Gela. Industrializzazione senza sviluppo

di Eyvind Hytten e Marco Marchioni

a cura di Salvatore Parlagreco

Abituati a osservare il potere, concreto e visibile, sotto l'albero del carrubo della villa di Sua Eccellenza il Ministro o alla Camera del Lavoro, i gelesi, dall’oggi al domani, dovettero immaginarlo in qualche posto del mondo, anonimo e irraggiungibile, che qualcuno in fabbrica chiamava «sette sorelle»; sicché, alcuni anni dopo, non pochi ripresero a rifugiarsi nei misteri meno fitti e pretenziosi del Corpus Domini, nelle affidabili preghiere alla Madonna delle Grazie e Maria dell'Alemanna sotto lo sguardo paterno di Monsignore.

Introduzione

Storia di un libro e una città

I reportages della stampa e della televisione, le analisi degli editorialisti più influenti, le agghiaccianti notizie quotidiane di cronaca nera — più di cento morti negli ultimi tre anni, otto morti in un solo giorno — hanno fatto di Gela un caso nazionale.

Già una volta — invero — Gela era divenuta un caso nazionale: quando l'Agip scoprì il petrolio fra le piantagioni di cotone e le distese di frumento della sua pianura. Era il 1956. Rimase nelle cronache fino al 1960, allorquando Enrico Mattei — Presidente dell'Ente nazionale idrocarburi — insediò a Gela uno stabilimento petrolchimico — «Il più grande d'Europa», disse — vincendo una durissima battaglia con la grande industria privata. Mattei parlava del futuro di Gela come di un miracolo, con le certezze del sacerdote nell'offertorio. Il petrolio evocava ovunque immagini di ricchezza e conferiva alle parole le stimmate della verità.

Morto tragicamente nel cielo di Bescapé nel 1963, Mattei lasciò all'Eni una difficile eredità: trasformare l'avvenire preannunciato in fatti. Ma non aveva eredi: uomini della sua tempra non ne hanno. Aveva lasciato molti nemici potenti, come ogni tiranno illuminato: nemici subdoli, infidi, invisibili; ed altri, riconoscibili, meno potenti, ma altrettanto subdoli. Furono i primi, i meno sospettabili, a dare a Gela, presentata come la palingenesi dei mali del Sud, una brusca sterzata: l'azienda si sarebbe dovuta comportare da azienda e basta. Con l'occhio ai conti, insomma. I secondi — la classe dirigente locale — si sarebbero insediati, invece, tra le pieghe morbide delle nuove opportunità e delle risorse ingenti che l'Eni disponeva per conto suo e per conto dell'intervento straordinario per il Mezzogiorno. Dirigenti di partito miopi, tecnocrati cinici, burocrati d'apparato — militanti nell'esercito dei primi e dei secondi — videro in questa città che cresceva senza regole né equilibri affidabili, una incognita minacciosa. E smantellarono quel poco che c'era. Il potere, che fino all'arrivo dell'industria, veniva esercitato a Gela da Salvatore Aldisio, uno degli uomini più influenti della Dc nel dopoguerra, si trasferì altrove: un po' a Palermo, molto a Roma, moltissimo a Milano.

Gela accolse migliaio di immigrati senza poter disporre di nulla: case, strade, scuole, acqua, telefoni ecc. Nelle capitali della politica, della burocrazia, dell'economia, veniva ignorata. Dipendeva da Caltanissetta, capoluogo di provincia e sede di tribunale; da Piazza Armerina, sede di diocesi; da Porto Empedocle, sede della Capitaneria di porto; da Licata o Vittoria, per il distaccamento dei Vigili del fuoco, negli anni in cui esso fu smantellato. Il Commissariato di pubblica sicurezza contava su una decina di unità e la Pretura su un solo magistrato, spesso alla prima esperienza giudiziaria, L’abuso e l'impunità dilagarono e l'immigrazione, oltre che le nuove opportunità, indussero la mafia della vicina Riesi — allora legata al cosiddetto Vallone di Mussomeli-Vallelunga — ad interessarsi degli appalti e dei subappalti gelesi. L'episodio più cruento fu l'esplosione di una bomba che fece saltare l'auto di un sindacalista: un avvertimento senza vittime: la microcriminalità locale non era in grado di competere con i boss del Vallone nisseno in arrivo, allora più potenti degli stessi capi palermitani. Gela s'indignava per il suo morto ammazzato l'anno, talvolta nemmeno quello, per motivi passionali o questione di denaro: litigiosissima, conflittuale, ma senza morti ammazzati: perciò, tranquilla, come la descrivevano le veline della questura e gli ermellini nisseni, contrari all'istituzione di un tribunale a Gela. Tranquilla e religiosissima con le sue folle oceaniche nelle feste comandate in chiesa e nei comizi del Blocco del Popolo in piazza Umberto.

 

Il 1961, fra passato e presente

Il 1961 rappresentò lo spartiacque fra il passato e il presente.

Il Signore non fu cercato nel cuore della chiesa per molti mesi né nelle parole dei sacerdoti, ma nelle campagne di Maroglio, dove gli ex contadini e gli ex maestri di Gela partecipavano ai giorni della Creazione dell'Industria. (...) Fra le memorie dei campi geloi zampillava, infatti, il petrolio: Gela subiva l’ondata di uomini nuovi e l'avvento di nuovi capi. I contadini abbandonavano le campagne, i pescatori le barche, i maestri la cattedra per lavorare in fabbrica. Pochi capivano quel che stava succedendo, e quei pochi non potevano farci nulla. Alcuni gridavano al miracolo e si sentivano gravidi di futuri possibili. Scomparivano i boschi. venivano cancellate le dune di sabbia; fra i faggi di Maroglio arrivavano macchine grandi quanto un grattacielo, mentre il mare brulicava di navi come al tempo dello sbarco degli americani...

Abituati a osservare il potere, concreto e visibile, sotto l'albero del carrubo della villa di Sua Eccellenza il Ministro o alla Camera del Lavoro, i gelesi, dall’oggi al domani, dovettero immaginarlo in qualche posto del mondo, anonimo e irraggiungibile, che qualcuno in fabbrica chiamava «sette sorelle»; sicché, alcuni anni dopo, non pochi ripresero a rifugiarsi nei misteri meno fitti e pretenziosi del Corpus Domini, nelle affidabili preghiere alla Madonna delle Grazie e Maria dell'Alemanna sotto lo sguardo paterno di Monsignore.

(...) I carretti avevano fatto il loro tempo. Gli ultimi carradori di via Dell'Amore cercavano di prolungarne la vita, perdendoci gli occhi nel dipingere sulle fiancate storie di paladini e vite di santi. A cento metri dal forno di Sfasciamadonna c'era un bivio a separare la strada della zona industriale da quella della campagna. Il vecchio mondo e il nuovo, dopo aver percorso insieme un breve tratto di via Cascino ed aver indugiato davanti Sfasciamadonna, si davano l'addio. Com'era giusto.

Al bivio quelli che ancora campavano della terra, ed erano in molti, abbandonavano gli operai alla loro giornata in fabbrica, ma li seguivano un po' con gli occhi, prima di riprendere a scrutare il cielo, se mai una nuvola annunciasse la pioggia, regalando alla fatica il premio di un buon raccolto. Occhi carichi di rammarico, di rabbia, forse d'invidia, ma anche di speranza che la campagna, prima o poi, fosse miracolata, al pari dell'industria o grazie ad essa, per qualche ragione misteriosa.

(...) Dal faggeto di Bufala, accanto la foce del fiume Gela e il tempio di Bitalemi, alle masserie di Montelungo, la fabbrica aveva cambiato tutto: più dei cartaginesi, i greci, i berberi, Federico II e il generale Heisenhower messi insieme. Sul versante opposto aveva generato la città dei forestieri, cingendo d'assedio l'antico abitato. Nel declivio, fra i cespugli di Scavone, le inoffensive postazioni di artiglieria e gli ultimi ostinati canalari spiavano la nuova invasione con lo stesso distacco con cui, diciotto anni prima, avevano osservato lo sbarco dei soldati americani, che parlavano in dialetto siciliano e distribuivano qualche pallottola e molte pacche sulle spalle.

Le cupole bianche dei «fortini» militari ricordano l'animo beffardo e amaro della collina grande: un segno insopportabile di resa o una testimonianza concreta di libertà e di coraggio, a seconda degli occhi che la guardano. Il posto dei forestieri, che scivola lentamente verso la piana e s'affaccia sul golfo ventoso, s'affollava di case, quelle di ogni sobborgo industriale con lucernai angusti ed angosciosi da destinare agli operai, ma anche di palazzi a sette piani che in fabbrica venivano chiamati torrette e assegnati ai quadri intermedi: di villette protette da alte siepi e opere murarie per i dirigenti: una gerarchia esemplare dei bisogni che la collina grande non era riuscita a darsi in duemila e cinquecento anni di storia.

All'ingresso della città dei forestieri, un cartello con la scritta «proprietà privata» aveva l'incarico di ricordare i vincoli di consanguineità con la fabbrica e la separatezza fra i guai della collina e quelli dei nuovi venuti.

Regione "malata" in uno Stato "sano""

Per un decennio le vicende di Gela furono raccontate da inviati speciali e viaggiatori distratti, la cui attenzione era attratta soprattutto dagli episodi di costume: non una parola, o quasi, sul disperato abbandono in cui viveva la comunità, priva dei servizi di prima necessità. La pubblicistica meridionalista inaugurò una stagione felice negli anni settanta, grazie ad alcuni studiosi stranieri. Si cominciarono ad analizzare finalmente con rigore e senza pregiudizio le condizioni di sottosviluppo del Mezzogiorno e i fenomeni ad esso legati, come la mafia. Testi molto citati ma poco conosciuti: la loro lettura e il loro studio costituiscono ancor oggi un prezioso patrimonio di conoscenza sul Mezzogiorno. Block, Hess, Hobsbawm, Hytten e Marchioni, sono alcuni degli autori che elaborarono le analisi di maggiore interesse. Anton Block, che insegna antropologia all'Università di Amsterdam, visse a lungo con gli abitanti di un paesino siciliano — che chiamò nel suo saggio «Genuardo» — per studiare i fenomeni sociali e i comportamenti che producevano i meccanismi del potere: il potere formale e quello della mafia. A conclusione della sua esperienza scrisse «La mafia di un villaggio siciliano», una analisi rigorosa che non si avvale solo dei consueti articoli di cronaca e degli atti processuali, ma dell'osservazione diretta e quotidiana della realtà. Il libro fu stampato dalla Harper & Row Publischers di New York nel 1974: solo dodici anni dopo — nel 1986 — venne tradotto e stampato in Italia dall'Editore Giulio Einaudi.

Perché dodici anni? Charles Tilly, autore della prefazione all'edizione italiana, offre una interessante — seppure indiretta — chiave di lettura. La mafia, ricorda Tilly, è uno strumento di gestione piuttosto che un'espressione di disordine. Essa non può essere letta come sinonimo di sottosviluppo di un paese, residuo di un passato senza legge, ma è «il prodotto della particolare forma di sviluppo che il processo di formazione dello Stato ha avuto in Italia».

Henner Hess, che insegna presso l'Istituto di criminologia dell'Università di Heidelberg in Germania, venne in Sicilia che aveva compiuto 22 anni e vi soggiornò dal 1962 al 1966 per svolgere ricerche che gli dovevano servire per conseguire il dottorato, a conclusione degli studi di sociologia e psicologia effettuati a Berlino, Heidelberg e Lexington (Usa). Nel 1970 Hess scrisse il suo saggio, «Mafia», che Laterza pubblicò tre anni dopo con una prefazione di Leonardo Sciascia. Come Block, Hess non si affidò solo ai documenti ufficiali, né alle impressioni degli inviati speciali e dei viaggiatori: visse nei luoghi che erano oggetto della sua ricerca e parlò con la gente per cercare di capirla. Un lavoro minuzioso e, come annota Sciascia, «senza pregiudizio e pieno di buon senso». Hess esaminò i risvolti violenti e i comportamenti ambigui del potere mafioso, raccontando storie esemplari di brogli elettorali attuati dalla mafia dal 1860 al 1960 per far prevalere i suoi candidati. «Lo Stato può sconfiggere la mafia — ne dedusse Hess — quando alla lotta contro il crimine unisce la lotta contro le sue cause sociali. Il diverso modello di intervento degli organi amministrativi e giudiziari statali dipende dal carattere della classe che si serve dello Stato come strumento di dominio». Semplificando, sia per Block quanto per Hess, una comunità non nasce mafiosa, ma ci diventa.

