www.carlomuratori.it Articoli di Carlo Muratori, musicista, cantautore e ricercatore siciliano. Usciti sul giornale "Vivere" riprendono molti dei temi trattati da Carlo Muratori nel corso dei suoi diversi interventi ad iniziative di "Terra e LiberAzione" e del nostro "Laboratorio Culturale-Casa Trinakria" alle quali è stato invitato come studioso di Tradizioni popolari. Siamo onorati di poterlo avere tra i nostri amici più sinceri.
Fratelli e Sorelle
30-5-2000
Marcel Meaufront si aggira con aria dolce e circospetta ad un tempo. Il salone dove dovrà parlare è già pieno di bella gente. Lui non conosce nessuno, ancora; misura il pavimento a lenti passi; da solo. Incrociamo gli sguardi un paio di volte e ci sorridiamo. Che bello che è. Ha capelli lunghi, bianchi e luminosi, con due larghi basettoni che precipitano fino al collo. Una figura da guerriero; di quelli che il tempo non riesce a domare. Viene dalla Provenza ed è giunto fino a Catania per dirci quanto sia importante difendere la lingua, la nostra, la lingua dei siciliani. Parla un italiano correttissimo con un riverbero francese che lo fa modulare verso il canto. La lingua, anche quando non serve più, perché non ha le parole giuste che aderiscono alla realtà, serve a farci essere qualcosa, serve a dirci chi siamo. Così ci insegna Marcel. Dice che nella sua terra, lOccitania (Francia meridionale), sono ormai in pochissimi che ricordano e sanno parlare la lingua dei padri, quella doc; da noi è un paradiso dice lui - almeno da questo punto di vista. Siamo in tanti a parlare in siciliano, ancora. Ancora per quanto?? Ancora per chi??
La Maison des Pays è una Federazione di associazioni culturali per la difesa delle identità delle regioni storiche dEuropa. Lavora da circa dieci anni per creare una sorta di rete di comunicazione e fornire strumenti di sopravvivenza a tutti quegli uomini che hanno avuto il sospetto che non si nasce per caso in un posto; che il legame con la terra e la lingua, che dora in poi chiameremo coscienza identitaria, è un percorso naturale, obbligato, dovuto, sacro. Parla Marcel, con il suo raffinato riverbero: Quando un uomo che non ha conosciuto i suoi genitori, sa che questi esistono da qualche parte del mondo, non si da pace finchè non riesce ad incontrarli. Altrimenti avrà la percezione solo di una parte di se; sarà mancante sempre di qualcosa. E così pure per la lingua madre. Adesso lui è il delegato generale della Federazione ed è sempre in giro per lEuropa, ad incontrare le varie realtà che combattono per gli stessi problemi, che urlano le stesse esigenze, che reclamano pari dignità. La Corsica, la Catalogna, la Sicilia, la Galizia, lIrlanda
A portarlo a Catania ci ha pensato quel visionario di Mario Di Mauro, responsabile di Terra e Liberazione, voce della Patria Siciliana; un foglio, quasi un giornale, assai raro: nel senso della preziosità ma anche della difficoltà di reperimento. Che gente, ragazzi! Sembra impossibile che nellera del New economy, Web, come va?? Tutto okkei! esistano persone che organizzino forum Pp a libertà di sprissioni e a difisa d a lingua siciliana. Eppure questi esistono; sono vicini a noi, e non hanno proprio le sembianze da extraterrestri. Ho partecipato a questo loro forum che è giunto alla seconda edizione. Ho visto ed ascoltato decine di persone convenire con la relazione dapertura di Mario : Noi chiediamo di introdurre lo studio della Lingua Siciliana in tutte le scuole pubbliche e private dellIsola ., ed altre richieste dello stesso tenore. Mi sono sentito come a casa, con tutta la dignità della mia origine e della mia lingua. Sarebbe giusto per il prossimo forum che tutti gli interventi fossero in siciliano ha proposto qualcuno. Approvato. Non vedo lora di rivederla questa gente. Giovani, intellettuali, studenti, operai, anziani professori. I miei fratelli siciliani.
