R. Un nostro amico, Mario Di Mauro, fondatore di Terra e Liberazione, è in contatto con il movimento per la liberazione e l'emancipazione del delta del Niger dove l'Eni adotta la stessa politica. Mi dicono che gli ostaggi dovrebbero essere liberati a maggio. Intanto si sentono quotidianamente con i loro parenti in Italia. Abbiamo aperto un contatto di solidarietà, c'è qualcuno che sta dialogando attraverso persone in Francia. Noi abbiamo tradotto un volantino sulle nostre ragioni e lo abbiamo messo in internet perché lo leggessero. Siamo accomunati dallo stesso disastro.