«Mafia» suscitò aspre polemiche ed il libro non ebbe la fortuna che avrebbe meritato, come capitò al saggio di Block. Tuttavia il testo resta un'opera inattaccabile dal punto di vista scientifico, anche perché priva di quelle suggestioni, emotività, pregiudizi che accompagnano solitamente per mano il lettore nella lettura di molte analisi sul fenomeno mafioso nel Mezzogiorno d'Italia.

Dieci anni prima di Hess, Henrich Hobsbawm, aveva illustrato in appena trenta pagine in modo esemplare le varie manifestazioni mafiose del Mezzogiorno nel suo celebre libro, I ribelli, pubblicato da Einaudi. Ma occorre andare indietro di un secolo per trovare un modello di ricerca affidabile quanto quello intrapreso dai sociologi nord-europei. Solo la relazione del prefetto Bonfardini e l'inchiesta di Sonnino e Franchetti nel 1876 hanno caratteristiche simili. Sia Bonfardini quanto i toscani Franchetti e Sonnino prepararono infatti la loro indagine accuratamente, la elaborarono dopo lunghe ricerche nel Sud, analizzando le connivenze fra rappresentanti dello Stato e mafia in un quadro di scandaloso abbandono del Mezzogiorno. Leopoldo Franchetti ne dedusse che non poteva esistere una regione ammalata in uno Stato sano.

È sorprendente rilevare che non solo il modello di ricerca ma anche alcune intuizioni sembrano comuni sia alle analisi compiute da Hess, Block, Hobsbawm, che agli scritti di Bonfardini, Sonnino e Franchetti.

Gli effetti moltiplicativi

Marchioni e Hytten studiarono a Gela i meccanismi del potere durante il processo di trasformazione di una società arretrata ed a carattere agricolo in una società industriale, assistendo al fallimento degli obiettivi di sviluppo affidati all'insediamento della grande industria: invece che i cosiddetti effetti moltiplicativi, determinati dall'investimento nella chimica di base, e gli automatismi di crescita preconizzati, si verifica un vistoso aggravarsi delle condizioni di degrado del territorio e il lento radicamento della mafia, prima inesistente.

Al filone di ricerche e di studi condotti sul campo va perciò ricondotto il saggio del norvegese Eyvind Hytten e del romano Marco Marchioni «Industrializzazione senza sviluppo: Gela, una storia meridionale», edito nel 1970 da Franco Angeli ed introvabile nelle librerie perché l'intera tiratura fu acquistata blocco da misteriosi acquirenti. L’opera poté circolare tuttavia ugualmente in ristretti ambienti culturali in copia fotostatica, quasi clandestinamente, divenendo il manifesto del nuovo meridionalismo ed una durissima accusa contro l'intervento straordinario nel Mezzogiorno e l'industrializzazione «selvaggia». La comunità di Gela e il libro che racconta una breve ma intensa fase della sua plurimillenaria storia — la città fu fondata dai Rodio-cretesi sei secoli prima di Cristo — vennero accomunate dal medesimo destino.

È necessario fare un passo indietro, a questo punto. Marchioni ed Hytten andarono a Gela su invito dell'Isvet, una società di ricerche del gruppo Eni e per iniziativa del capo dell'ufficio delle Pubbliche relazioni dell'Eni, Marcello Colitti, preoccupato della crescente conflittualità fra la comunità gelese l’industria. Avevano il compito di studiare le cause della conflittualità ed indicare il modo per superarle. I due studiosi erano invero più interessati a ragionare sui fatti gelesi, visti all'interno dei processi di sviluppo indotto nel Mezzogiorno, piuttosto che sul contenzioso locale, ma l'occasione era ghiotta e l'invito divenne uno stimolo ad occuparsi di una realtà che viveva un processo d'industrializzazione altrove verificatosi in tre o quattro secoli. Un episodio irripetibile.

Le due ottiche, in partenza, apparivano omologabili, ma quando Marchioni e Hytten si resero conto che i criteri di fondo, che ispiravano le decisioni dei dirigenti dell’industria, avrebbero potuto produrre guasti irreparabili, oltre che cancellare ambiente e modelli culturali, il conflitto divenne inevitabile.

L’isolamento irreversibile

Marchioni e Hytten elaborarono una loro diagnosi, che non piacque ai committenti. Con il risultato che lo stesso pur limitato progetto di intervento per migliorare le relazioni fra comunità e industria, fu visto come un pericoloso strumento di destabilizzazione della politica aziendale e dello stesso intervento straordinario nel Mezzogiorno. I due sociologi conobbero così il più completo isolamento. L’Eni, che li aveva voluti, li ritenne fonte di molti prevedibili guai: il loro punto di vista poteva provocare una brusca inversione di tendenza sugli incentivi per il Mezzogiorno. Gli stessi ambienti sindacali e della sinistra culturale e politica temettero che le critiche di fondo, mosse alle partecipazioni statali e all'intervento straordinario nel Sud, facessero ripiombare indietro le conquiste occupazionali, non essendovi alternative; una parte della Confindustria — vicina alla Montedison e alla Sir-Rumianca di Nino Rovelli — era restia ad utilizzare gli sbagli dell'antico nemico pubblico — l'Eni — avendo paura che ciò avrebbe mandato all'aria il grande affare della chimica nel Mezzogiorno (Nino Rovelli costruì il suo impero chimico senza spendere una lira di tasca sua). Le classi dirigenti locali, infine, temettero che la piccola ma già solida rete di piccoli affari e imprese che si muovevano nell'appalto e nel subappalto del petrolchimico — settore su cui scommetteva per riciclare il vecchio potere con collaudati sistemi clientelari — potesse subire irreparabili smagliature.

Marchioni e Hytten furono invitati a lasciar perdere, blanditi, combattuti. Il loro saggio, consegnato all'Isvet secondo gli impegni assunti, non fu preso in considerazione e la loro attività non retribuita. Non restava che prendere le valige e andarsene. Ma i due decisero di fare diversamente. Resistettero ai suggerimenti che giungevano loro da ogni parte. Il progetto era irreparabilmente compromesso, l'isolamento irreversibile, la necessità di trovare un nuovo lavoro ormai pressante: decisero di stampare il saggio e cercarono un editore. Molte porte rimasero chiuse. Incontrarono gli ostacoli di chiunque abbia un testo commercialmente incerto da proporre e le diffidenze suscitate dall'eresia del testo stesso. Quando sembrava che tutte le strade fossero precluse, arrivò il consenso dell'editore Franco Angeli. In poco più di un mese il libro fu stampato e distribuito in libreria. Ma le copie che vi giungevano, si esaurirono in poche ore e ad ogni nuovo rifornimento si verificò lo stesso fenomeno. Il 6 aprile 1970, in una lettera, Eyvind Hytten raccontò ciò che accadeva. «Franco Angeli — scrisse — ha personalmente confermato a Marco (Marchioni, n.d.r.) di avere ricevuto un sacco di pressioni prima, e offerte di ricompensa, dopo, perché non pubblicasse il libro... Le sorti del nostro lavoro rispecchiano il fatto che esso denuncia: la troppa facilità dell'Eni di manipolare certi ambienti già naturalmente propensi a dire e fare quello che fa comodo all'azienda… Il libro è il risultato modesto di un'operazione che all'inizio si pensava potesse essere ben più concreta e incisiva. Doveva essere, secondo le previsioni iniziali, solo uno degli strumenti (indispensabile ma non sufficiente) per realizzare quel progetto di intervento concreto di tipo socio-educativo per cui venimmo a Gela. Anzi, accanto al libro ci sarebbe stata tutta una serie di pubblicazioni fatte collegialmente nel corso di un seminario permanente... Siccome siamo d'accordo nell'interpretare i problemi di Gela tanfo come problemi locali quanto come riflessi di una patologia meridionale e nazionale, evidentemente il momento intellettuale (gli scritti, cioè), avrebbe anche avuto una dimensione che oltrepassava i limiti di Gela, coinvolgendo per quanto possibile l'opinione pubblica nazionale. Ora, per i vari intralci e sabotaggi, quanto è restato di questa grande baracca non è altro che il libro, il minimo che potevamo fare, se non altro per giustificare la nostra presenza a Gela e per denunciare i limiti di certi tipi di intervento correttivo e in fondo eversivo (Ises, Cassa, Relazioni pubbliche...) quindi un libro che nella migliore delle ipotesi potrà avere un effetto indiretto: uno, tramite il quadro di interpretazione (e quindi, possibilmente, d'azione) che offre a chi legge; due, sull'opinione pubblica più in generale».

«Ci rendevamo conto — ricorda Marco Marchioni — che avevamo speso due anni del nostro lavoro e che avevamo diritto ad essere risarciti. Ci venne posta però come unica condizione al riconoscimento di questo diritto, l'impegno a non pubblicare il libro. Naturalmente non accettammo e grazie ai buoni uffici dell'urbanista Francesco Indovina, prendemmo contatti con l'editore Franco Angeli».

 

Delusioni cocenti

Marchioni lasciò Gela e tornò in Spagna dove, conseguita la laurea in Scienze politiche e la specializzazione in Scienze sociali, aveva già per due anni lavorato come responsabile di un progetto di sviluppo nella provincia di Malaga. Eyvind Hytten rimase ancora alcuni mesi a Gela: ormai da un anno l'unica fonte di sostentamento era rappresentata dalle lezioni di inglese e di pianoforte della moglie Cristina e da alcune sporadiche collaborazioni con istituti di ricerca internazionali. La delusione era cocente, almeno tanto quanto quella subita nei quattro anni trascorsi a Partinico, dal 1960 al 1964, come Segretario generale del Centro studi per la piena occupazione istituito da Danilo Dolci. Ma le due esperienze gli facevano amare di più l'Italia e la Sicilia, invece che indebolire la sua volontà di rimanere. Dovette andarsene: nessuno a Gela gli diede l'opportunità di continuare il lavoro.

Sei anni dopo Hytten tornò a Gela. Gli chiesi di tirare le somme del suo lavoro. «In fondo — mi disse — il problema è la estromissione dei protagonisti principali, la gente del meridione, dai processi di cambiamento; cioè la sopraffazione di quelli che dovrebbero essere gli "utilizzatori" da parte di uno Stato assente di forze politiche non rappresentative, forze economiche con interessi estranei alla realtà ed alle esigenze locali!.. Tutti, comunque, purtroppo sono riusciti a fare credere alla gente di agire nel vostro interesse. Certo, capisco che il problema va visto all'interno di una realtà fatta di partiti, di sindacati cioè di apparati che potrebbero essere giudicati come strutture di conservazione del potere più che di promozione di una ideologia. Ma che cosa ci mettiamo al posto dell'apparato, sia esso un partito o un sindacato? Prima o poi ci mettiamo un altro apparato, con le sue regole, la sua burocrazia, le sue lotte interne per il potere, perché a questo punto non credo che in una società così complicata come quella italiana, si potrà fare qualcosa di spontaneo, semplicemente non ci credo. I problemi sono troppo grossi... Bisogna forse diventare più politici; bisogna riscoprire quella carica ideologica che una volta fu la ragione per cui è stato creato questo o quel partito. C'è stato uno svuotamento dell'idea nel partito, perché l'apparato, la struttura del potere, ha portato alla rinuncia delle scelte ideologiche, per ottenere posizioni di forza sia come gruppo che individualmente. Allora non è la depoliticizzazione che ci vuole, ma un risveglio dell'idea... Come funzionario delle Nazioni Unite, ho organizzato un convegno sull'industrializzazione in Romania, con la partecipazione di ottanta paesi. La preparazione di quel lavoro è stata influenzata dall'esperienza gelese... Questo significa che quanto si è fatto a Gela è di interesse molto largo. Difatti in quel convegno, certe problematiche osservate qui a Gela sono rispuntate in molti contesti diversi».

