Gela. Industrializzazione senza sviluppo

di Eyvind Hytten e Marco Marchioni

a cura di Salvatore Parlagreco

Abituati a osservare il potere, concreto e visibile, sotto l'albero del carrubo della villa di Sua Eccellenza il Ministro o alla Camera del Lavoro, i gelesi, dall’oggi al domani, dovettero immaginarlo in qualche posto del mondo, anonimo e irraggiungibile, che qualcuno in fabbrica chiamava «sette sorelle»; sicché, alcuni anni dopo, non pochi ripresero a rifugiarsi nei misteri meno fitti e pretenziosi del Corpus Domini, nelle affidabili preghiere alla Madonna delle Grazie e Maria dell'Alemanna sotto lo sguardo paterno di Monsignore.

Introduzione

Storia di un libro e una città

I reportages della stampa e della televisione, le analisi degli editorialisti più influenti, le agghiaccianti notizie quotidiane di cronaca nera — più di cento morti negli ultimi tre anni, otto morti in un solo giorno — hanno fatto di Gela un caso nazionale.

Già una volta — invero — Gela era divenuta un caso nazionale: quando l'Agip scoprì il petrolio fra le piantagioni di cotone e le distese di frumento della sua pianura. Era il 1956. Rimase nelle cronache fino al 1960, allorquando Enrico Mattei — Presidente dell'Ente nazionale idrocarburi — insediò a Gela uno stabilimento petrolchimico — «Il più grande d'Europa», disse — vincendo una durissima battaglia con la grande industria privata. Mattei parlava del futuro di Gela come di un miracolo, con le certezze del sacerdote nell'offertorio. Il petrolio evocava ovunque immagini di ricchezza e conferiva alle parole le stimmate della verità.

Morto tragicamente nel cielo di Bescapé nel 1963, Mattei lasciò all'Eni una difficile eredità: trasformare l'avvenire preannunciato in fatti. Ma non aveva eredi: uomini della sua tempra non ne hanno. Aveva lasciato molti nemici potenti, come ogni tiranno illuminato: nemici subdoli, infidi, invisibili; ed altri, riconoscibili, meno potenti, ma altrettanto subdoli. Furono i primi, i meno sospettabili, a dare a Gela, presentata come la palingenesi dei mali del Sud, una brusca sterzata: l'azienda si sarebbe dovuta comportare da azienda e basta. Con l'occhio ai conti, insomma. I secondi — la classe dirigente locale — si sarebbero insediati, invece, tra le pieghe morbide delle nuove opportunità e delle risorse ingenti che l'Eni disponeva per conto suo e per conto dell'intervento straordinario per il Mezzogiorno. Dirigenti di partito miopi, tecnocrati cinici, burocrati d'apparato — militanti nell'esercito dei primi e dei secondi — videro in questa città che cresceva senza regole né equilibri affidabili, una incognita minacciosa. E smantellarono quel poco che c'era. Il potere, che fino all'arrivo dell'industria, veniva esercitato a Gela da Salvatore Aldisio, uno degli uomini più influenti della Dc nel dopoguerra, si trasferì altrove: un po' a Palermo, molto a Roma, moltissimo a Milano.

Gela accolse migliaio di immigrati senza poter disporre di nulla: case, strade, scuole, acqua, telefoni ecc. Nelle capitali della politica, della burocrazia, dell'economia, veniva ignorata. Dipendeva da Caltanissetta, capoluogo di provincia e sede di tribunale; da Piazza Armerina, sede di diocesi; da Porto Empedocle, sede della Capitaneria di porto; da Licata o Vittoria, per il distaccamento dei Vigili del fuoco, negli anni in cui esso fu smantellato. Il Commissariato di pubblica sicurezza contava su una decina di unità e la Pretura su un solo magistrato, spesso alla prima esperienza giudiziaria, L’abuso e l'impunità dilagarono e l'immigrazione, oltre che le nuove opportunità, indussero la mafia della vicina Riesi — allora legata al cosiddetto Vallone di Mussomeli-Vallelunga — ad interessarsi degli appalti e dei subappalti gelesi. L'episodio più cruento fu l'esplosione di una bomba che fece saltare l'auto di un sindacalista: un avvertimento senza vittime: la microcriminalità locale non era in grado di competere con i boss del Vallone nisseno in arrivo, allora più potenti degli stessi capi palermitani. Gela s'indignava per il suo morto ammazzato l'anno, talvolta nemmeno quello, per motivi passionali o questione di denaro: litigiosissima, conflittuale, ma senza morti ammazzati: perciò, tranquilla, come la descrivevano le veline della questura e gli ermellini nisseni, contrari all'istituzione di un tribunale a Gela. Tranquilla e religiosissima con le sue folle oceaniche nelle feste comandate in chiesa e nei comizi del Blocco del Popolo in piazza Umberto.

 

Il 1961, fra passato e presente

Il 1961 rappresentò lo spartiacque fra il passato e il presente.

Il Signore non fu cercato nel cuore della chiesa per molti mesi né nelle parole dei sacerdoti, ma nelle campagne di Maroglio, dove gli ex contadini e gli ex maestri di Gela partecipavano ai giorni della Creazione dell'Industria. (...) Fra le memorie dei campi geloi zampillava, infatti, il petrolio: Gela subiva l’ondata di uomini nuovi e l'avvento di nuovi capi. I contadini abbandonavano le campagne, i pescatori le barche, i maestri la cattedra per lavorare in fabbrica. Pochi capivano quel che stava succedendo, e quei pochi non potevano farci nulla. Alcuni gridavano al miracolo e si sentivano gravidi di futuri possibili. Scomparivano i boschi. venivano cancellate le dune di sabbia; fra i faggi di Maroglio arrivavano macchine grandi quanto un grattacielo, mentre il mare brulicava di navi come al tempo dello sbarco degli americani...

