COMUNICATO STAMPA

L'amministrazione della "giustizia" in una realtà coloniale segue il corso che deve seguire e non è "riformabile". Aderiamo a questo comunicato della società civile catanese per onorare un Uomo Onesto, un Buon Siciliano, e per "fare coraggio" ai Vivi.

Catania, 4-12-2003. (Terra e LiberAzione)

La morte di Francesco Messineo non fermerà le sue battaglie civili e giudiziarie contro i poteri forti di questa città. Cominciò vent'anni fa Messineo a denunciare gli intrecci politico-mafiosi dell'Istituto autonomo case popolari, di cui era dirigente, ma i suoi esposti venivano puntualmente insabbiati dalla Procura di Catania. Passò dunque le carte al Csm, dando così il via al primo "Caso Catania" che si concluse poi con l'allontanamento dall'Ordine giudiziario del procuratore aggiunto e con l'apertura di indagini e di procedimenti disciplinari a carico di altri magistrati. Finita l'era dei giudici ancien regime si affermava così quella della magistratura "progressista".

Ma la musica allo Iacp non cambiò. E Messineo, che intanto svolgeva funzioni di direttore generale, continuava con le sue denunce. "Tutto inutile", gli dicevano in molti. Ma lui insisteva: "Io ho fede nelle istituzioni". Nel mirino i commissari regionali Alessandro Tusa e Valerio Infantino. Quest'ultimo, poco dopo, chiese e ottenne il suo licenziamento. Anche stavolta c'erano di mezzo appalti truccati, spreco di denaro pubblico, mafia e gestione affaristico clientelare dell'ente, come accertato anche dalla commissione regionale antimafia. Messineo si rivolse di nuovo alla Procura di Catania che non solo archiviò le sue denunce (molte di queste furono annullate dalla Cassazione) ma chiese pure il suo rinvio a giudizio per calunnia.

Fu poi la Procura di Palermo ad arrestare per mafia Valerio Infantino e il Tribunale di Palermo a condannarlo per lo stesso reato. Per il commissario Tusa invece il Gip di Catania, chiamato a riesaminare la vicenda dopo l'accoglimento del ricorso per Cassazione, ha dovuto constatare che era maturata nel frattempo la prescrizione per molti dei reati denunciati da Messineo. Anche il Tribunale penale - ma solo nel 2002 - ha accertato che le denunce nei confronti di Tusa non solo non erano calunniose ma erano fondate: nella sentenza si afferma più volte che i fatti riferiti erano veri.

Messineo allora fu costretto a denunciare alla procura di Messina, competente a giudicare su reati commessi da magistrati catanesi, alcuni magistrati della Procura etnea per la anomala conduzione delle indagini e forse anche per tale ragione alcuni legali catanesi non vollero difenderlo. Avvocati e magistrati tutti d'accordo: Messineo era un uomo scomodo da evitare.

Anche a Messina le inchieste furono archiviate. Una delle ultime archiviazioni è stata motivata con la prescrizione di alcuni dei reati denunciati a carico di magistrati etnei.

Va rilevato come appare letale, con riguardo ai valori dell'imparzialità e dell'efficienza dell'amministrazione della Giustizia, il perverso meccanismo di reciprocità in base al quale l'operato dei magistrati di Catania viene giudicato dai colleghi di Messina e viceversa, mentre a Reggio Calabria ci sono inchieste a carico di magistrati catanesi e messinesi e a Catania sono sotto inchiesta magistrati reggini.

Messineo scrisse anche al Csm, alla Commissione antimafia e al Ministero della Giustizia ma ottenne solo silenzi. Ma le associazioni che firmano questo documento continueranno a chiedere risposte concrete: il "Caso Catania" è ancora aperto.

All'Iacp di Catania nel frattempo continua la gestione allegra e disinvolta: da anni non ci sono bilanci, non sono stati nominati i revisori dei conti e gli ispettori ministeriali non ottengono i dati richiesti.

Per i medici Messineo è morto di tumore. Noi crediamo che lo abbia ucciso la malagiustizia.

 

Cittainsieme

Città libera

Fare memoria

Girodivite

Siciliani per la legalità

Terra e LiberAzione