Diciassette anni dopo scrisse in un articolo che i due anni trascorsi a Gela erano stati fra i più felici che ricordasse... «Ho potuto assistere a quello che stava succedendo con la cosiddetta industrializzazione, cioè la fine di un mito e della missione di rinnovamento dell'industria petrolchimica… Solo alcuni hanno letto il mio libro: purtroppo è tanto piaciuto all'industria che questa ne ha acquistato quasi tutta la tiratura. È triste constatare che tutto è rimasto come allora, o è peggiorato. Certo, bisogna ammettere che c'è stato molto assenteismo, mancanza di senso della comunità, di una identità siciliana, meridionale gelese».

La moglie Cristina — dopo la morte di Eyvind, avvenuta in maggio del 1990, — rinvenne tra le carte uno scritto che racconta la scelta di abbandonare la Norvegia e il lavoro universitario e di venire in Sicilia. «Non immaginavo di dover cambiare vita — egli scrive — né di imbarcarmi in un'avventura senza ritorno». Conseguita la cattedra di filosofia morale e sociale all'Università di Stoccolma, appena trentenne, Eyvind Hytten incontrò Danilo Dolci in casa di amici comuni a Stoccolma. «Sapevo vagamente delle sue attività per lo sviluppo in Sicilia occidentale («sviluppo dal basso» era lo slogan del tempo) e quando lui, coi suoi modi sbrigativi di sempre, dopo avermi conosciuto sì e no un quarto d'ora mi chiese di venir giù per amministrare la nuova organizzazione che stava mettendo in piedi — avendo da poco vinto il Premio Lenin e perciò con nuove risorse in tasca — ho detto di sì con uguale incoscienza. Forse avrei già dovuto capire che questo gesto mi avrebbe fatto cambiar vita, carriera e tutto il resto, per sempre. Ma per il momento c'era solo l'avventura e la sfida di buttarsi in cose sconosciute che mi avrebbero fatto confrontare con la realtà, meglio e più della tranquilla carriera accademica... A Partinico, dirimpetto la mia casa c'era la casa, in blocchi di tufo con il pavimento di terra, di Lina e di suo marito muratore, con tre figli un po' più grandi dei nostri; dall'altro lato del vigneto stava Ciccio, chiamato Occhigrossi, factotum del Centro ed instancabile amico. Anche l'allevatore di maiali che stava dietro la nostra casa, con sette figlie che erano la sua disperazione a causa della dote, ci davano un senso di tranquillità anche in quest'angolo sperduto di un paese così malfamato, con Montelepre del bandito Giuliano a pochi passi».

Dopo Partinico, Gela; e dopo il purgatorio di Gela, Ginevra, le Nazioni Unite: nel 1971 divenne capo del Programma europeo di sviluppo sociale, anni dopo coordinatore delle operazioni di soccorso Onu in Pakistan orientale e Bangla Desh, infine rappresentante dell'Onu in Angola. Nel 1982 tornò in Italia. Voleva viverci fino alla fine. La morte lo colse mentre scriveva, a Roma, i ricordi della sua vita in Sicilia.

La vita e gli studi di Eyvind Hytten fanno parte a pieno titolo della storia del Mezzogiorno d'Italia. Leggendo il testo che proponiamo— «Industrializzazione senza sviluppo: Gela, una storia meridionale» praticamente inedito, è possibile comprendere molto di più che in tante pagine scritte da editorialisti, inviai speciali e saggisti dei nostri giorni. L’accostamento con recenti testi di successo indurrà ad amarissime riflessioni sulla insultante ignoranza e la cattiva coscienza di certa pubblicistica meridionalistica. Il saggio costringe a chiedersi perché mai, solo autorevoli studiosi stranieri come Hess, Block, Hobsbawm e Hytten abbiano prodotto le analisi più rigorose, più informate, più serene sul Mezzogiorno.

I giovanissimi killer di Gela, che hanno venti anni e che sono il braccio armato di una mafia sprovvista di radici e tradizioni culturali, hanno stimolato tante osservazioni, ma non sono riusciti a suggerire domande essenziali. Come queste: perché è potuto accadere che ingenti capitali e risorse gestiti a Milano e Roma abbiano provocato la nascita della più feroce mafia del Mezzogiorno d'Italia? Le responsabilità siciliane, gelesi in particolare, pur gravi ed inoppugnabili, possono spiegare da sole lo scandalo di un territorio abbandonato dallo Stato e concesso in appalto all'industria e ai suoi meccanismi necessariamente produttivi?

«A Gela, spesso presentata come la vetrina in cui ammirare i miracoli di trasformazione indotti in pochi anni dall'intervento dello Stato — scrivono Hytten e Marchioni nel 1970 — abbiamo vissuto il dramma della totale discrepanza fra questa immagine e la realtà. E la conseguente amarezza non solo di chi si trova lasciato nell'abbandono di sempre ma di chi viene considerato responsabile di non aver saputo valorizzare le opportunità miracolose che gli sono state offerte... Lo sviluppo basato sull'accumulazione anziché sulla distribuzione dei beni, sul concentramento del potere e delle opportunità, sull'ulteriore emarginazione della collettività, anziché sulla maggiore partecipazione alla vita pubblica, è un pericolo che investe tanto le società opulente quanto le comunità in via di trasformazione. A Gela abbiamo potuto vedere una delle manifestazioni più crude di questo pericolo ed allo stesso tempo l'unica soluzione possibile, che è quella di saper coinvolgere tutti nei processi che determinano il futuro».

 

Industrializzazione senza sviluppo. Gela Parte prima

di Eyvind Hytten, Marco Marchioni

La città di Gela ha un'origine molto antica, essendo stata colonia greca (1). Le tracce di tale origine sono ancora presenti e si possono trovare, seppure con una certa difficoltà, nel bellissimo Museo Nazionale e nelle mura, ottimamente conservate, di Capo Soprano.

Gli abitanti di Gela sembrano, però, aver dimenticato tali origini e non si può affermare che la situazione attuale abbia profondi legami con quel passato.

La Gela di oggi i suoi legami li conserva, invece, con un passato molto più recente.

La sua vita è, infatti, condizionata, da una parte dalla situazione di sottosviluppo dell'agricoltura tradizionale e, dall'altra, dalla presenza di un colossale stabilimento petrolchimico dell'Anic, azienda appartenente all'Ente Nazionale Idrocarburi (Eni).

A Gela si può arrivare dai quattro punti cardinali.

Per coloro i quali vi giungano da sud, ovest ed est, il primo contatto avverrà attraverso la mediazione della nuova civiltà industriale.

Infatti, per coloro che giungano da sud, cioè dal mare che guarda il continente africano, essi avvertiranno la presenza del progresso mediante il grande porto-diga dell'Anic, costruito per accogliere i grossi mercantili e le petroliere che riforniscono lo stabilimento e che vengono a caricare i prodotti finiti destinati all'esportazione.

Chi giunga da ovest (da Palermo, da Agrigento, dal triangolo della miseria siciliana), ad una curva della strada nazionale, vedrà improvvisamente un grande villaggio residenziale per i dipendenti dell'industria Anic.

Chi vi arrivasse da est, giungerà direttamente a ridosso del grande stabilimento, con i fumi, le luci, le grandi attrezzature, i serbatoi, i camion. Lungo lo stabilimento vedrà le centinaia di autovetture, le motociclette e le biciclette e comprenderà immediatamente l'evidenza del progresso economico e sociale che la grande industria ha portato in questa anticamente depressa parte della Sicilia.

La cosa è certamente più complessa per coloro i quali arrivino a Gela dal nord. Infatti la città è visibile da una grande distanza come una striscia uniforme identificata con lo spartiacque di una lunga collina, adagiata in direzione est-ovest, parallelamente al mare.

Da due o tre chilometri di distanza è visibile anche lo stabilimento che, di notte a causa della fortissima illuminazione, può essere confuso con una moderna città; di fronte prenderà corpo la visione di un grosso centro, fortemente popolato, scarsamente illuminato, attestato sulla collina e con le case che si stanno, gradualmente, avvicinando alla pianura.

Alla fine della superstrada (che collega Gela con Caltagirone e che dovrà unirla con Catania) tutto sarà, ancora una volta, chiaro: un Motel Agip campeggia all'ingresso della città, con un grande spiazzale, pompe di benzina, autovetture parcheggiate all'esterno.

Quindi il passante può pensare che Gela non presenta misteri; le tracce della nuova civilizzazione sono troppo apparenti, troppo «presenti» per lasciare dubbi. L'industria ha sradicato l'antico sottosviluppo apportando tutta una serie di «fatti» quali quelli che si possono trovare sull'Autostrada del Sole. Naturalmente, il passo seguente è anche molto semplice: la città di Gela è ormai definitivamente acquisita ai nuovi modelli di comportamento e di sviluppo delle zone più progredite del Paese.

Il paese-città di Gela conta oggi esattamente 65.066 abitanti. Non molti anni fa la sua popolazione era ancora di poco più di 40.000 abitanti: quella di un grosso centro rurale non insolita in Sicilia. Nel giro di pochi anni, Gela ha visto aumentare la sua popolazione di più del 50%.

Questo aumento massiccio della popolazione, che ricorda da vicino i processi di urbanesimo subiti dalle grandi città industriali, ha modificato e scombussolato l'antico — seppur lacunoso — ordinamento urbanistico e sociale della città.

Gela possiede oggi le dimensioni e le potenzialità per essere una città, ma le sue attrezzature arretrate, la mancanza di nuove strutture in tutti i campi, lo impediscono; e continua ad essere un grosso paese che ha visto moltiplicati i suoi antichi problemi ai quali si sono andati sovrapponendo i nuovi, derivati dalla crescita demografica, dall'insediamento industriale, dall'immigrazione, dalle nuove necessità.

Tra queste due realtà, attuali ed antiche, ma ambedue pressanti Gela vive faticosamente.

Schematicamente la città potrebbe essere descritta così: il nucleo centrale dell'abitato, molto allungato sullo spartiacque della collina in direzione est-ovest; sui due versanti della collina si è andato sviluppando il paese; cioè in parte verso il mare e, in parte, verso la piana, secca e argillosa, che prende il nome da Gela.

Nello stesso tempo il Comune ha continuato ad allungarsi lungo l'asse centrale che coincide con la strada principale, o corso, così come molti altri comuni siciliani.

La presenza dei due «fatti» nuovi urbanistici — quali lo stabilimento petrolchimico ed il villaggio residenziale — e la crescita disordinata del paese ha creato una nuova situazione socio-urbanistica.

La vecchia Gela rimane ancora circoscritta nell'ambito delle mura della antica Terranova (2). Essa aveva una dimensione in certo grado proporzionale: infatti il paese si era andato costruendo attorno al nucleo centrale costituito da un tratto di corso; Gela si era, cioè, mantenuta sul limite della collina senza traboccare oltre in nessuna direzione.

Ciò era dovuto al fatto che la costruzione sul versante che guarda al mare era resa estremamente difficile dalla natura franosa del terreno; verso la pianura, invece, dalle malsane condizioni di quella per la presenza di acque paludose e malariche. Negli altri due sensi, cioè lungo la striscia orizzontale, la espansione era stata limitata dal desiderio di vivere nei pressi del centro della vita comunitaria: la piazza ed il corso.

Queste limitazioni, di tipo sia naturale che culturale, avevano contribuito forzosamente alla creazione di quartieri sempre più popolosi e sovraffollati nei quali si andavano addensando le classi povere e diseredate: piccoli proprietari, braccianti agricoli, disoccupati permanenti.

La piccola e media borghesia, una volta esaurita la possibilità di stabilire la propria residenza nei pressi del centro, aveva cominciato a cercare nuovi spazi vitali e le zone verdi e affacciantesi al mare — specialmente nella collina di Capo Soprano — avevano visto la nascita di nuove ville signorili e, in tempi più recenti, di piccoli palazzi.

Ma le necessità di vario ordine, economico, sociale e culturale, continuavano ad essere valide per certi settori della borghesia i cui interessi affondavano nell'economia del paese stesso. Per questo all'interno del vecchio centro storico di Gela si sono viste nascere nuove costruzioni, talvolta enormemente grandi rispetto alla dimensione urbanistica ed architettonica normale, sulla piazza centrale e sul corso stesso.