Abituati a osservare il potere, concreto e visibile, sotto l'albero del carrubo della villa di Sua Eccellenza il Ministro o alla Camera del Lavoro, i gelesi, dall’oggi al domani, dovettero immaginarlo in qualche posto del mondo, anonimo e irraggiungibile, che qualcuno in fabbrica chiamava «sette sorelle»; sicché, alcuni anni dopo, non pochi ripresero a rifugiarsi nei misteri meno fitti e pretenziosi del Corpus Domini, nelle affidabili preghiere alla Madonna delle Grazie e Maria dell'Alemanna sotto lo sguardo paterno di Monsignore.

(...) I carretti avevano fatto il loro tempo. Gli ultimi carradori di via Dell'Amore cercavano di prolungarne la vita, perdendoci gli occhi nel dipingere sulle fiancate storie di paladini e vite di santi. A cento metri dal forno di Sfasciamadonna c'era un bivio a separare la strada della zona industriale da quella della campagna. Il vecchio mondo e il nuovo, dopo aver percorso insieme un breve tratto di via Cascino ed aver indugiato davanti Sfasciamadonna, si davano l'addio. Com'era giusto.

Al bivio quelli che ancora campavano della terra, ed erano in molti, abbandonavano gli operai alla loro giornata in fabbrica, ma li seguivano un po' con gli occhi, prima di riprendere a scrutare il cielo, se mai una nuvola annunciasse la pioggia, regalando alla fatica il premio di un buon raccolto. Occhi carichi di rammarico, di rabbia, forse d'invidia, ma anche di speranza che la campagna, prima o poi, fosse miracolata, al pari dell'industria o grazie ad essa, per qualche ragione misteriosa.

(...) Dal faggeto di Bufala, accanto la foce del fiume Gela e il tempio di Bitalemi, alle masserie di Montelungo, la fabbrica aveva cambiato tutto: più dei cartaginesi, i greci, i berberi, Federico II e il generale Heisenhower messi insieme. Sul versante opposto aveva generato la città dei forestieri, cingendo d'assedio l'antico abitato. Nel declivio, fra i cespugli di Scavone, le inoffensive postazioni di artiglieria e gli ultimi ostinati canalari spiavano la nuova invasione con lo stesso distacco con cui, diciotto anni prima, avevano osservato lo sbarco dei soldati americani, che parlavano in dialetto siciliano e distribuivano qualche pallottola e molte pacche sulle spalle.

Le cupole bianche dei «fortini» militari ricordano l'animo beffardo e amaro della collina grande: un segno insopportabile di resa o una testimonianza concreta di libertà e di coraggio, a seconda degli occhi che la guardano. Il posto dei forestieri, che scivola lentamente verso la piana e s'affaccia sul golfo ventoso, s'affollava di case, quelle di ogni sobborgo industriale con lucernai angusti ed angosciosi da destinare agli operai, ma anche di palazzi a sette piani che in fabbrica venivano chiamati torrette e assegnati ai quadri intermedi: di villette protette da alte siepi e opere murarie per i dirigenti: una gerarchia esemplare dei bisogni che la collina grande non era riuscita a darsi in duemila e cinquecento anni di storia.

All'ingresso della città dei forestieri, un cartello con la scritta «proprietà privata» aveva l'incarico di ricordare i vincoli di consanguineità con la fabbrica e la separatezza fra i guai della collina e quelli dei nuovi venuti.

Regione "malata" in uno Stato "sano""

Per un decennio le vicende di Gela furono raccontate da inviati speciali e viaggiatori distratti, la cui attenzione era attratta soprattutto dagli episodi di costume: non una parola, o quasi, sul disperato abbandono in cui viveva la comunità, priva dei servizi di prima necessità. La pubblicistica meridionalista inaugurò una stagione felice negli anni settanta, grazie ad alcuni studiosi stranieri. Si cominciarono ad analizzare finalmente con rigore e senza pregiudizio le condizioni di sottosviluppo del Mezzogiorno e i fenomeni ad esso legati, come la mafia. Testi molto citati ma poco conosciuti: la loro lettura e il loro studio costituiscono ancor oggi un prezioso patrimonio di conoscenza sul Mezzogiorno. Block, Hess, Hobsbawm, Hytten e Marchioni, sono alcuni degli autori che elaborarono le analisi di maggiore interesse. Anton Block, che insegna antropologia all'Università di Amsterdam, visse a lungo con gli abitanti di un paesino siciliano — che chiamò nel suo saggio «Genuardo» — per studiare i fenomeni sociali e i comportamenti che producevano i meccanismi del potere: il potere formale e quello della mafia. A conclusione della sua esperienza scrisse «La mafia di un villaggio siciliano», una analisi rigorosa che non si avvale solo dei consueti articoli di cronaca e degli atti processuali, ma dell'osservazione diretta e quotidiana della realtà. Il libro fu stampato dalla Harper & Row Publischers di New York nel 1974: solo dodici anni dopo — nel 1986 — venne tradotto e stampato in Italia dall'Editore Giulio Einaudi.

Perché dodici anni? Charles Tilly, autore della prefazione all'edizione italiana, offre una interessante — seppure indiretta — chiave di lettura. La mafia, ricorda Tilly, è uno strumento di gestione piuttosto che un'espressione di disordine. Essa non può essere letta come sinonimo di sottosviluppo di un paese, residuo di un passato senza legge, ma è «il prodotto della particolare forma di sviluppo che il processo di formazione dello Stato ha avuto in Italia».