Io scrivo canzoni e la lingua, nella mia musica, è spesso chidda nostra. Sono combattuto, a volte: scrivere in italiano, per una migliore divulgazione dei brani, o rimanere ancorato al mio accento indigeno? Cantare in lingua italica sarebbe, quanto meno, più comprensibile e, forse, mi regalerebbe più notorietà. Ma, a verità è ca sugnu propriu sceccu; nun ci ha fidu, criditimi. Ci provu, ci ripensu e ci riprovu; nenti! Ognunu havi la so vuci (o la so cruci, faciti viautri). Iu accussì ci cantu megghiu; mi pari ca lu stissu sonu di la me parrata maiuta a fari lu cantu chiù ntunatu, chiù sulenni, chiù amurusu, chiù arraggiatu, chiù duci e travagghiatu. Spiramu sulu ca stamici di Vivere nun si siddianu e nun mi traduciunu tuttu in taliano. Grazi e assabenedica.
Carlo Muratori
Siciliani doc
13-6-2000
Una cosa è la coscienza identitaria, unaltra il fanatismo etnico; e attenzione a non confondere le cose. Mi trovo allennesima conferenza su usi e costumi popolari, organizzata dallennesima associazione culturale. Dietro il tavolo due - tre persone (anziane), serie quanto basta per essere credibili; in sala età media sessant'anni; di giovani neanche lombra. La fauna femminile è spesso inanellata e sfoggia pellicce e bigiotteria; i "masculi" hanno baffi grigi, capelli grigi, panciotti grigi, giacche grigie. Facce paonazze, che ti danno l'idea dellalto contenuto alcolico delle loro letture. Cè sempre, a questo punto, un tale che tesse le lodi dell'illustre socio che terrà la conferenza: "Me lo ricordo, trent'anni fa, sempre uguale, la stessa passione, lo stesso slancio verso la ricerca e la cultura della Nostra Terra: un vero siciliano doc". Applauso. Si siede ed inizia la cosa. "Ma cu mu fici fari?!- penso io - Con tutto il da fare che ho...." in questi covi è solo un'esaltazione della "sicilianità"; non una parola critica, rigorosa, scientifica sulle nostre tradizioni; comparativa con altre forme di cultura popolare. C'è solo una frettolosa e sbrigativa fase che riguarda le fonti e i documenti a supporto delle affermazioni, il resto ricade sull'unica, basilare convinzione, generalmente condivisa da tutti, e guai a contraddire, "Niautri semu 'i megghiu!". Applauso. Ma vediamo nel particolare come si perviene a questa orgia di pensieri auto celebrativi. Sono soprattutto due o tre i leitmotive:
1. Il canto popolare siciliano è triste perché il nostro popolo è triste; ha sofferto da sempre. E il suo dolore è calato nelle sue opere. Segue la litania delle dominazioni subite (snocciolati come la formazione dell'Italia di calcio ai mondiali di Spagna): greci, arabi, normanni, francesi, spagnoli ecc.;
2. La poesia dei nostri canti è unica e sola. Non c'è regione al mondo che abbia nei testi la nostra profondità, il nostro sentimento, la nostra forza espressiva.
Ed ecco come, lentamente ma inesorabilmente, una cosa cominciata bene, con nobili propositi (che io sottoscrivo pienamente), che è stata voluta per diffondere la nostra cultura tradizionale, si trasforma in qualcosa di pericoloso, che confonde l'oro con la polvere, che non produce nessuna informazione corretta, ma semmai, nella migliore delle ipotesi, è perfettamente inutile.