Ma la parte centrale dell'abitato continua ad essere complessivamente coerente con la vecchia dimensione urbanistica del comune. Sussistono e si sono aggravate le condizioni dei vecchi quartieri delle classi povere.

Prendendo il corso come spartiacque reale ed emblematico della stratificazione sociale, si potrebbe affermare che mentre la piccola e media borghesia antica, cioè legata alla sorte ed alla vita della comunità gelese tradizionale, rimane sul corso o nelle vie immediatamente adiacenti, la nuova borghesia, più direttamente legata ai nuovi fatti industriali, cerca la propria dislocazione al di fuori dell'abitato antico, cioè nella periferia e nelle zone residenziali.

Le classi povere, il proletariato ed il sottoproletariato agricolo rimangono invece inesorabilmente attestate nei vecchi quartieri malsani della città, che occupano la parte adiacente al corso e prospiciente la pianura.

Le strade sono, in gran parte, acciottolate o non asfaltate; mancano quasi totalmente i servizi igienici nelle case che sono costruite secondo il modulo conosciuto in qualsiasi paese della Sicilia Occidentale; molto spesso si tratta di un solo vano, diviso artificialmente in vari spazi destinati a vari usi. Spesso anche le bestie (l'asino o il mulo) ed i carri agricoli sono necessariamente ospitati all'interno dell'abitazione. Il sovraffollamento è enorme. Alcuni studi sulle condizioni sanitarie della popolazione indicano la presenza e la diffusione della tubercolosi. Il tifo appare come una manifestazione endemica, malgrado il numero limitato dei casi denunciati. È evidente che il sovraffollamento, la mancanza di acqua e di servizi ne sono la causa più immediata; ci pare comunque inutile insistere nella descrizione di questi fenomeni in quanto sono ben conosciuti e più volte denunciati. La sola cosa da dire, a questo riguardo, è che questi fenomeni e queste situazioni persistono se non, addirittura, si aggravano proprio per la natura stessa dello sviluppo economico che si è avuto a Gela.

Un fenomeno, invece, più interessante ai fini della comprensione del «particolare sviluppo» avutosi a Gela, è la nascita ed espansione rapidissima di nuovi quartieri popolari. Non ci riferiamo a quartieri di case popolari costruite dall'ente locale o da altri enti pubblici regionali o statali (3), ma alla crescita spontanea di nuovi conglomerati occasionali di case che sono andati sorgendo in questi anni a ridosso dei vecchi quartieri della città.

Sia il vecchio Piano Regolatore — bocciato anni fa dalla Commissione Provinciale di Controllo — che il nuovo (approvato da pochi mesi dal Consiglio Comunale ed in corso di approvazione da parte degli organi regionali) vedono la fondamentale espansione edilizia di Gela sulla direttrice centrale del paese ed in direzione ovest, cioè verso Capo Soprano, nell'evidente tentativo di collegare la città con il Villaggio residenziale di Macchitella e con la zona più disponibile per le costruzioni.

Nello stesso modo i due piani prevedevano la necessità di rinverdire tutta la parte collinare prospiciente la pianura in quanto considerata malsana. Nel vuoto urbanistico-legislativo tra i due piani, invece, tale zona è andata riempiendosi di costruzioni: i privati — in questo caso lavoratori della campagna, emigrati, manovali edili — hanno risolto individualmente il problema della casa e lo hanno fatto, cosa del tutto naturale, nei termini da loro conosciuti: cercare un terreno non troppo caro, costruire alla giornata, cioè man mano che si dispone di denaro. La divisione interna di queste costruzioni è migliorata nel senso che si dispone di maggiore spazio e, quindi, di più vani. La base economica di questo «sviluppo» edilizio è soprattutto costituita dalle rimesse degli emigranti: la casa continua ad essere considerata il più sicuro degli investimenti.

La mancanza di prospettive e di una vera politica della casa portano a questi tipi di sviluppo edilizio che, alla lunga, nuoceranno a tutti e che, per il momento, sono le classi più povere a pagare pesantemente.

Il centro del paese è costituito dalla piazza centrale e dal corso Vittorio Emanuele (o Salvatore Aldisio) che attraversa tutto l'abitato in senso longitudinale.

La piazza ed il corso sono gli elementi naturali di riunione della cittadinanza. Attorno ad essi gravitano tutti i servizi pubblici fondamentali, così come le sedi dei partiti politici, dei sindacati e di altre organizzazioni. Nella piazza vengono tenuti i comizi politici e sindacali. Su di essa si affacciano i simboli del potere antico e moderno: la Chiesa Madre, la sede di alcuni partiti politici, le agenzie di due banche siciliane (altre due sono nelle immediate vicinanze).

Al centro del marciapiedi, di fronte alla chiesa, campeggia una statua raffigurante Cerere: spettacolo alquanto strano in Sicilia, per le sue nudità. La statua sovrasta la folla dei contadini parlanti. La sua collocazione risale a non molti anni addietro e non al periodo fascista, come si è portati naturalmente a ritenere. Le nudità della dea non sono più motivo di scandalo o di sorpresa; si provvede soltanto alla sua copertura nei giorni della festa per il patrono della città; in tale occasione servirà da punto di appoggio ad innumerevoli lampadine colorate che nasconderanno il corpo della dea ai partecipanti alla processione solenne.

La piazza è attraversata dalla strada che conduce al mare e al lungomare. Il quadrivio cui dà vita, incrociando il corso, è senz'altro il punto centrale del traffico cittadino; proseguendo sul corso verso est si arriva al moderno Museo Nazionale, al Commissariato di P.S., al supermercato Util, al grattacielo di Gela — orribile mostra della nuova edilizia borghese — per poter poi nuovamente scendere al mare e raggiungere, lungo una rovinatissima strada provinciale, lo stabilimento Anic.

Proseguendo sul corso in direzione ovest, invece, ci incontriamo con la maggiore estensione del comune, con i grandi quartieri popolari sulla destra; la città continua ad allungarsi in questa direzione fino alla collina di Capo Soprano dove le costruzioni cominciano a diradarsi.

Il tratto di corso che va dalla piazza alle antiche mura federiciane di Terranova — più o meno un chilometro — è senza dubbio il tratto socialmente più importante ed è quello destinato al classico passeggio, tuttora un costume attuale ed appariscente nelle forme tradizionali consuete.

In questo tratto del corso si trovano i principali negozi di abbigliamento, i gioiellieri, le due uniche vere librerie-edicole, molti uffici pubblici e privati.

Immediatamente al di là di questo tratto, sempre sul corso, affacciata sul mare, si trova la Villa Comunale, bella per alberi e piante. Purtroppo al di sotto una enorme scarpata si estende fino al lungomare, invasa dai rifiuti e dalle erbacce (in questa zona dovrebbero sorgere una piscina e due campi di pallacanestro).

Proseguendo sempre nella stessa direzione troviamo la concrezione fisica di uno dei fatti più anomali dell'intera situazione fisica in uno dei fatti più anomali dell'intera situazione sociale del Comune di Gela: l'esistenza del mercato libero dei braccianti che ha preso corpo nello spiazzale della brutta chiesa moderna di San Giacomo. I braccianti vi sostano per ore, nel pomeriggio, in attesa dei datori di lavoro. Il nero predomina su ogni altro colore.

Il mercato libero dei braccianti sembra costituire un nuovo centro sociale, a ridosso dei quartieri più poveri ed assume un chiaro significato di differenziazione sociale. In termini semplici si potrebbe affermare che mentre la piazza è frequentata praticamente dai soli proprietari e coltivatori diretti, i braccianti sostano lì dove abbiamo segnalato; il corso sembra essere fondamentalmente utilizzato dalla borghesia, dai giovani, dagli studenti.

I giovani tecnici ed operai di provenienza esterna — principalmente da altri centri siciliani — si sono andati a cercare altri luoghi per i propri incontri: uno di questi è il bar del Villaggio, specialmente nei mesi estivi; un altro è il tratto di strada che, partendo dalla piazza, si collega ad una seconda piazza dove si affaccia il Municipio (orribile mostra di architettura fascista, voluto dall'on. Aldisio) e dove si trova un ampio parcheggio per autovetture. In questo tratto di strada, che proseguendo raggiunge il mare, si trovano alcuni bar, rivendite di giornali e tabaccai.

In un certo senso, la stratificazione sociale sembra così prendere corpo in modo visivo; il problema della integrazione sembra inoltre guardare non solamente la nuova classe di «industriali» e la comunità locale; quest'ultimo aspetto si inserisce ed acutizza il precedente assestamento sociale che vede una chiara divisione tra proprietari di terra e proprietari di forza-lavoro; tra contadini e borghesia.

Il nuovo quartiere residenziale o Villaggio di Macchitella ha contribuito a rendere più evidente la disgregazione sociale ed urbanistica dell'abitato, operando come elemento di catalizzazione e di comparazione.

Il villaggio giace sull'antico Piano Notaro, un feudo di un grosso proprietario terriero di Gela. L'azienda provvide ad acquistare una grande area che solamente in parte è stata edificata. Il secondo lotto di costruzioni, previsto inizialmente, non è stato ancora realizzato. Il Villaggio, o quartiere, ospita attualmente circa 700 famiglie che occupano appartamenti distribuiti in palazzi, palazzine e villette. Vi è un'ampia zona destinata al verde che, però, è tutt'oggi molto scarso.

Il Villaggio è costruito secondo schemi urbanistici moderni: spazi liberi, dotazione di attrezzature (scuole, clinica, chiesa, shopping center, mercato ortofrutticolo e ittico, ecc.).

Un baraccone di legno ospita il Dopolavoro per i dipendenti dell'azienda. Il villaggio è costruito a ridosso del mare e dispone di una bella spiaggia in parte attrezzata e in parte libera.

Nella mente dei creatori, il villaggio doveva essere autosufficiente, costituire un nucleo separato e differenziato dalla città di Gela, offrire tutta una serie di servizi moderni e funzionali ai propri abitanti, in modo d'evitare la necessità di recarsi al centro abitato per i bisogni quotidiani di vario tipo (si può notare, però, che manca nel villaggio qualsiasi struttura effettiva per il tempo libero).

La costruzione del villaggio fu — e lo è tuttora — motivo di polemica. Il problema fondamentale che esso solleva è legato alla scelta del luogo dove è stato costruito. Collocato alla estrema periferia del Comune, (in pratica al di fuori della città) esso rimane qualcosa di estraneo alla vita locale; rappresenta un'isola, un'oasi o un ghetto, a seconda delle interpretazioni che si vogliano dare.

È un'isola in quanto è estraneo alla cultura e alla vita della comunità nella quale avrebbe dovuto inserirsi e sulla quale avrebbe dovuto agire; il sistema stradale, per esempio, permette ai dipendenti dell'azienda che risiedono nel villaggio di andare e tornare dal lavoro senza passare per Gela.

Essendo il villaggio autosufficiente, il dipendente Anic può evitare qualsiasi rapporto con la comunità locale (si raccontano a questo proposito strani episodi come quello del dipendente Anic che ha vissuto più di 4 anni al villaggio senza mai «salire» a Gela). Mancando di qualsiasi vera struttura per il tempo libero e per il tempo «da passare insieme agli altri» (in quanto il dopolavoro non assolve che in minima parte a questa funzione) il villaggio non offre particolari possibilità di vita collettiva e si riduce in pratica a un quartiere-dormitorio. I rapporti sono esclusivamente inter-familiari e comunque lasciati all'iniziativa personale.