Henner Hess, che insegna presso l'Istituto di criminologia dell'Università di Heidelberg in Germania, venne in Sicilia che aveva compiuto 22 anni e vi soggiornò dal 1962 al 1966 per svolgere ricerche che gli dovevano servire per conseguire il dottorato, a conclusione degli studi di sociologia e psicologia effettuati a Berlino, Heidelberg e Lexington (Usa). Nel 1970 Hess scrisse il suo saggio, «Mafia», che Laterza pubblicò tre anni dopo con una prefazione di Leonardo Sciascia. Come Block, Hess non si affidò solo ai documenti ufficiali, né alle impressioni degli inviati speciali e dei viaggiatori: visse nei luoghi che erano oggetto della sua ricerca e parlò con la gente per cercare di capirla. Un lavoro minuzioso e, come annota Sciascia, «senza pregiudizio e pieno di buon senso». Hess esaminò i risvolti violenti e i comportamenti ambigui del potere mafioso, raccontando storie esemplari di brogli elettorali attuati dalla mafia dal 1860 al 1960 per far prevalere i suoi candidati. «Lo Stato può sconfiggere la mafia — ne dedusse Hess — quando alla lotta contro il crimine unisce la lotta contro le sue cause sociali. Il diverso modello di intervento degli organi amministrativi e giudiziari statali dipende dal carattere della classe che si serve dello Stato come strumento di dominio». Semplificando, sia per Block quanto per Hess, una comunità non nasce mafiosa, ma ci diventa.

«Mafia» suscitò aspre polemiche ed il libro non ebbe la fortuna che avrebbe meritato, come capitò al saggio di Block. Tuttavia il testo resta un'opera inattaccabile dal punto di vista scientifico, anche perché priva di quelle suggestioni, emotività, pregiudizi che accompagnano solitamente per mano il lettore nella lettura di molte analisi sul fenomeno mafioso nel Mezzogiorno d'Italia.

Dieci anni prima di Hess, Henrich Hobsbawm, aveva illustrato in appena trenta pagine in modo esemplare le varie manifestazioni mafiose del Mezzogiorno nel suo celebre libro, I ribelli, pubblicato da Einaudi. Ma occorre andare indietro di un secolo per trovare un modello di ricerca affidabile quanto quello intrapreso dai sociologi nord-europei. Solo la relazione del prefetto Bonfardini e l'inchiesta di Sonnino e Franchetti nel 1876 hanno caratteristiche simili. Sia Bonfardini quanto i toscani Franchetti e Sonnino prepararono infatti la loro indagine accuratamente, la elaborarono dopo lunghe ricerche nel Sud, analizzando le connivenze fra rappresentanti dello Stato e mafia in un quadro di scandaloso abbandono del Mezzogiorno. Leopoldo Franchetti ne dedusse che non poteva esistere una regione ammalata in uno Stato sano.

È sorprendente rilevare che non solo il modello di ricerca ma anche alcune intuizioni sembrano comuni sia alle analisi compiute da Hess, Block, Hobsbawm, che agli scritti di Bonfardini, Sonnino e Franchetti.

Gli effetti moltiplicativi

Marchioni e Hytten studiarono a Gela i meccanismi del potere durante il processo di trasformazione di una società arretrata ed a carattere agricolo in una società industriale, assistendo al fallimento degli obiettivi di sviluppo affidati all'insediamento della grande industria: invece che i cosiddetti effetti moltiplicativi, determinati dall'investimento nella chimica di base, e gli automatismi di crescita preconizzati, si verifica un vistoso aggravarsi delle condizioni di degrado del territorio e il lento radicamento della mafia, prima inesistente.

Al filone di ricerche e di studi condotti sul campo va perciò ricondotto il saggio del norvegese Eyvind Hytten e del romano Marco Marchioni «Industrializzazione senza sviluppo: Gela, una storia meridionale», edito nel 1970 da Franco Angeli ed introvabile nelle librerie perché l'intera tiratura fu acquistata blocco da misteriosi acquirenti. L’opera poté circolare tuttavia ugualmente in ristretti ambienti culturali in copia fotostatica, quasi clandestinamente, divenendo il manifesto del nuovo meridionalismo ed una durissima accusa contro l'intervento straordinario nel Mezzogiorno e l'industrializzazione «selvaggia». La comunità di Gela e il libro che racconta una breve ma intensa fase della sua plurimillenaria storia — la città fu fondata dai Rodio-cretesi sei secoli prima di Cristo — vennero accomunate dal medesimo destino.

È necessario fare un passo indietro, a questo punto. Marchioni ed Hytten andarono a Gela su invito dell'Isvet, una società di ricerche del gruppo Eni e per iniziativa del capo dell'ufficio delle Pubbliche relazioni dell'Eni, Marcello Colitti, preoccupato della crescente conflittualità fra la comunità gelese l’industria. Avevano il compito di studiare le cause della conflittualità ed indicare il modo per superarle. I due studiosi erano invero più interessati a ragionare sui fatti gelesi, visti all'interno dei processi di sviluppo indotto nel Mezzogiorno, piuttosto che sul contenzioso locale, ma l'occasione era ghiotta e l'invito divenne uno stimolo ad occuparsi di una realtà che viveva un processo d'industrializzazione altrove verificatosi in tre o quattro secoli. Un episodio irripetibile.

Le due ottiche, in partenza, apparivano omologabili, ma quando Marchioni e Hytten si resero conto che i criteri di fondo, che ispiravano le decisioni dei dirigenti dell’industria, avrebbero potuto produrre guasti irreparabili, oltre che cancellare ambiente e modelli culturali, il conflitto divenne inevitabile.