"Ascoltate questo verso, e quest'altro ancora; guardate che eleganza, che forza. Sì, è vero, anche i Sardi, i Napoletani sono stati ...bravini, ma mai come noi." Passaggio obbligato è il paragone con i grandi poeti colti :Pascoli, Carducci, Dante Alighieri; ma cu sunu sti pueti?!. Sono tutti ovviamente perdenti rispetto al nostro contadino superstar. Ma che gliene frega (al nostro contadino) di Pascoli, Carducci, Dante Alighieri, con tutto il rispetto. Egli non sa neanche di fare poesia o musica, almeno come noi intendiamo queste due arti. Insomma quando ci apprestiamo a parlare di usi e tradizioni culturali dei popoli dobbiamo avere chiara in mente la assoluta instabilità ed inutilità del concetto di bello e brutto. Un canto popolare, una processione del venerdì santo, una ninna nanna serve a "fare cose"; non ha bisogno di essere bella per farle, quelle cose; deve essere semplicemente "funzionale". E non esiste popolo sulla faccia della terra, dalla Siberia alle tribù dellAfrica centrale, che non abbia proprie tradizioni interessantissime, piene di suggestioni e di storia; meritorie di rispetto tanto quanto le nostre. Ho detto una ovvietà così grande che mi sto affruntando a morte. Ma forse certe banalità conviene ripeterle. La nostra terra non ha bisogno né di detrattori né di folli spasimanti. Forse qualche momento di studio in più, con più chiarezza e distacco. E poi, avviciniamoli sti picciotti; i giovani sono interessati a queste storie più di quanto noi stessi crediamo; meno esaltazioni e meno complessi: più lucidità. E finiamola con questa storia del triste. Leggiamolo e citiamolo, ogni tanto, Micio Tempio. Il nostro amico conferenziere, adesso a stento trattiene le lacrime. Ci sta recitando, per chiudere, un canto di spartenza. In sala sono tutti commossi. La prof di lettere in terza fila e il preside di scuola media annuiscono continuamente, soffiano sul fuoco, sorreggono coi loro sguardi l'impeto declamatorio del Nostro. E chi lo ferma più?! Io, mischino di me, vorrei scapparmene in una tribù dell'Africa centrale o in Siberia. Applauso.
Carlo Muratori
Musica e buatte
27-6-2000
Bisogna intendersi sulla terminologia. Uno che canta è un cantante. Se scrive anche le sue canzoni è un cantautore. Pur scrivendo in tutte le lingue del mondo, egli rimarrà pur sempre un cantautore. Se scrive in siciliano, no! In questo idioma avviene una trasformazione miracolosa: diventi tout court un cantante folk. Non che questo termine sia offensivo, per carità. Anzi. In tutto il mondo viene usato con grande rispetto. Tranne quì. Ecco perché bisogna intendersi. Da noi (uno dei paesi al mondo con il più grande repertorio di tradizione orale) basta pronunciare folk, folklore, folkloristico, e già sei alla sagra della patata con un gruppo in costume tipico che balla la tarantella. E allora sei costretto a fare precisazioni, distinguo; insomma, alla fine, diventi pure un po rompiballe. E facile per chi fa jazz , rock, leggera o latino! Dice:Che musica fai? Jazz, rock, leggera, latino! La risposta è semplice, chiara. Basta una parola ed hai svelato un mondo; hai comunicato chi sei, il tuo progetto; che chitarra usi, con che accordi la suoni, che libri leggi e con chi esci la sera; e se sei al telefono la risposta è soprattutto breve: fai una musica di pochi scatti e risulti pure simpatico. La cosa si ingarbuglia quando mi capita di rispondere: Faccio canzoni in lingua siciliana; Allora fai folk!? mi chiedono; beh non proprio , Musica etnica!?, Bisogna vedere lei che intende .; World music contaminata?! In effetti più che a contaminare attualmente sono impegnato a bonificare con fuoco e sale .. Dallaltro capo quello capisce sempre meno. Anche perché da un po le mie risposte si fanno sempre più distratte, imprecise, confuse; il