Un ampliamento di questa interpretazione è quello che vede il villaggio come un'oasi, nel senso di avere tutte le caratteristiche dell'isola anteriormente descritte, più alcuni benefici o privilegi dai quali vengono esclusi gli abitanti di Gela. Per esempio la spiagga e la clinica, fino a poco tempo fa, erano aperte solamente ai dipendenti dell'azienda; tutt'oggi il villaggio gode di una disponibilità di acqua molto superiore a quella degli abitanti del comune, per cui quelli del villaggio possono arrivare a lavare le proprie autovetture per le strade, mentre gli abitanti del comune ricevono l'acqua soltanto per alcune ore al giorno. Infine esiste una terza interpretazione, maggiormente acutizzata, che è quella di comparare il villaggio a un ghetto operaio. Cioè, in altri termini, il villaggio come tentativo, da parte dell'azienda, di mantenere i propri dipendenti isolati volutamente dalla comunità locale, in continuo ed evidente contrasto con gli abitanti della zona per quanto riguarda il proprio livello economico, il proprio «status» sociale, ecc. Cioè il tentativo di creare una aristocrazia operaia e tecnocratica, capace di esercitare richiami e pressioni sulla classe dei diseredati e dei sottosviluppati. Tale interpretazione vede infatti nel «ghetto» non soltanto un tentativo di divisione della classe operaia — quindi maggiori possibilità di manovra dell'azienda per il raggiungimento dei propri fini esclusivamente produttivistici —, ma anche un vero e proprio ricatto che si opererebbe sui dipendenti Anic, che perdendo il lavoro nello stabilimento — per esempio a causa di un effettivo impegno sindacale o la partecipazione agli scioperi — verrebbero a perdere anche una serie di privilegi, cioè il villaggio ed i relativi vantaggi, lo status acquisito e sarebbero costretti a tornare da dove sono venuti: alla disoccupazione, alle condizioni di fame, alle case sovraffollate e prive di servizi igienici, ecc.

Qualunque sia l'interpretazione che si voglia dare al villaggio e ai modi in cui esso si svolge, la vita sociale, è evidente che la sua costruzione al di fuori dell'abitato di Gela ha creato una serie di problemi di varia natura tra gli abitanti del villaggio stesso e gli abitanti di Gela.

Quindi, per concludere su questo aspetto del panorama urbanistico di Gela, si può affermare che il quartiere residenziale per i dipendenti dell'azienda pubblica rimane un fatto urbanistico e sociale che non solo si differenzia totalmente dai modelli e dalle tradizioni culturali locali, ma che costituisce inoltre un fattore di non integrazione e di divisione tra la comunità locale e la nuova classe industriale, in parte proveniente da altre zone della Sicilia e dal Continente e, in parte, originaria di Gela.

Pur affacciandosi al mare, pur essendone bagnata in tutta la sua estensione, si potrebbe affermare che Gela vive di spalle al mare. Il mare, che in genere condiziona la vita di una comunità che vi sia costruita sulla costa, non sembra rappresentare un elemento importante nella vita della città.

La stessa attività peschiera, una volta abbastanza fiorente, è oggi completamente distrutta. Il lungomare, una volta ricco di spiaggia, è ormai ridotto a un pezzo di strada deserto in inverno e scarsamente frequentato in estate. Dal centro, dalla piazza e dal corso il mare non è neppure visibile. La popolazione di Gela non trae nulla dal mare e non sembra darvi nulla.

Il mare è stato riscoperto ultimamente come ricreazione e come vacanza estiva; la popolazione si è spostata verso le spiagge ad ovest del paese, verso il villaggio di Macchitella, verso il Borgo di Manfria. È, però, un fenomeno che interessa principalmente gli «esterni» ed i giovani gelesi. Le classi contadine restano estranee.

In località Manfria, ad ovest di Gela, si possono notare i segni di un processo sociale ormai chiaramente avviato o semplicemente proseguito secondo moduli diversi: quella che fino a pochi anni fa era una semplice zona agricola, con qualche casa disabitata per tutto l'anno, si è andata trasformando velocemente in una zona residenziale estiva; sono apparse le villette, le ville, le spiagge private, gli stabilimenti balneari.

La borghesia locale ha cercato la sua nuova sistemazione, per lo meno per i mesi estivi.

Immediatamente al lato di questa nuova zona di espansione, vive ancora il suo dramma l'agricoltura del gelese. Nude e disabitate, i muri cadenti, le case della riforma attestano il perpetuarsi di condizioni estremamente povere di una gran parte della popolazione. I terreni, in gran parte secchi, continuano a produrre secondo metodi tradizionali; sono visibili le maniche d'acqua per l'irrigazione sotterranea; ma la diga che dovrebbe fornire l'acqua non è stata ancora terminata; mentre un'altra diga, terminata da anni, è senz'acqua perché si è insabbiata.

Le centinaia di case costruite dall'Eras sono per il 90% completamente abbandonate; non è questo un fenomeno nuovo per la Sicilia. Attestano solamente la arretratezza di questo settore produttivo.

Industrializzazione senza sviluppo. Parte seconda

di Eyvind Hytten, Marco Marchioni

 

Le interpretazioni del caso

Una descrizione approfondita della complessa realtà socio-economica e culturale che si riscontra a Gela in seguito all'insediamento dell'industria petrolchimica, avrebbe richiesto uno sforzo ben più impegnativo ed una documentazione molto più dettagliata di quanto si trovi nel capitolo precedente. Queste pagine, quindi, non pretendono offrire un'analisi completa della situazione particolare di Gela — compito di per sé interessante e valido ma che esula dai limiti imposti al presente studio — e vogliono invece puntualizzare quanto è indispensabile per rendersi conto dei termini effettivi della situazione particolare al fine di poterne estrarre delle considerazioni e analisi di più ampio respiro.

La breve descrizione della situazione, in cui è venuta a trovarsi Gela, serve anzitutto a mettere in chiaro un fenomeno che si riscontra in qualsiasi zona in via di trasformazione e che costituisce uno degli aspetti più significativi del medesimo processo di trasformazione: la difficoltà, per non dire l'impossibilità, di cogliere in poche frasi ed in termini chiari e categorici quale sia la vera sostanza del processo che si va realizzando e quali i suoi probabili sviluppi futuri. La trasformazione socio-economica, è, in quanto tale, un processo multivalente e spesso contraddittorio nelle sue manifestazioni, anche laddove — come nel caso specifico — sembrerebbe possibile distinguere nettamente tra le sue varie fasi e determinare la dinamica delle forze coinvolte: la società rurale statica e tradizionale improvvisamente diventata oggetto di un massiccio intervento d'industrializzazione dall'esterno; quindi scossa nelle sue strutture e forme di vita consuete, ma per la stessa ragione stimolata ad avviarsi verso l'inserimento in una nuova civiltà più moderna e dinamica. L'esempio di Gela — uno fra tanti — dimostra che nessuna interpretazione nei termini schematici di variabili dipendenti ed indipendenti, di netta contrapposizione tra «oggetti» e «soggetti» dello sviluppo, tra chi lo fa e chi lo subisce, riesce ad afferrare il complesso significato di un tale processo di trasformazione e, tantomeno, ad estrarne gli insegnamenti positivi e negativi.

Però, l'apparente semplicità dei termini del «caso», congiunta alla speranza di vedersi verificare a Gela un «miracolo» economico e sociale in un breve volger di tempo, hanno fatto sì che la realtà effettivamente prodottasi — in tutti i suoi aspetti preoccupanti e carichi di significato per l'intero problema dello sviluppo meridionale — sia stata offuscata da una cortina di previsioni, interpretazioni e tentativi di spiegare da parti diversamente informate e talvolta direttamente interessate a far prevalere una determinata concezione di quanto è avvenuto ed avverrà a Gela.

Ciò significa che, volendoci occupare di Gela non tanto per denunciare una particolare situazione che rischia di rivelarsi involutiva, quanto per indicarne gli insegnamenti a più ampio raggio, dobbiamo anzitutto confrontare la realtà che vi si riscontra con le interpretazioni, più o meno viziate, che ne sono state date nel corso degli ultimi anni. Infatti, solo l'esame critico degli elementi interpretativi che, più della stessa realtà, condizionano l'opinione pubblica e le sedi decisionali, può costituire la base per una seria revisione della politica di sviluppo di cui Gela è un esempio.

Ciò comporta anche, evidentemente, l'obbligo di contrapporre a questi schemi una interpretazione, più articolata e realistica: la sola descrizione della «nuda realtà» non vale né scientificamente né tantomeno a fini pratici, come contrappeso al mito del progresso sociale automaticamente indotto dall'intervento industriale. È quanto ci proponiamo di fare nel presente capitolo: dopo una breve esposizione critica di alcuni tra i più significativi schemi interpretativi correnti, presenteremo un tentativo di inquadrare la problematica sociale riscontrabile a Gela in un contesto interpretativo di più ampio respiro, che permetterà di cogliere il significato dei singoli problemi che verranno analizzati nei capitoli seguenti.

Non è però possibile, data la complessità del problema, procedere ad una semplice elencazione delle interpretazioni ritenute insoddisfacenti e quindi contrapporle ad una nuova considerata più valida. Se riteniamo di dover scartare alcune interpretazioni correnti, non è solo per il fatto di aver constatato la loro insufficienza rispetto alla problematica di cui Gela è un esempio tipico, ma anche e soprattutto perché riflettono, in vari modi, una serie di presupposti e malintesi (sia empirici che normativi) sul problema dello sviluppo socioeconomico in generale, i quali vanno pertanto messi a nudo prima di procedere alla formulazione di un'alternativa meno condizionata da tali presupposti.

Più in particolare, lo spazio dedicato a queste premesse — intercalate tra l'esposizione critica di alcune interpretazioni correnti e la formulazione di un'ipotesi alternativa — si giustifica in base a due considerazioni. In primo luogo si nota un divario talmente profondo tra le interpretazioni più o meno ufficiali e la versione proposta dalla parte più informata dell'opinione pubblica locale da far venire il sospetto che si tratti di due realtà del tutto diverse. Le prime, benché differenti in quanto al peso attribuito all'intervento industriale e alle sue prospettive di rinnovamento, non lasciano alcun dubbio sulla sua forza dirompente a breve o lungo termine; mentre le seconde, non di rado, negano all'industrializzazione qualsiasi effetto o prospettiva di rinnovamento che non sia puramente episodico o marginale. Ciò non significa necessariamente che la verità stia «in mezzo» fra questi due estremi, ma perlomeno che vi debba essere un vizio di fondo nel modo stesso in cui il problema è stato posto, tale da portare a delle spiegazioni del tutto incommensurabili tra di loro ed escludenti qualsiasi prospettiva di sintesi.

Sarebbe troppo semplicistico cercare le ragioni di questo distacco nel solo fatto della provenienza delle diverse interpretazioni, tra la difesa d'ufficio dell'intervento industriale dello Stato e l'atteggiamento deluso e rivendicativo della comunità locale. Invece, come già si è accennato, la sterile polemica sul perché del non avvenuto miracolo socio-economico a Gela in seguito all'industrializzazione, va inquadrata nel contesto più ampio della problematica dello sviluppo in generale e, particolarmente, del rapporto tra i fattori economici ed extraeconomici che vi concorrono.

Ci proponiamo quindi di arrivare alla formulazione di una ipotesi interpretativa per vie traverse, sospendendo l'analisi del caso particolare fino a quando non siano state chiarite alcune questioni di fondo. Proveremo, in sintesi, a formulare dei quesiti più sensati prima di cercarne le risposte; a porre, in particolare, la domanda del che cosa sarebbe potuto essere quel profondo rinnovamento sociale e culturale indotto dall'industrializzazione che alcuni ritengono sia già in atto, altri che si produrrà in seguito ad ulteriori sforzi per l'ammodernamento delle strutture, altri ancora che considerano un'occasione definitivamente perduta peri il modo in cui è avvenuto l'insediamento dell'industria petrolchimica dello Stato.

Dare un senso più concreto al concetto di sviluppo sociale ci permetterà non solo di illustrare come e perché non si è verificato a Gela quel rinnovamento che si era augurato, ma anche di provare che effettivamente non si poteva verificare. E ciò permetterà, in seguito, di esaminare le condizioni per cui si potrebbe realizzare un vero processo di sviluppo sociale parallelamente al rinnovamento economico e tecnologico, a Gela ed altrove.

 

L’interpretazione miracolistica

È possibile individuare, schematicamente, tre tendenze nell'interpretazione dei fatti avvenuti a Gela in seguito all'industrializzazione e dei rapporti tra i fattori economici, tecnici e sociali. Sono interpretazioni, che in parte compenetrantesi fra loro, contengono tutte e tre qualcosa di vero, ma che in fondo partono da premesse generali poco valide ed arrivano a conclusioni sbagliate sia dal punto di vista interpretativo che in quanto ad orientamenti per l'azione.