L’isolamento irreversibile

Marchioni e Hytten elaborarono una loro diagnosi, che non piacque ai committenti. Con il risultato che lo stesso pur limitato progetto di intervento per migliorare le relazioni fra comunità e industria, fu visto come un pericoloso strumento di destabilizzazione della politica aziendale e dello stesso intervento straordinario nel Mezzogiorno. I due sociologi conobbero così il più completo isolamento. L’Eni, che li aveva voluti, li ritenne fonte di molti prevedibili guai: il loro punto di vista poteva provocare una brusca inversione di tendenza sugli incentivi per il Mezzogiorno. Gli stessi ambienti sindacali e della sinistra culturale e politica temettero che le critiche di fondo, mosse alle partecipazioni statali e all'intervento straordinario nel Sud, facessero ripiombare indietro le conquiste occupazionali, non essendovi alternative; una parte della Confindustria — vicina alla Montedison e alla Sir-Rumianca di Nino Rovelli — era restia ad utilizzare gli sbagli dell'antico nemico pubblico — l'Eni — avendo paura che ciò avrebbe mandato all'aria il grande affare della chimica nel Mezzogiorno (Nino Rovelli costruì il suo impero chimico senza spendere una lira di tasca sua). Le classi dirigenti locali, infine, temettero che la piccola ma già solida rete di piccoli affari e imprese che si muovevano nell'appalto e nel subappalto del petrolchimico — settore su cui scommetteva per riciclare il vecchio potere con collaudati sistemi clientelari — potesse subire irreparabili smagliature.

Marchioni e Hytten furono invitati a lasciar perdere, blanditi, combattuti. Il loro saggio, consegnato all'Isvet secondo gli impegni assunti, non fu preso in considerazione e la loro attività non retribuita. Non restava che prendere le valige e andarsene. Ma i due decisero di fare diversamente. Resistettero ai suggerimenti che giungevano loro da ogni parte. Il progetto era irreparabilmente compromesso, l'isolamento irreversibile, la necessità di trovare un nuovo lavoro ormai pressante: decisero di stampare il saggio e cercarono un editore. Molte porte rimasero chiuse. Incontrarono gli ostacoli di chiunque abbia un testo commercialmente incerto da proporre e le diffidenze suscitate dall'eresia del testo stesso. Quando sembrava che tutte le strade fossero precluse, arrivò il consenso dell'editore Franco Angeli. In poco più di un mese il libro fu stampato e distribuito in libreria. Ma le copie che vi giungevano, si esaurirono in poche ore e ad ogni nuovo rifornimento si verificò lo stesso fenomeno. Il 6 aprile 1970, in una lettera, Eyvind Hytten raccontò ciò che accadeva. «Franco Angeli — scrisse — ha personalmente confermato a Marco (Marchioni, n.d.r.) di avere ricevuto un sacco di pressioni prima, e offerte di ricompensa, dopo, perché non pubblicasse il libro... Le sorti del nostro lavoro rispecchiano il fatto che esso denuncia: la troppa facilità dell'Eni di manipolare certi ambienti già naturalmente propensi a dire e fare quello che fa comodo all'azienda… Il libro è il risultato modesto di un'operazione che all'inizio si pensava potesse essere ben più concreta e incisiva. Doveva essere, secondo le previsioni iniziali, solo uno degli strumenti (indispensabile ma non sufficiente) per realizzare quel progetto di intervento concreto di tipo socio-educativo per cui venimmo a Gela. Anzi, accanto al libro ci sarebbe stata tutta una serie di pubblicazioni fatte collegialmente nel corso di un seminario permanente... Siccome siamo d'accordo nell'interpretare i problemi di Gela tanfo come problemi locali quanto come riflessi di una patologia meridionale e nazionale, evidentemente il momento intellettuale (gli scritti, cioè), avrebbe anche avuto una dimensione che oltrepassava i limiti di Gela, coinvolgendo per quanto possibile l'opinione pubblica nazionale. Ora, per i vari intralci e sabotaggi, quanto è restato di questa grande baracca non è altro che il libro, il minimo che potevamo fare, se non altro per giustificare la nostra presenza a Gela e per denunciare i limiti di certi tipi di intervento correttivo e in fondo eversivo (Ises, Cassa, Relazioni pubbliche...) quindi un libro che nella migliore delle ipotesi potrà avere un effetto indiretto: uno, tramite il quadro di interpretazione (e quindi, possibilmente, d'azione) che offre a chi legge; due, sull'opinione pubblica più in generale».

«Ci rendevamo conto — ricorda Marco Marchioni — che avevamo speso due anni del nostro lavoro e che avevamo diritto ad essere risarciti. Ci venne posta però come unica condizione al riconoscimento di questo diritto, l'impegno a non pubblicare il libro. Naturalmente non accettammo e grazie ai buoni uffici dell'urbanista Francesco Indovina, prendemmo contatti con l'editore Franco Angeli».

 

Delusioni cocenti

Marchioni lasciò Gela e tornò in Spagna dove, conseguita la laurea in Scienze politiche e la specializzazione in Scienze sociali, aveva già per due anni lavorato come responsabile di un progetto di sviluppo nella provincia di Malaga. Eyvind Hytten rimase ancora alcuni mesi a Gela: ormai da un anno l'unica fonte di sostentamento era rappresentata dalle lezioni di inglese e di pianoforte della moglie Cristina e da alcune sporadiche collaborazioni con istituti di ricerca internazionali. La delusione era cocente, almeno tanto quanto quella subita nei quattro anni trascorsi a Partinico, dal 1960 al 1964, come Segretario generale del Centro studi per la piena occupazione istituito da Danilo Dolci. Ma le due esperienze gli facevano amare di più l'Italia e la Sicilia, invece che indebolire la sua volontà di rimanere. Dovette andarsene: nessuno a Gela gli diede l'opportunità di continuare il lavoro.