mio pensiero stacca progressivamente la connessione dal genere musicale che dovrei descrivere al tizio, e si concentra invece solo su un aspetto macabro: lo scatto telefonico; ma quantu custa sta musica?!; ma perché non mi decido a fare finalmente jazz, rock, leggera, latino .risparmierei sulla bolletta, almeno! Dire che non esistono le categorie nellarte, come nella musica, è solo uninnocente enunciazione teorica. La gente vuole sapere che musica fai e tu glielo devi descrivere semplicemente, chiaramente e velocemente. Nella buatta del supermercato ci deve essere scritto sopra acciughe, pomodoro, aliviniuri. La gente legge, sceglie e compra. Qui, in Italia, cè un reparto bello, ricco, profumato con linsegna vistosa ed elegante : Cantautori. Le buatte sono tutte preziose; quasi hai paura a toccarle; dentro cè oro. Letichetta recita: Prodotto rigorosamente in lingua italiana. Molto più in là, in un angolo buio, dismesso, dove il lezzo del tuma ragusano e dei capperi di Pantalica è acre e pungente, campeggia unaltra insegna misera, scritta a mano, col pennarello: Souvenir. Queste buatte sono impolverate e, se non fosse per qualche turista che di tanto in tanto si ferma ad osservare, sono lasciate al più squallido abbandono. In vetrina si affacciano friscalittati, tarantelli, carrettini colorati, e titoli di grande ingegno e fantasia: Sicilia amara; Sicilia profumata; Sicilia amuri miu; Sicilia mbalsamata, Sicilia sbriugniata. Pare che di notte, a negozio chiuso, qualche buatta dei souvenir, presuntuosa e scattiata di natura, abbia tentato di lasciare il proprio reparto per trasferirsi in quello dei Cantautori. Se ne sono accorti in tempo, per fortuna. Ha implorato in lacrime i vigilantes: Io non sono un souvenir, lasciatemi stare; sono una buatta da cantautore. Le guardie dapprima lhanno ascoltata. Poi le hanno chiesto di vuotare il sacco, per analizzarlo. Ebbene sì: gli ingredienti risultavano perfettamente uguali; due gocce dacqua. Stesso pomodoro, stesso formaggio, stesso sale, stesso pepe. Unica differenza la pronuncia; in questa buatta si chiamano pumaroru, furmaggiu, salifinu e pipiniuru. Eh, no! ha obiettato luomo del monte Non ci siamo! Sembrano uguali, ma questo prodotto è in lingua siciliana e non può stare nei cantautori. Che la buatta ritorni immediatamente al suo scaffale!.
Carlo Muratori
La musica in piazza
22-2-2000
Pensavo. E mentre pensavo fischiettavo. Intonavo col fischio un motivo afono, frattalico, insignificante; chissà da quale antro recondito del mio pensiero o della mia memoria veniva fuori quella che eufemisticamente chiameremo melodia?! Boh!! Eppure ci deve essere, pensavo, un collegamento fra questo sgraziato e sibilante fischio che emetto incontrollato e ciò che è dentro di me, nella mia testolina. Lavrò ascoltato già da qualche parte, -probabile prima risposta; lavrò sentito senza sapere di ascoltarlo, -e già questo e più problematico; lavrò già dentro di me senza averlo mai sentito in alcun dove, sì e chi sono io Giucas Casella?? Come si può inventare una musica così, dal nulla? Allora forse sto componendo per inerzia ispirativa. Però io penso che la composizione non sia una invenzione radicale; quanto piuttosto un riassemblare (con più o meno gusto talento) cellule ritmico-melodiche che di fatto già svolazzano nellaria, esistono. No, no! Io dico scrivere La Musica che non cera, che non cè mai stata! Già, è una parola. Ma da dove viene, allora; chi la fa La Musica? Pensavo. E mentre pensavo continuavo a fischiettare. O forse cè una musica che appartiene al tuo DNA, come il colore dei tuoi occhi, lattaccatura dei capelli, la quantità di iodio nella tua tiroide. Un abitus mentale che, alla fine, forse Musica non è, ma pelle, ossa, sangue. Tempo fa chiedevo