Si è già fatto cenno all'interpretazione per così dire ufficiale, l'espressione della mitologia del progresso che nel caso di Gela tende ad esaltare le manifestazioni di un profondo rinnovamento di tutta la vita locale che si sarebbero verificate come diretta conseguenza dell'insediamento industriale. Non a caso, questa interpretazione — per la verità meno frequente oggi che durante i primi anni, nel clima inebriante della costruzione dello stabilimento — viene di solito offerta da parte mal informata, spinta da motivazioni giornalistiche o letterarie più che da determinati interessi di parte; mentre lo stesso Eni adopera ormai un linguaggio più prudente e problematico (5).

È comunque fuori dubbio che, nei riguardi dell'opinione pubblica nazionale e degli ambienti politici — che in mancanza di elementi contrari, sono naturalmente propensi a credere in tali interpretazioni trionfalistiche — il suo effetto è stato rilevante. Si potrebbe dire che si tratti semplicemente di un fatto di costume che difficilmente avrà avuto importanza reale, per esempio, nelle sedi decisionali che in vari modi si occupano del caso e che possiedono mezzi di informazione più diretti ed attendibili. Ciò sarà vero in teoria, mentre in realtà non pochi esempi dimostrano che anche persone tra le più responsabili ed informate, per prendere coscienza della situazione attuale, debbono compiere uno sforzo mentale per superare le aspettative miracolistiche indotte da questo tipo di pubblicità. Va anche ricordato, in termini più generali, il carattere superficiale dell'immagine fornita all'opinione pubblica dei problemi dello sviluppo meridionale in base ad esempi di questo genere.

Vale quindi la pena di analizzare brevemente il contenuto di questa versione dei fatti avvenuti e le valutazioni che vi sono implicite. Prendiamo come illustrazione un brano che, per il contesto in cui appare e per la potenziale importanza pratica e politica dei giudizi espressi in tale sede, dimostra che la tendenza ad interpretare trionfalisticamente la situazione non è del tutto limitata al mondo giornalistico:

Nel caso di Gela, l'attività motrice è rappresentata dall'impianto petrolchimico dell'Anic, le cui caratteristiche essenziali sono la natura innovatrice dal punto di vista tecnologico e da quello dei rapporti sociali e la sua posizione di impresa essenzialmente esportatrice.

La localizzazione di questo impianto è stato l'elemento determinante per la rottura del vecchio equilibrio sul quale poggiava il sistema economico e sociale di Gela. Essa, infatti, ha messo in moto un profondo processo innovativo che di fatto ha coinvolto il sistema produttivo esistente, i comportamenti individuali e collettivi, influenzando in maniera notevole le tradizionali abitudini di vita della popolazione, non solo nel senso di provocare un aumento nel livello generale dei consumi e quindi un miglioramento delle condizioni di vita stesse, ma anche nel senso di suscitare condizioni ambientali tendenzialmente simili a quelle della società industriale. Si tratta di un aspetto di basilare importanza per un'attenta considerazione del quadro evolutivo delle innovazioni in atto (6).

Va subito notato, ad evitare inutili illazioni sulla buona volontà o meno con cui è stato redatto in brano, che una osservazione parziale e superficiale degli avvenimenti locali a seguito dell'industrializzazione, può indurre a credere, anche in buona fede che un «profondo processo innovativo» sia effettivamente in atto; basta limitare il campo di visione rigidamente ai fenomeni direttamente toccati, come per esempio il livello di vita, i nuovi standard di abitazione e le nuove abitudini lavorative delle maestranze dello stabilimento. Questo errore di campionamento, la generalizzazione all'universo considerato di quanto viene riscontrato in un ristretto gruppo di fenomeni scelti allo scopo, è un difetto scientifico più che morale, spesso aggravato, come nel caso attuale, da una particolare cecità di fronte ai problemi sociali in genere. Va ricordato, come esempio, che la stessa non generalizzabilità dei fenomeni innovativi — limitati ad una modesta percentuale della popolazione locale — fa sì che la situazione vada giudicata socialmente negativa e involutiva nel suo complesso, in quanto è stato aggravato il divario tra i gruppi privilegiati e la popolazione nel suo insieme.

Si può riscontrare un simile errore di visione nel fatto di generalizzare non la proiezione nel futuro, ma quanto si riferisce al breve periodo della costruzione dello stabilimento, comportando, questo, un notevole aumento dell'occupazione e delle improvvisate iniziative economiche collaterali: è una trasposizione in chiave apparentemente scientifica delle aspettative miracolistiche cui questo periodo dava luogo in una parte dell'ambiente locale. Si noti, al proposito, il linguaggio categorico con cui viene affermato che certi effetti di rottura, certi processi innovativi, di cui si potevano intuire le avvisaglie nel periodo di insediamento dell'industria, siano già avvenuti a pochi mesi dall'inaugurazione dello stabilimento.

Detto questo, resta fermo che non tutto può essere attribuito a delle semplici carenze scientifiche, cioè alla limitatezza inerente a una interpretazione puramente economica. L'aspetto più grave del brano riportato e di altre affermazioni simili, è che la visione miracolistica degli effetti sociali dell'industrializzazione viene sostenuta da argomentazioni ex cathedra: le dilettantesche considerazioni sociologiche vengono profferte con il crisma del giudizio, da economisti, sulle profonde innovazioni avvenute (o comunque prevedibili) nel sistema produttivo locale, al di fuori della grande industria. Ora, mentre non bisogna essere sociologo di professione per rendersi conto della vacuità delle previsioni di grandi rotture sociali in seguito ad un solo intervento industriale, non occorre nemmeno essere economista per capire che una moderna industria petrolchimica, altamente automatizzata e quindi a basso assorbimento di manodopera, per giunta appartenente ad un complesso industriale verticalizzato ed autosufficiente, non può avere, per la sua stessa natura, degli effetti moltiplicativi più che marginali sul sistema produttivo della zona in cui viene impiantata.

L'interpretazione miracolistica si rivela nociva soprattutto quando si considera (e l'argomento vale generalmente per il modo in cui spesso si tende a presentare l'attuale situazione di progresso nel Meridione) la sua natura essenzialmente equivoca, oscillante tra l'indicazione di una certa realtà di fatto e l'affermazione di una prospettiva che comunque dovrebbe realizzarsi. L'effetto di rottura, di «profonda trasformazione socio-culturale» basato sul benessere generale comportato dalla industrializzazione o da altri interventi simili, appare non come un'ipotesi da verificare di caso in caso, ma come un dogma indiscutibile; per cui, se in un determinato caso, come Gela, le previsioni miracolistiche non si sono avverate, il dogma resta comunque in piedi. Si tende quindi ad evitare ogni forma di revisione delle previsioni, basata sull'analisi spregiudicata dei singoli esempi a disposizione, cercando invece la spiegazione dei «ritardi» che si sono verificati in una serie di ostacoli contingenti che non scalfiscano la sostanza del dogma stesso. Piuttosto di mettere in discussione la validità della idea che qualsiasi intervento industriale di una certa dimensione «dovrebbe» automaticamente comportare effetti di rottura e di innovazione sociale, non di rado si ripiega su spiegazioni in termini «culturali», attribuendo il mancato sviluppo sociale non alle insufficienze qualitative e quantitative dell'intervento stesso, ma alla scarsa ricettività degli ambienti locali agli stimoli di rinnovamento che vengono offerti dall'esterno.

 

L'interpretazione «culturale»

L'interpretazione «culturale», socio-antropologica del caso di Gela, viene generalmente formulata in termini di contrapposizione tra la tradizionale cultura rurale, a cui è caratterizzata la zona ed il sistema culturale razionale, moderno e produttivistico rappresentato dal grande impianto industriale e le sue varie manifestazioni esterne. Vi sono due versioni specifiche di questa interpretazione, di cui la prima vede tale contrapposizione come una convivenza, problematica ma in sostanza fertile e priva di conflitti fondamentali, tra due culture diverse: è il taglio caratterizzante di vari servizi televisivi negli ultimi anni (7).

La seconda versione sottolinea invece gli aspetti conflittuali e insuperabili della contrapposizione tra queste due culture, lo scontro frontale ed il congelamento dei rapporti tra l'ambiente locale, chiuso nelle sue abitudini secolari e i suoi rapporti sociali fondati sull'intuito e sulla irrazionalità e la «tecnostruttura» moderna, efficiente e insensibile della grande industria (8).

In effetti, ambedue queste versioni dell'interpretazione in termini socio-antropologici non reggono al confronto con la realtà; o, per lo meno, non sono accettabili in questi termini netti e semplicistici. Vi è ovviamente, nel caso di Gela, un certo aspetto di contrapposizione tra culture diverse, modi di vita, di pensiero e di comportamento diversi. Ma perché questa contrapposizione abbia un significato più che laterale ed illustrativo occorrerebbe un elemento di confronto che invece manca e la cui mancanza è uno dei fatti più significativi dell'intera questione.

Mentre la comunità di Gela, oggi come ieri, rappresenta certamente un caso abbastanza tipico del tradizionale sistema socio-culturale delle società meridionali, con tutti i pregi e difetti caratterizzanti, l'Anic a Gela — per una serie di motivi che cercheremo di analizzare in seguito — rappresenta l'efficientismo e la razionalità tipici della società industriale solo negli aspetti puramente produttivistici; cioè negli aspetti in cui le occasioni di contatto con la società attorno (sia di conflitto che di reciproco condizionamento) sono ridotti al minimo.

Nelle aree di contatto invece — ad esempio la politica del personale, i rapporti con l'amministrazione comunale e con la opinione pubblica, le relazioni con gli imprenditori locali — la documentazione qui presentata basterà per dimostrare come i criteri seguiti siano più vicini a quelli tipici del sistema paternalistico e soggettivo della cultura locale che non ai criteri razionali della civiltà industriale in altre zone.

A parte il suo valore limitatamente illustrativo, quindi, l'interpretazione culturale crolla di fronte al fatto che non vi può essere né interpenetrazione né conflitto culturale quando manchi uno dei termini di confronto — nel caso specifico, un agente rappresentativo della civiltà industriale con i suoi criteri di razionalità operativa — adoperati anche nelle relazioni dirette con l'altro interlocutore, cioè la tradizionale civiltà locale. Tranne che in alcuni aspetti marginali e, nel complesso, privi di significato (specialmente a livello di comportamento individuale dei dipendenti settentrionali dell'azienda nei loro rapporti rari con l'ambiente locale), le contrapposizioni culturali non rappresentano né minacce di scontri fondamentali, né tantomeno prospettive di interpenetrazione acculturativa a lungo andare. Ciò sarebbe potuto avvenire solo se l'industria come tale, la «tecnostruttura» in tutte le sue manifestazioni economico-tecniche e sociali, avesse abbandonato la posizione di isolamento in cui, volutamente, si è posta fin dall'inizio. Nella situazione attuale, semmai, la prospettiva «culturale» è quella di un crescente assorbimento di certe abitudini e modi di comportamento locali da parte dell'industria, nella ristretta area delle sue relazioni con alcune parti dell'ambiente locale. Nel caso specifico, quindi, non sussistono le premesse materiali né per uno scontro né per una graduale interpenetrazione sociale e culturale tra le due realtà, il mondo industriale e la comunità locale: rarissimi gli incontri sociali al di fuori della vita dello stabilimento, sporadici e limitati al minimo necessario i contatti tra funzionari dell'azienda e rappresentanti locali, praticamente inesistenti le strutture acculturative comuni, come per esempio la scuola.

Inutile sottolineare, a questo proposito, che l'interpenetrazione che, fino ad un certo punto, si realizza all'interno del villaggio residenziale, tra operai e funzionari del Nord, di Gela e del resto dell'Isola, non ha, per il quasi totale isolamento del villaggio, nessuno sbocco, nessun «effetto moltiplicatore» nella comunità in generale.