Sei anni dopo Hytten tornò a Gela. Gli chiesi di tirare le somme del suo lavoro. «In fondo — mi disse — il problema è la estromissione dei protagonisti principali, la gente del meridione, dai processi di cambiamento; cioè la sopraffazione di quelli che dovrebbero essere gli "utilizzatori" da parte di uno Stato assente di forze politiche non rappresentative, forze economiche con interessi estranei alla realtà ed alle esigenze locali!.. Tutti, comunque, purtroppo sono riusciti a fare credere alla gente di agire nel vostro interesse. Certo, capisco che il problema va visto all'interno di una realtà fatta di partiti, di sindacati cioè di apparati che potrebbero essere giudicati come strutture di conservazione del potere più che di promozione di una ideologia. Ma che cosa ci mettiamo al posto dell'apparato, sia esso un partito o un sindacato? Prima o poi ci mettiamo un altro apparato, con le sue regole, la sua burocrazia, le sue lotte interne per il potere, perché a questo punto non credo che in una società così complicata come quella italiana, si potrà fare qualcosa di spontaneo, semplicemente non ci credo. I problemi sono troppo grossi... Bisogna forse diventare più politici; bisogna riscoprire quella carica ideologica che una volta fu la ragione per cui è stato creato questo o quel partito. C'è stato uno svuotamento dell'idea nel partito, perché l'apparato, la struttura del potere, ha portato alla rinuncia delle scelte ideologiche, per ottenere posizioni di forza sia come gruppo che individualmente. Allora non è la depoliticizzazione che ci vuole, ma un risveglio dell'idea... Come funzionario delle Nazioni Unite, ho organizzato un convegno sull'industrializzazione in Romania, con la partecipazione di ottanta paesi. La preparazione di quel lavoro è stata influenzata dall'esperienza gelese... Questo significa che quanto si è fatto a Gela è di interesse molto largo. Difatti in quel convegno, certe problematiche osservate qui a Gela sono rispuntate in molti contesti diversi».

Diciassette anni dopo scrisse in un articolo che i due anni trascorsi a Gela erano stati fra i più felici che ricordasse... «Ho potuto assistere a quello che stava succedendo con la cosiddetta industrializzazione, cioè la fine di un mito e della missione di rinnovamento dell'industria petrolchimica… Solo alcuni hanno letto il mio libro: purtroppo è tanto piaciuto all'industria che questa ne ha acquistato quasi tutta la tiratura. È triste constatare che tutto è rimasto come allora, o è peggiorato. Certo, bisogna ammettere che c'è stato molto assenteismo, mancanza di senso della comunità, di una identità siciliana, meridionale gelese».

La moglie Cristina — dopo la morte di Eyvind, avvenuta in maggio del 1990, — rinvenne tra le carte uno scritto che racconta la scelta di abbandonare la Norvegia e il lavoro universitario e di venire in Sicilia. «Non immaginavo di dover cambiare vita — egli scrive — né di imbarcarmi in un'avventura senza ritorno». Conseguita la cattedra di filosofia morale e sociale all'Università di Stoccolma, appena trentenne, Eyvind Hytten incontrò Danilo Dolci in casa di amici comuni a Stoccolma. «Sapevo vagamente delle sue attività per lo sviluppo in Sicilia occidentale («sviluppo dal basso» era lo slogan del tempo) e quando lui, coi suoi modi sbrigativi di sempre, dopo avermi conosciuto sì e no un quarto d'ora mi chiese di venir giù per amministrare la nuova organizzazione che stava mettendo in piedi — avendo da poco vinto il Premio Lenin e perciò con nuove risorse in tasca — ho detto di sì con uguale incoscienza. Forse avrei già dovuto capire che questo gesto mi avrebbe fatto cambiar vita, carriera e tutto il resto, per sempre. Ma per il momento c'era solo l'avventura e la sfida di buttarsi in cose sconosciute che mi avrebbero fatto confrontare con la realtà, meglio e più della tranquilla carriera accademica... A Partinico, dirimpetto la mia casa c'era la casa, in blocchi di tufo con il pavimento di terra, di Lina e di suo marito muratore, con tre figli un po' più grandi dei nostri; dall'altro lato del vigneto stava Ciccio, chiamato Occhigrossi, factotum del Centro ed instancabile amico. Anche l'allevatore di maiali che stava dietro la nostra casa, con sette figlie che erano la sua disperazione a causa della dote, ci davano un senso di tranquillità anche in quest'angolo sperduto di un paese così malfamato, con Montelepre del bandito Giuliano a pochi passi».

Dopo Partinico, Gela; e dopo il purgatorio di Gela, Ginevra, le Nazioni Unite: nel 1971 divenne capo del Programma europeo di sviluppo sociale, anni dopo coordinatore delle operazioni di soccorso Onu in Pakistan orientale e Bangla Desh, infine rappresentante dell'Onu in Angola. Nel 1982 tornò in Italia. Voleva viverci fino alla fine. La morte lo colse mentre scriveva, a Roma, i ricordi della sua vita in Sicilia.

La vita e gli studi di Eyvind Hytten fanno parte a pieno titolo della storia del Mezzogiorno d'Italia. Leggendo il testo che proponiamo— «Industrializzazione senza sviluppo: Gela, una storia meridionale» praticamente inedito, è possibile comprendere molto di più che in tante pagine scritte da editorialisti, inviai speciali e saggisti dei nostri giorni. L’accostamento con recenti testi di successo indurrà ad amarissime riflessioni sulla insultante ignoranza e la cattiva coscienza di certa pubblicistica meridionalistica. Il saggio costringe a chiedersi perché mai, solo autorevoli studiosi stranieri come Hess, Block, Hobsbawm e Hytten abbiano prodotto le analisi più rigorose, più informate, più serene sul Mezzogiorno.

I giovanissimi killer di Gela, che hanno venti anni e che sono il braccio armato di una mafia sprovvista di radici e tradizioni culturali, hanno stimolato tante osservazioni, ma non sono riusciti a suggerire domande essenziali. Come queste: perché è potuto accadere che ingenti capitali e risorse gestiti a Milano e Roma abbiano provocato la nascita della più feroce mafia del Mezzogiorno d'Italia? Le responsabilità siciliane, gelesi in particolare, pur gravi ed inoppugnabili, possono spiegare da sole lo scandalo di un territorio abbandonato dallo Stato e concesso in appalto all'industria e ai suoi meccanismi necessariamente produttivi?