a un contadino di parlarmi della musica del suo lavoro. Lui mi ha interrogato fisso negli occhi; con le rughe che si comprimevano come un foglio di carta paglia stretto in un pugno: Quali musica??? Sì- ribadivo- io lho sentita cantare durante la trebbiatura, incitare il cavallo con una melodia di straordinaria bellezza. Cosera quella Musica? Ma quali musica, e musica. A musica è o paisi, nta chiazza! Quannu si travagghia nun si nni fa musica! Meraviglioso; per quelluomo musicalissimo, intonatissimo, come un usignolo, lunico evento che lui reputava degno di appartenere alla magica categoria della Musica era la banda del paese (A musica); quella che suona nella piazza. Ciò che io avevo ascoltato no. Da bambino egli ha visto contadini più grandi incitare bestie nellaia per sminuzzare spighe di grano; invocare il vento per portar via la paglia e lasciare il frumento Veni veeeeeeentu, veni veeeeeentu, portiti a pagghia e lassini u frummeeeeeeentu. Quella melodia arcaica è diventata sua naturalmente; come la sua pelle, le ossa, la sua parola. Ed egli si riconosce in quel canto come quando guarda la sua faccia riflessa nello specchio dacqua da gebbia. Lì cè la sua natura, la sua identità. Chi gliela ha tramandata è riconosciuto da lui come un Padre. E, pensate, con tutto quel che per lui rappresenta, per il contadino quella cosa non è degna di essere chiamata Musica.
Adesso ho smesso di fischiettare. Penso soltanto, in silenzio. Mi sento un sordo. Un ubriaco. Quante centinaia, migliaia di melodie conosco io. Uninfinità. Apprese da dischi, radio, partiture. Quante trasmesse direttamente da mio padre o da mia madre, o da chicchessia? Tali da riaffiorare naturalmente nei momenti ciclici della mia vita: la festa, il lavoro, lamore. Non ricordo niente. Forse nessuna. Mi sento un orfano. In quante di tutte queste migliaia di melodie vedo riflessa la mia faccia? In nessuna di queste. E quella che io conosco per me è la sola, lunica possibile vera Musica. Ma, allora, dovè che risiede davvero la Musica? Il contadino, quello di qualche riga sopra, lo sa ed ha ragione: A Musica è nta chiazza!.
Alle radici del suono ibleo
1-3-2002
Ripercorrere le tracce del suono. Stabilire un contatto con le radici della memoria. Cercare per trovare risposte e ri-trovarsi per pacificare così linquietudine dello smarrimento. Tentare di far coincidere il solo pensarsi come parte di una comunità, oramai impercettibile, e la reale visione della propria identità. Per un musicista dai repertori tradizionali (ma per chiunque soffra di inquietudine) è tappa dobbligo, saltuariamente, andare ad abbeverarsi alla fonte, chiedere agli anziani di vincere la proverbiale stanchezza e riluttanza , per raccontarsi ancora una volta, per raccontarci di quel rito, di quel canto, del loro modo di dire oramai incomprensibile; ma non per questo privo di significati e vigore. La ricerca sul campo è ancora uno strumento validissimo di comprensione e documentazione dei fenomeni musicali derivanti dalle culture di tradizione orale. In pacifica opposizione a quanti sostengono lassoluta inutilità della ricerca oggi, (vuoi perché è stato documentato tutto il possibile; vuoi perché non ci sarebbero oramai testimoni viventi) diremo che i risultati sono inaspettatamente strepitosi; se non per le scoperte inedite o scoop su documenti unici, sicuramente per larricchimento umano che se ne trae. Ricerca è bello! Potremmo dire e fa bene alla salute del ricercatore e dellintervistato. Ho visto occhi di anziani e anziane brillare e inumidirsi al solo ricordo di un evento della giovinezza; ho toccato mani secche e tremanti, ma calde e vogliose di vita, che quando ti stringono ti chiedono, mute, di non andare più via. In quelle facce vedi in un attimo come eravamo, come