Potrebbe essere obiettato che, anche se nel caso specifico non esistono reali possibilità di contatto e di scambio «culturale», rimane comunque valida la spiegazione culturale nel senso di indicare problemi ed ostacoli di natura sociale che, anche in una situazione in cui venissero favorite le occasioni di interpenetrazione culturale, la staticità ed il tradizionalismo del tessuto sociale locale avrebbero in ogni modo intralciato la diffusione dei nuovi modelli di comportamento e di rapporti sociali rappresentati dai settentrionali dell'industria. Ci troviamo qui di fronte ad un altro dogma, altrettanto duro a morire. Per il momento basta notare che nessun elemento sicuro sta ad indicare che lo stimolo esterno (i nuovi modelli culturali) rappresentino di per sé dei fattori sostanzialmente dirompenti, né che la società locale — di fronte non soltanto al modello, ma ad una reale possibilità di usufruire dei benefici più essenziali della società industriale — non abbia le stesse capacità di autotrasformazione che si sono riscontrate in altre zone nelle quali il progresso materiale si è verificato da molto tempo.

 

La versione integrazionista

Una terza tendenza, infine, considera i problemi di Gela dal punto di vista delle cose non fatte, della insufficienza di quanto finora avvenuto ai fini dello sviluppo sociale, senza mettere in discussione la validità degli interventi settoriali realizzati. Anche in questo caso possiamo individuare due filoni d'interpretazione, diversi nella loro valutazione dei fatti contingenti ma sostanzialmente basati sulla medesima visione dei problemi da risolvere. Possiamo parlare di una interpretazione «integrazionista», articolata in una versione rivendicativa ed in una basata su richieste politiche più ampie.

Questi due filoni si distinguono, infatti, nella questione di chi, nelle sfere decisionali del potere pubblico, avrebbe dovuto provvedere all'ulteriore integrazione dei provvedimenti socio-economici per lo sviluppo della zona ad evitare gli effetti di sbilanciamento che ha prodotto l'insediamento industriale. La versione rivendicativa, che praticamente esprime l'atteggiamento più immediato ed istintivo di una parte dell'ambiente locale, attribuisce la colpa delle cose non avvenute genericamente alle forze in atto e specificatamente all'unico agente di queste forze che è presente a livello locale, cioè la stessa industria di Stato. Questa è praticamente la versione rovesciata dell'interpretazione miracolistica di cui si è detto, lo stesso meccanismo che ha indotto alcuni osservatori esterni, anche tra i più qualificati, a vaticinare un totale cambiamento in meglio delle condizioni di vita locali in seguito all'industrializzazione, ha evidentemente creato, a Gela stessa, una diffusa tendenza ad aspettarsi praticamente tutto dall'ente di Stato e un senso di sgomento e delusione man mano che è apparso chiaro che l'azienda statale, una volta insediata e funzionante, segue gli stessi criteri limitatamente produttivistici di qualsiasi industria privata.

Trattandosi di un atteggiamento ancora oggi molto diffuso nella popolazione locale, sarà opportuno toccare alcuni aspetti particolari del problema. In primo luogo sembra chiaro che, negli anni della polemica sull'opportunità tecnico-economica dell'impianto a Gela, le argomentazioni dell'ing. Mattei e del suo ente in favore del progetto, tutte formulate in termini della utilità pubblica dell'iniziativa, siano state interpretate a livello locale in modi non necessariamente corrispondenti alle reali intenzioni di chi le profferiva. L'utilità pubblica, sociale del progetto era principalmente un argomento a favore dei privilegi particolari richiesti dall'industria di Stato per agevolare un'iniziativa economicamente dubbiosa (9), di cui la validità obiettiva si riferiva, semmai, a criteri di utilità economica e di prestigio a livello nazionale, mentre ben poco lascia credere che le esigenze di sviluppo locale fossero tra le motivazioni che spinsero l'ente ad insistere sull'impianto a Gela. In occasione dei discorsi celebrativi, invece, non poche formulazioni danno ad intendere una tale finalità sociale dell'intervento e non deve sorprendere se le aspettative miracolistiche dell'ambiente locale siano state alimentate soprattutto in occasioni del genere.

La constatazione che l'impianto industriale non comportava automaticamente il rovesciamento della situazione socio-economica e che l'industria rappresentava una realtà sempre più avulsa dai principali problemi locali, ha perciò motivato una tendenza a vedere il suo assenteismo come un tradimento dei propositi originali, specie dopo la scomparsa di Mattei che sembrava il garante paternalistico degli intenti sociali di cui l'impianto petrolchimico sarebbe stato soltanto la prima realizzazione. Specie in occasione delle vertenze sindacali, di cui ci occuperemo più diffusamente in altra parte, il comportamento della direzione viene talvolta giudicato in maniera più dura di quanto sarebbe stato il caso di una industria privata, perché visto sullo sfondo delle intenzioni, reali o immaginarie, di gestire l'impianto con criteri diversi da quelli del settore privato. Più in generale, la gestione dell'impianto secondo criteri puramente aziendali e la conseguente impossibilità di coinvolgere l'industria in questioni di più ampio interesse per la comunità — ad esempio il problema dell'aiuto alle industrie collaterali, l'approvvigionamento idrico della città, la limitazione dell'inquinamento atmosferico prodotto dall'impianto, ecc. — comporta una tensione nei rapporti sociali che probabilmente sarebbe stata meno aspra in assenza di tali illusioni iniziali sulle finalità extra-produttivistiche dell'azienda.

Secondo la versione più ampia di questa interpretazione «integrazionista», invece, il mancato sviluppo socio-economico della città è attribuibile generalmente alle forze nazionali e regionali che non hanno saputo valorizzare l'occasione di rinnovamento rappresentata dall'impianto industriale, venendo meno ai propositi di far accompagnare l'intervento dell'Eni con altri provvedimenti tanto nel settore produttivo quanto nel settore sociale e civico. Si tratta quindi di una versione più articolata che attribuisce la settorialità degli interventi a Gela non all'industria statale di per sé, ma alla scarsa compartecipazione dei governi regionali e centrali alla creazione del «polo di sviluppo» di cui l'impianto petrolchimico sarebbe stata la premessa necessaria ma non sufficiente. In concreto, la mancanza di opere infrastrutturali, di stimoli, di agevolazioni alle industrie collaterali, che avrebbero dovuto sorgere accanto all'Anic, delle opere indispensabili per una crescita sociale e civica commisurata con i progressi nel settore produttivo — scuole, istituti di formazione professionale, ospedali, ecc. — illustrano queste inadempienze delle autorità pubbliche in generale (10).

Di queste due versioni dell'interpretazione «integrazionista» occorre dire soltanto che né una diversa politica aziendale da parte dell'industria di Stato, né una più attiva presenza degli altri organi pubblici preposti, per quanto di per sé augurabili, sarebbero probabilmente bastati a modificare radicalmente la situazione socio-economica locale. Particolarmente per quanto riguarda gli aspetti sociali dei processi di sviluppo locale, la interpretazione «integrazionista» — tanto nella versione rivendicativa che in quella più generalizzata — rischia di avere un effetto sostanzialmente eversivo, se non integrato in un contesto più ampio di problemi e di possibili soluzioni. La relativa preponderanza degli agenti centrali ed esterni nei processi di sviluppo e la corrispondente emarginazione dei legittimi agenti locali, è stato ed è tuttora uno degli aspetti centrali del problema dello sviluppo nella zona. Vi è quindi il rischio di perdere di vista i termini reali della problematica se l'inadempienza delle forze centrali viene considerato come il principale, se non l'unico, difetto da superare.

Questo non significa, certamente, che la situazione non sarebbe stata relativamente migliore se l'industria di Stato avesse «fatto di più» secondo le assicurazioni iniziali o se le altre istituzioni pubbliche responsabili avessero saputo coordinare i propri sforzi per incrementare gli effetti innovativi prospettati dall'industrializzazione, anziché prendere la venuta dell'Eni come alibi per rivolgere altrove la loro attenzione. Ma il problema di fondo rimane: non tanto il relativo assenteismo delle forze centrali, quanto la quasi totale emarginazione delle forze locali dal processo messo in moto dall'industrializzazione.

Si è visto che, mentre la prima di queste tre interpretazioni afferma in base a delle osservazioni estremamente parziali e tendenziose che l'industrializzazione è già garante di un profondo capovolgimento della situazione socio-economica, le altre propongono, in modi diversi, delle ipotesi sul perché ciò non sia avvenuto. Abbiamo fatto delle osservazioni critiche su tutte queste alternative che ci sembrano, nel migliore dei casi, troppo parziali e pertanto insufficienti a spiegare la complessa realtà socio-economica del caso. A prescindere dalla validità specifica di ogni singola interpretazione offerta, al di fuori di quella miracolistica, vi sono però dei presupposti di fondo più o meno comuni a queste varie alternative; e prima di proseguire nell'esposizione di una ipotesi più completa ed articolata, è necessario esternare questi presupposti per sottoporli ad una analisi critica. Si tratta, come si è detto, di alcune idee correnti sui rapporti tra il progresso tecnico-economico e lo sviluppo sociale che ci sembrano pregiudicare una corretta impostazione del problema.

Vi è una tendenza, anche nelle interpretazioni critiche sopra riportate, a dare per scontato l'elemento fondamentale nell'interpretazione miracolistica e cioè il fatto dell'avvenuto «decollo» economico della città per merito dell'impianto industriale. Molto spesso la discussione parte dai problemi del come e perché il cambiamento economico non abbia comportato un vero progresso sociale, sorvolando sulla questione se un tale cambiamento economico ci sia effettivamente stato.

E inutile sottolineare che la grande importanza nazionale ed internazionale dell'impianto petrolchimico di Gela non comporta automaticamente una simile importanza a livello regionale e locale; e ciò soprattutto negli aspetti in cui un intervento economico potrebbe, date certe condizioni ambientali, influire sul sistema produttivo circostante, sul sistema socio-culturale e sulle istituzioni dell'area in cui si trova. Si è già detto della mancanza di effetti moltiplicatori, in termini puramente economici, dell'impianto gelese; mancanza in gran parte attribuibile alla stessa natura tecnologica dell'Anic ed alle caratteristiche del gruppo industriale di cui fa parte (11).

Un discorso abbastanza simile vale per l'elemento che rappresenta l'effetto economico più diretto, il monte salari erogato dalla fabbrica. Per quanto importante di per sé, specialmente considerando il reddito normale nella zona, troppi fattori concorrono a ridurne sostanzialmente la rilevanza economica per la comunità locale. Pur non potendoci riferire ad alcun rilevamento diretto in proposito, è fuori dubbio che l'isolamento di gran parte delle maestranze nel villaggio residenziale, praticamente autosufficiente ed in genere lo scarso potere di assorbimento dell'economia locale, la quasi totale assenza di occasioni di investimento produttivo ed altri fattori strutturali ancora, fanno sì che l'ammontare totale del monte salari non dia alcuna indicazione sicura sul capitale effettivamente assorbito dall'economia della zona. Inoltre il successivo rialzo dei prezzi (p.e. degli alloggi e delle aree fabbricabili) in seguito all'aumentata domanda creatasi negli ultimi anni, contribuisce a neutralizzare gli effetti positivi, per la comunità nel suo insieme, che l'afflusso di capitali in alcuni settori dell'economia avrebbe potuto avere.

Il presupposto di un radicale cambiamento dell'assetto economico locale, come base per la domanda del perché non ne siano seguiti degli effetti di rinnovamento anche sociale, ci sembra quindi mal posta e tale da sviare il discorso dai termini reali del problema. Non si vuole certo affermare, come talvolta viene fatto a scopo polemico, che non ci sia stato un cambiamento economico di nessun genere, se non in peggio per la popolazione in generale. Ma questo cambiamento, nei termini più semplici di una aumentata disponibilità di mezzi e una loro utilizzazione produttiva nel sistema economico locale, risulterà sicuramente, all'analisi più accurata, molto meno significante di quanto le cifre globali darebbero ad intendere. In ogni caso si tratta, sempre in termini puramente materiali, di un processo che non può influire più che marginalmente sul sistema socio-culturale; quindi è abbastanza inutile domandarsi perché un rinnovamento sociale non sia conseguito da questo tipo di avvenimento economico.