«A Gela, spesso presentata come la vetrina in cui ammirare i miracoli di trasformazione indotti in pochi anni dall'intervento dello Stato — scrivono Hytten e Marchioni nel 1970 — abbiamo vissuto il dramma della totale discrepanza fra questa immagine e la realtà. E la conseguente amarezza non solo di chi si trova lasciato nell'abbandono di sempre ma di chi viene considerato responsabile di non aver saputo valorizzare le opportunità miracolose che gli sono state offerte... Lo sviluppo basato sull'accumulazione anziché sulla distribuzione dei beni, sul concentramento del potere e delle opportunità, sull'ulteriore emarginazione della collettività, anziché sulla maggiore partecipazione alla vita pubblica, è un pericolo che investe tanto le società opulente quanto le comunità in via di trasformazione. A Gela abbiamo potuto vedere una delle manifestazioni più crude di questo pericolo ed allo stesso tempo l'unica soluzione possibile, che è quella di saper coinvolgere tutti nei processi che determinano il futuro».

 

Industrializzazione senza sviluppo. Gela Parte prima

di Eyvind Hytten, Marco Marchioni

La città di Gela ha un'origine molto antica, essendo stata colonia greca (1). Le tracce di tale origine sono ancora presenti e si possono trovare, seppure con una certa difficoltà, nel bellissimo Museo Nazionale e nelle mura, ottimamente conservate, di Capo Soprano.

Gli abitanti di Gela sembrano, però, aver dimenticato tali origini e non si può affermare che la situazione attuale abbia profondi legami con quel passato.

La Gela di oggi i suoi legami li conserva, invece, con un passato molto più recente.

La sua vita è, infatti, condizionata, da una parte dalla situazione di sottosviluppo dell'agricoltura tradizionale e, dall'altra, dalla presenza di un colossale stabilimento petrolchimico dell'Anic, azienda appartenente all'Ente Nazionale Idrocarburi (Eni).

A Gela si può arrivare dai quattro punti cardinali.

Per coloro i quali vi giungano da sud, ovest ed est, il primo contatto avverrà attraverso la mediazione della nuova civiltà industriale.

Infatti, per coloro che giungano da sud, cioè dal mare che guarda il continente africano, essi avvertiranno la presenza del progresso mediante il grande porto-diga dell'Anic, costruito per accogliere i grossi mercantili e le petroliere che riforniscono lo stabilimento e che vengono a caricare i prodotti finiti destinati all'esportazione.

Chi giunga da ovest (da Palermo, da Agrigento, dal triangolo della miseria siciliana), ad una curva della strada nazionale, vedrà improvvisamente un grande villaggio residenziale per i dipendenti dell'industria Anic.

Chi vi arrivasse da est, giungerà direttamente a ridosso del grande stabilimento, con i fumi, le luci, le grandi attrezzature, i serbatoi, i camion. Lungo lo stabilimento vedrà le centinaia di autovetture, le motociclette e le biciclette e comprenderà immediatamente l'evidenza del progresso economico e sociale che la grande industria ha portato in questa anticamente depressa parte della Sicilia.

La cosa è certamente più complessa per coloro i quali arrivino a Gela dal nord. Infatti la città è visibile da una grande distanza come una striscia uniforme identificata con lo spartiacque di una lunga collina, adagiata in direzione est-ovest, parallelamente al mare.

Da due o tre chilometri di distanza è visibile anche lo stabilimento che, di notte a causa della fortissima illuminazione, può essere confuso con una moderna città; di fronte prenderà corpo la visione di un grosso centro, fortemente popolato, scarsamente illuminato, attestato sulla collina e con le case che si stanno, gradualmente, avvicinando alla pianura.

Alla fine della superstrada (che collega Gela con Caltagirone e che dovrà unirla con Catania) tutto sarà, ancora una volta, chiaro: un Motel Agip campeggia all'ingresso della città, con un grande spiazzale, pompe di benzina, autovetture parcheggiate all'esterno.

Quindi il passante può pensare che Gela non presenta misteri; le tracce della nuova civilizzazione sono troppo apparenti, troppo «presenti» per lasciare dubbi. L'industria ha sradicato l'antico sottosviluppo apportando tutta una serie di «fatti» quali quelli che si possono trovare sull'Autostrada del Sole. Naturalmente, il passo seguente è anche molto semplice: la città di Gela è ormai definitivamente acquisita ai nuovi modelli di comportamento e di sviluppo delle zone più progredite del Paese.

Il paese-città di Gela conta oggi esattamente 65.066 abitanti. Non molti anni fa la sua popolazione era ancora di poco più di 40.000 abitanti: quella di un grosso centro rurale non insolita in Sicilia. Nel giro di pochi anni, Gela ha visto aumentare la sua popolazione di più del 50%.

Questo aumento massiccio della popolazione, che ricorda da vicino i processi di urbanesimo subiti dalle grandi città industriali, ha modificato e scombussolato l'antico — seppur lacunoso — ordinamento urbanistico e sociale della città.

Gela possiede oggi le dimensioni e le potenzialità per essere una città, ma le sue attrezzature arretrate, la mancanza di nuove strutture in tutti i campi, lo impediscono; e continua ad essere un grosso paese che ha visto moltiplicati i suoi antichi problemi ai quali si sono andati sovrapponendo i nuovi, derivati dalla crescita demografica, dall'insediamento industriale, dall'immigrazione, dalle nuove necessità.

Tra queste due realtà, attuali ed antiche, ma ambedue pressanti Gela vive faticosamente.

Schematicamente la città potrebbe essere descritta così: il nucleo centrale dell'abitato, molto allungato sullo spartiacque della collina in direzione est-ovest; sui due versanti della collina si è andato sviluppando il paese; cioè in parte verso il mare e, in parte, verso la piana, secca e argillosa, che prende il nome da Gela.