saremo. La zona montana della provincia di Siracusa, laltipiano degli Iblei, caro a Cerere, è morfologicamente una terra di confine, o di continuità con il Maghreb tunisino, nella quale l'intricata rete di muri a secco testimonia una antica presenza delluomo. Labitante di quei luoghi è stato da sempre legato e rispettoso della natura, dedito alla pastorizia e al lavoro nei campi. La melodia del suo canto, laccento inconfondibile della sua parlata, non si è formato così, per caso! Il suono è una frequenza che reagisce, modificandosi, alle temperature, ai colori, a tutte le vibrazioni contigue che concorrono a formarlo; ogni corpo, vivente o minerale, ha una sua vibrazione che influenza lambiente circostante. Il suono ibleo è la risultante della "dolcezza di quel territorio, del bianco delle sue cave, degli intensi profumi di platani, lecci e roverelle. È come se la materia distillasse in spirito, incorporeo. O forse è vero il contrario se sul Libro dei Libri è scritto Allinizio fu il Verbo, in quanto parola, suono. Forse è proprio la frequenza che solidifica. Queste vibrazioni le ritrovi ascoltando i canti dellaia; quando il contadino, al centro dello spiazzo per la spagliata incita lanimale (un cavallo, un mulo) Vacci cuntenti e nun tabbannunari cu sabbannuna di la pena muori!.Cè una notevole differenza fra i canti della trebbiatura da me raccolti a Ferla, Sortino, Cassaro, Canicattini Bagni e simili melodie di altre zone della Sicilia. La naturale propensione al melisma (il gorgheggio finale, con cui il cantore indugia e gioca melodicamente sullultima sillaba) è molto comune, da queste parti; e ti rapisce per il suo acuto lirismo. Ed è una caratteristica riscontrabile anche nei canti damore (le serenate), come nelle novene natalizie; nelle filastrocche, come nei diesilli (da dies irae, canti funebri). La provincia di Siracusa ha pagato un prezzo fin troppo salato alla industrializzazione ed alla conseguente fuga dalle campagne. Si sono tranciate di netto tradizioni secolari di cui non si ha alcuna continuità nella nostra epoca (pensiamo alla drammatica scomparsa di tutto il sapere legato alla cultura popolare marinara). In questo progressivo ed inarrestabile sgretolarsi di tradizioni culturali (già ampiamente documentato dallo studioso Antonino Uccello) la zona iblea ci appare come lultima oasi protetta; una realtà dove ancora oggi (anche se a fatica) si tutelano e perpetuano aspetti rituali dal vetusto passato. Ho ultimato questanno la registrazione sul campo della Novena natalizia di Ferla che viene eseguita, esattamente come cento anni fa, dai cantori locali. Un gruppo di quattro giovani musicisti (fisarmonica Salvatore Pantano, friscalettu Salvatore Pisasale, Sebastiano Gallico e Paolo Garro le due voci) che agli angoli delle stradine, davanti ai presepi, nelle edicole votive, esegue una trentina di quartine che raccontano del viaggio della Madonna a Betlemme. È un concentrato di miele di timo. Ascoltate: E la pioggia ca cadieva (in qualsiasi altro posto della provincia si direbbe careva) lu gran friddu e la jlata quantu mali ci faciva (per gli altri sarebbe faceva) a la Virgini Sagrata. Così come a Canicattini Bagni per la Settimana Santa si esegue ancora u lamientu al SS Cristo. Anche nei riti canonici della Chiesa di S.Antonino a Ferla ho potuto documentare due orazioni in lingua siciliana antica: la coroncina per la Madonna del Carmelo e lOttavario dei Defunti. Brani cantati dal giovane parroco e dallintera comunità di fedeli. Per quel poco che può servire, tutta la nostra gratitudine a queste comunità che con semplicità e fermezza manifestano quel rispetto verso le proprie radici, che altrove, solo a qualche chilometro di distanza, sembra non importare più a nessuno.
Carlo Muratori