In secondo luogo, ci si può chiedere se anche un impegno economico maggiore, coinvolgendo nelle nuove occasioni di lavoro e di guadagno una parte più rilevante della popolazione attiva, avrebbe potuto avere delle conseguenze dirompenti, in un lasso di tempo così breve, sul secolare sistema socio-culturale di Gela. Avendo cioè affermato che questo cambiamento economico non avrebbe potuto comportare un vero rinnovamento sociale, ci si chiede se qualsiasi intervento economico, anche di grandi dimensioni ed in una prospettiva di tempo più lunga, avrebbe potuto avere un tale effetto. Può sembrare una domanda vana, tanto è ormai corrente l'idea che ad un certo punto lo sviluppo economico e l'aumento dei livelli di vita comporterà necessariamente, anche attraverso una serie di squilibri più o meno dolorosi, una radicale modifica del sistema sociale, dei comportamenti e della stessa mentalità delle popolazioni investite. Il problema appare, semmai, essere quello di definire il punto di «maturazione» economica necessaria per avviare tali processi ed il periodo di tempo occorrente perché i rinnovamenti sociali si verifichino a larga scala. Nel caso specifico si tratterebbe di vedere quante nuove industrie, quanti posti di lavoro siano ancora necessari ed in quali tempi più lunghi si produrrebbero gli effetti di rinnovamento sociale che ancora non si sono verificati, senza con ciò dubitare del rapporto positivo e lineare tra progresso economico e sviluppo sociale.

Il problema del non avvenuto sviluppo socio-economico di Gela viene delimitato da questo presupposto, in termini della dimensione degli stimoli economici necessari e dei tempi occorrenti per i conseguenti rinnovamenti sociali e culturali. Un primo dubbio sulla sua validità nasce già in considerazione dei fatti empirici a disposizione: la relativa importanza dell'intervento industriale già avvenuto ed il tempo già trascorso avrebbero perlomeno dovuto comportare una prima indicazione, per quanto parziale, di un processo di rinnovamento della società più significativo di quanto per ora esiste. Il problema fondamentale di Gela, però, non consiste in un imperfetto o ritardato processo di rinnovamento, ma piuttosto in una serie di fenomeni di carattere involutivo, i quali, se non tutti condizionati dall'intervento industriale, certamente non ne sono stati nemmeno arginati. Non si tratta quindi, nel caso specifico, semplicemente di una questione di tempi e di dimensioni.

Evidentemente, la posizione preponderante dell'Anic a Gela ed il suo conseguente monopolio rispetto al mercato di lavoro, il mondo sindacale e l'ambiente locale in genere, sono tutti fattori che sarebbero relativamente contenuti man mano che nascessero altre industrie ed un sistema produttivo più diversificato. Allo stesso tempo, una ipotesi di sviluppo economico meno limitata al solo settore industriale, soprattutto per l'incremento delle attività agricole, contribuirebbe a distribuire più equamente il potere economico e le possibilità di partecipazione attiva nei settori produttivi. In realtà, però, anche le più ottimistiche previsioni sul futuro del nucleo di industrializzazione o sugli interventi nel settore agricolo della zona, non sono tali da lasciar prevedere la nascita di unità produttive con una forza economica e contrattuale paragonabile a quella dell'Anic. Bisogna contare che la sua relativa preponderanza rimarrà un fatto costante nell'economia della zona e che l'eventuale creazione di altre unità produttive non cambierà sostanzialmente la situazione per quanto riguarda i rapporti tra il settore produttivo e la comunità.

Non è, quindi, tanto la dimensione degli interventi economici — il numero degli impianti, il capitale investito, la produttività o la manodopera impiegata — che conta ai fini dello sviluppo della zona, quanto i metodi di conduzione nel settore produttivo e, conseguentemente, i rapporti stabiliti tra questo e la società in cui si trova ad operare.

In che cosa consisterebbe lo sviluppo sociale, «il profondo rinnovamento delle strutture della vita collettiva, dei comportamenti e della mentalità della popolazione» che alcuni affermano sia già avvenuto in seguito all'industrializzazione, altri pensano si verificherà con l'andare del tempo ed altri ancora credono garantito da un più massiccio intervento industriale?

È molto raro trovare delle formulazioni di ciò che sarebbe effettivamente il rinnovamento socio-culturale indotto da un determinato cambiamento economico, che vadano al di là di una generica enumerazione di fenomeni riscontrabili in società più evolute materialmente: più alti livelli di vita, nuove abitudini di consumo e di utilizzazione produttiva dei risparmi, rapporti sociali basati su criteri funzionali anziché di status o di prestigio, più alti livelli di istruzione e di cultura generale, con conseguente diversificazione delle qualifiche professionali, mutamenti della struttura e della funzione dei gruppi primari, dei rapporti di autorità e dipendenza, assunzione di nuovi modelli di pensiero e di comportamento con l'abbandono di vari schemi tradizionali e disfunzionali, eccetera. A parte alcune note teorizzazioni sociologiche, in genere troppo astruse per permetterne l'utilizzazione in un caso concreto, non si dispone per ora di schemi interpretativi sufficientemente esatti per mettere in chiaro come questi processi si verifichino, quali siano i meccanismi per cui una determinata serie di avvenimenti esterni, per esempio l'industrializzazione, l’inurbamento, ecc., producano questi e non altri effetti socio-culturali o perché cambiamenti uguali nella sfera economica comportino, in casi diversi, effetti socio-culturali interamente diversi.

Ciò dipende, in gran parte, dalla stessa vaghezza dei concetti di cambiamento economico-tecnico e mutamento sociale e, quindi, dalla difficoltà di definire esattamente se un dato fenomeno sia da considerarsi semplicemente un aspetto intrinseco dello sviluppo economico in quanto tale, oppure l'inizio di un nuovo processo di tipo socio-culturale che rappresenti un salto dialettico rispetto ai propri precedenti materiali.

 

Industrializzazione senza sviluppo. Parte terza

di Eyvind Hytten Marco Marchioni

 

Il mancato sviluppo sociale

Mezzi e fini dello sviluppo sociale

In altri contesti (12) abbiamo avuto modo di trattare vari problemi più generali dello sviluppo sociale, dal punto di vista sia interpretativo che operativo.

Si tratta, come è noto, di una tematica ancora scarsamente precisata nei suoi contorni, in cui, non di rado, le varie posizioni assunte non permettono per ora un dialogo costruttivo, per mancanza di comuni punti di riferimento e talvolta per incompatibilità anche ideologiche.

Non è questa la sede per un'analisi approfondita di questa tematica nella sua interezza, anche se il confronto tra certe impostazioni teoriche e la problematica particolare e rappresentativa di Gela, potrebbe avere un benefico effetto di concretizzazione dei discorsi sullo sviluppo sociale. Ci limiteremo, invece, all'esposizione sintetica di alcuni orientamenti di fondo che appaiono indispensabili per il proseguimento dell'esame del caso e per la formulazione di un'ipotesi interpretativa che in seguito ci permetterà di inquadrare la situazione nel suo vero significato.

Partiamo da una definizione, dichiaratamente normativa (che, cioè, esprime una scelta ideologica senza pretendere di rappresentare un'accezione corrente), del concetto di sviluppo e dei suoi «aspetti sociali» o comunque extra-economici. È un concetto di cui il primo elemento qualificante è un netto carattere valutativo, in contrapposizione, cioè, al concetto di «cambiamento» (o di «mutamento») sociale, il quale va considerato neutrale nel senso di non contenere nessuna valutazione, positiva o negativa, dei processi dinamici così denominati. Parlando invece di «sviluppo» (o di «progresso», che in questa accezione ne diventa un sinonimo) s'intende non solo denotare il fatto di un determinato cambiamento nella società, ma anche esprimere una valutazione positiva di tale cambiamento. Ogni processo di «sviluppo», cioè, premette l'esistenza di un cambiamento materiale e sociale, mentre può avvenire un «cambiamento» che non comporta uno sviluppo in questo senso qualitativo perché le manifestazioni del processo non appaiono — in base a determinati orientamenti valutativi — socialmente desiderabili.

Questo primo elemento della definizione apparirebbe alquanto banale, se non fosse per la consueta tendenza — non ultima nei dibattiti sui problemi meridionali — di confondere, più o meno consapevolmente, questi due concetti e quindi di contrabbandare qualsiasi mutamento sociale in corso come di per sé un processo di miglioramento della società. Da parte ufficiale, questo è servito a difendere la politica meridionalistica degli ultimi decenni contro ogni critica fondata su criteri non semplicemente quantitativi, con riferimento ai notevoli cambiamenti economici e sociali che innegabilmente si sono verificati nel dopoguerra. Ma anche a prescindere da tali usi tendenziosi, dettati da particolari interessi di parte, va notato che la confusione tra «sviluppo» e «cambiamento» spesso dipende dai residui di un'ideologia vagamente illuminista, di derivazione ottocentesca, che dà per scontato che qualsiasi mutamento si rivelerà, in un modo o nell'altro, per il meglio e per l'ulteriore progresso dell'umanità.

In secondo luogo adoperiamo il concetto di sviluppo in un senso che, in termini generali, esclude la solita distinzione settoriale tra aspetti economici, tecnici, sociali, istituzionali, culturali, ecc.: lo sviluppo, nel senso qualitativo sopra indicato, è un processo globale, di cui l'oggetto è la società nel suo insieme e non i suoi singoli settori artificiosamente distinti. Vi può essere, cioè, un cambiamento del sistema produttivo o degli ordinamenti politico-giuridici o dei modi di comportamento delle persone, senza un riscontro parallelo e di simile incidenza in altri settori della vita, come infatti succede continuamente in una società che non sia del tutto statica. Se, invece, questi cambiamenti, seguendo una logica di crescente sperequazione che talvolta è intrinseca nell'ordinamento tradizionale, risultano tali da aggravare permanentemente gli squilibri socioeconomici preesistenti, ci troviamo di fronte a situazioni involutive che solo una politica di sviluppo pianificato può correggere e trasformare in «progresso».

Si tratta anche qui di un elemento definitorio su cui bisogna insistere più per causa dei malintesi prodottisi nel dibattito in tema, che per ragioni obiettive. Si può notare un'altra volta come «l'idea del progresso» di derivazione illuminista, presupponendo l'esistenza di meccanismi di compensazione sociale («la mano invisibile») che garantiscono, per esempio, automatici benefici sociali dell'espansione industriale, coincide con l'interesse particolare degli ambienti economici di concentrare gli sforzi nei settori direttamente produttivi, lasciando ad altri la preoccupazione dei «costi sociali» che il processo comporta.

Questo non esclude evidentemente che, a livello dei problemi operativi dell'intervento per lo sviluppo, sia necessario distinguere tra determinati settori d'intervento e tra le particolari competenze delle varie forze coinvolte. Ma se al di sopra di questi settori, distinti nelle competenze e nei propri raggi di operazione per motivi di funzionalità, non vi è una visione d'insieme dei problemi della società, espressa in una politica di sviluppo rivolta alla totalità dei problemi, nessuna «mano invisibile» garantisce il progresso organico.

Questa necessità di una divisione del lavoro e della delimitazione di particolari settori di competenza, ha spesso avuto delle ripercussioni negative nel settore specificatamente sociale. Di fronte al peso determinante delle tematiche economiche e tecniche nel campo dello sviluppo, la conquista di uno «spazio», sia teorico che pratico, della tematica sociale, si è rivelato un compito arduo e spesso intralciato da malintesi e ripiegamenti: le stesse persone e istituzioni impegnate nel settore sociale, troppe volte, si sono accontentate di assumere un ruolo marginale e riparatorio nei confronti delle forze «determinanti» dei mutamenti in corso.

Non di rado, perciò, si trovano delle formulazioni degli «aspetti sociali dello sviluppo» che ne riducono la portata al solo problema di arginare i più malefici effetti del progresso tecnico-economico (per evitare, per esempio, che certi valori tradizionali della società rurale vadano persi o che certe istituzioni sociali fondamentali, come la famiglia, ne risultino sgretolate), senza cioè pretendere nessun significato autonomo e propulsivo dello tematica sociale dello sviluppo.

Con questa delimitazione ristretta del significato e dei fini dello sviluppo sociale, evidentemente viene anche a mancare la sufficiente motivazione per degli interventi efficaci nel settore e gli stessi strumenti e mezzi materiali per una politica di sviluppo sociale. Tutto ciò che viene fatto, in un modo o nell'altro, risulta quindi condizionato da dinamiche diverse, come riflessi, più o meno mediati, di interventi e processi di altro tipo: per esempio, la creazione d