Nello stesso tempo il Comune ha continuato ad allungarsi lungo l'asse centrale che coincide con la strada principale, o corso, così come molti altri comuni siciliani.

La presenza dei due «fatti» nuovi urbanistici — quali lo stabilimento petrolchimico ed il villaggio residenziale — e la crescita disordinata del paese ha creato una nuova situazione socio-urbanistica.

La vecchia Gela rimane ancora circoscritta nell'ambito delle mura della antica Terranova (2). Essa aveva una dimensione in certo grado proporzionale: infatti il paese si era andato costruendo attorno al nucleo centrale costituito da un tratto di corso; Gela si era, cioè, mantenuta sul limite della collina senza traboccare oltre in nessuna direzione.

Ciò era dovuto al fatto che la costruzione sul versante che guarda al mare era resa estremamente difficile dalla natura franosa del terreno; verso la pianura, invece, dalle malsane condizioni di quella per la presenza di acque paludose e malariche. Negli altri due sensi, cioè lungo la striscia orizzontale, la espansione era stata limitata dal desiderio di vivere nei pressi del centro della vita comunitaria: la piazza ed il corso.

Queste limitazioni, di tipo sia naturale che culturale, avevano contribuito forzosamente alla creazione di quartieri sempre più popolosi e sovraffollati nei quali si andavano addensando le classi povere e diseredate: piccoli proprietari, braccianti agricoli, disoccupati permanenti.

La piccola e media borghesia, una volta esaurita la possibilità di stabilire la propria residenza nei pressi del centro, aveva cominciato a cercare nuovi spazi vitali e le zone verdi e affacciantesi al mare — specialmente nella collina di Capo Soprano — avevano visto la nascita di nuove ville signorili e, in tempi più recenti, di piccoli palazzi.

Ma le necessità di vario ordine, economico, sociale e culturale, continuavano ad essere valide per certi settori della borghesia i cui interessi affondavano nell'economia del paese stesso. Per questo all'interno del vecchio centro storico di Gela si sono viste nascere nuove costruzioni, talvolta enormemente grandi rispetto alla dimensione urbanistica ed architettonica normale, sulla piazza centrale e sul corso stesso.

Ma la parte centrale dell'abitato continua ad essere complessivamente coerente con la vecchia dimensione urbanistica del comune. Sussistono e si sono aggravate le condizioni dei vecchi quartieri delle classi povere.

Prendendo il corso come spartiacque reale ed emblematico della stratificazione sociale, si potrebbe affermare che mentre la piccola e media borghesia antica, cioè legata alla sorte ed alla vita della comunità gelese tradizionale, rimane sul corso o nelle vie immediatamente adiacenti, la nuova borghesia, più direttamente legata ai nuovi fatti industriali, cerca la propria dislocazione al di fuori dell'abitato antico, cioè nella periferia e nelle zone residenziali.

Le classi povere, il proletariato ed il sottoproletariato agricolo rimangono invece inesorabilmente attestate nei vecchi quartieri malsani della città, che occupano la parte adiacente al corso e prospiciente la pianura.

Le strade sono, in gran parte, acciottolate o non asfaltate; mancano quasi totalmente i servizi igienici nelle case che sono costruite secondo il modulo conosciuto in qualsiasi paese della Sicilia Occidentale; molto spesso si tratta di un solo vano, diviso artificialmente in vari spazi destinati a vari usi. Spesso anche le bestie (l'asino o il mulo) ed i carri agricoli sono necessariamente ospitati all'interno dell'abitazione. Il sovraffollamento è enorme. Alcuni studi sulle condizioni sanitarie della popolazione indicano la presenza e la diffusione della tubercolosi. Il tifo appare come una manifestazione endemica, malgrado il numero limitato dei casi denunciati. È evidente che il sovraffollamento, la mancanza di acqua e di servizi ne sono la causa più immediata; ci pare comunque inutile insistere nella descrizione di questi fenomeni in quanto sono ben conosciuti e più volte denunciati. La sola cosa da dire, a questo riguardo, è che questi fenomeni e queste situazioni persistono se non, addirittura, si aggravano proprio per la natura stessa dello sviluppo economico che si è avuto a Gela.

Un fenomeno, invece, più interessante ai fini della comprensione del «particolare sviluppo» avutosi a Gela, è la nascita ed espansione rapidissima di nuovi quartieri popolari. Non ci riferiamo a quartieri di case popolari costruite dall'ente locale o da altri enti pubblici regionali o statali (3), ma alla crescita spontanea di nuovi conglomerati occasionali di case che sono andati sorgendo in questi anni a ridosso dei vecchi quartieri della città.

Sia il vecchio Piano Regolatore — bocciato anni fa dalla Commissione Provinciale di Controllo — che il nuovo (approvato da pochi mesi dal Consiglio Comunale ed in corso di approvazione da parte degli organi regionali) vedono la fondamentale espansione edilizia di Gela sulla direttrice centrale del paese ed in direzione ovest, cioè verso Capo Soprano, nell'evidente tentativo di collegare la città con il Villaggio residenziale di Macchitella e con la zona più disponibile per le costruzioni.

Nello stesso modo i due piani prevedevano la necessità di rinverdire tutta la parte collinare prospiciente la pianura in quanto considerata malsana. Nel vuoto urbanistico-legislativo tra i due piani, invece, tale zona è andata riempiendosi di costruzioni: i privati — in questo caso lavoratori della campagna, emigrati, manovali edili — hanno risolto individualmente il problema della casa e lo hanno fatto, cosa del tutto naturale, nei termini da loro conosciuti: cercare un terreno non troppo caro, costruire alla giornata, cioè man mano che si dispone di denaro. La divisione interna di queste costruzioni è migliorata nel senso che si dispone di maggiore spazio e, quindi, di più vani. La base economica di questo «sviluppo» edilizio è soprattutto costituita dalle rimesse degli emigranti: la casa continua ad essere considerata il più sicuro degli investimenti.

La mancanza di prospettive e di una vera politica della casa portano a questi tipi di sviluppo edilizio che, alla lunga, nuoceranno a tutti e che, per il momento, sono le classi più povere a pagare pesantemente.

Il centro del paese è costituito dalla piazza centrale e dal corso Vittorio Emanuele (o Salvatore Aldisio) che attraversa tutto l'abitato in senso longitudinale.

La piazza ed il corso sono gli elementi naturali di riunione della cittadinanza. Attorno ad essi gravitano tutti i servizi pubblici fondamentali, così come le sedi dei partiti politici, dei sindacati e di altre organizzazioni. Nella piazza vengono tenuti i comizi politici e sindacali. Su di essa si affacciano i simboli del potere antico e moderno: la Chiesa Madre, la sede di alcuni partiti politici, le agenzie di due banche siciliane (altre due sono nelle immediate vicinanze).

Al centro del marciapiedi, di fronte alla chiesa, campeggia una statua raffigurante Cerere: spettacolo alquanto strano in Sicilia, per le sue nudità. La statua sovrasta la folla dei contadini parlanti. La sua collocazione risale a non molti anni addietro e non al periodo fascista, come si è portati naturalmente a ritenere. Le nudità della dea non sono più motivo di scandalo o di sorpresa; si provvede soltanto alla sua copertura nei giorni della festa per il patrono della città; in tale occasione servirà da punto di appoggio ad innumerevoli lampadine colorate che nasconderanno il corpo della dea ai partecipanti alla processione solenne.

La piazza è attraversata dalla strada che conduce al mare e al lungomare. Il quadrivio cui dà vita, incrociando il corso, è senz'altro il punto centrale del traffico cittadino; proseguendo sul corso verso est si arriva al moderno Museo Nazionale, al Commissariato di P.S., al supermercato Util, al grattacielo di Gela — orribile mostra della nuova edilizia borghese — per poter poi nuovamente scendere al mare e raggiungere, lungo una rovinatissima strada provinciale, lo stabilimento Anic.

Proseguendo sul corso in direzione ovest, invece, ci incontriamo con la maggiore estensione del comune, con i grandi quartieri popolari sulla destra; la città continua ad allungarsi in questa direzione fino alla collina di Capo Soprano dove le costruzioni cominciano a diradarsi.

Il tratto di corso che va dalla piazza alle antiche mura federiciane di Terranova — più o meno un chilometro — è senza dubbio il tratto socialmente più importante ed è quello destinato al classico passeggio, tuttora un costume attuale ed appariscente nelle forme tradizionali consuete.

In questo tratto del corso si trovano i principali negozi di abbigliamento, i gioiellieri, le due uniche vere librerie-edicole, molti uffici pubblici e privati.

Immediatamente al di là di questo tratto, sempre sul corso, affacciata sul mare, si trova la Villa Comunale, bella per alberi e piante. Purtroppo al di sotto una enorme scarpata si estende fino al lungomare, invasa dai rifiuti e dalle erbacce (in questa zona dovrebbero sorgere una piscina e due campi di pallacanestro).

Proseguendo sempre nella stessa direzione troviamo la concrezione fisica di uno dei fatti più anomali dell'intera situazione fisica in uno dei fatti più anomali dell'intera situazione sociale del Comune di Gela: l'esistenza del mercato libero dei braccianti che ha preso corpo nello spiazzale della brutta chiesa moderna di San Giacomo. I braccianti vi sostano per ore, nel pomeriggio, in attesa dei datori di lavoro. Il nero predomina su ogni altro colore.

Il mercato libero dei braccianti sembra costituire un nuovo centro sociale, a ridosso dei quartieri più poveri ed assume un chiaro significato di differenziazione sociale. In termini semplici si potrebbe affermare che mentre la piazza è frequentata praticamente dai soli proprietari e coltivatori diretti, i braccianti sostano lì dove abbiamo segnalato; il corso sembra essere fondamentalmente utilizzato dalla borghesia, dai giovani, dagli studenti.

I giovani tecnici ed operai di provenienza esterna — principalmente da altri centri siciliani — si sono andati a cercare altri luoghi per i propri incontri: uno di questi è il bar del Villaggio, specialmente nei mesi estivi; un altro è il tratto di strada che, partendo dalla piazza, si collega ad una seconda piazza dove si affaccia il Municipio (orribile mostra di architettura fascista, voluto dall'on. Aldisio) e dove si trova un ampio parcheggio per autovetture. In questo tratto di strada, che proseguendo raggiunge il mare, si trovano alcuni bar, rivendite di giornali e tabaccai.

In un certo senso, la stratificazione sociale sembra così prendere corpo in modo visivo; il problema della integrazione sembra inoltre guardare non solamente la nuova classe di «industriali» e la comunità locale; quest'ultimo aspetto si inserisce ed acutizza il precedente assestamento sociale che vede una chiara divisione tra proprietari di terra e proprietari di forza-lavoro; tra contadini e borghesia.

Il nuovo quartiere residenziale o Villaggio di Macchitella ha contribuito a rendere più evidente la disgregazione sociale ed urbanistica dell'abitato, operando come elemento di catalizzazione e di comparazione.

Il villaggio giace sull'antico Piano Notaro, un feudo di un grosso proprietario terriero di Gela. L'azienda provvide ad acquistare una grande area che solamente in parte è stata edificata. Il secondo lotto di costruzioni, previsto inizialmente, non è stato ancora realizzato. Il Villaggio, o quartiere, ospita attualmente circa 700 famiglie che occupano appartamenti distribuiti in palazzi, palazzine e villette. Vi è un'ampia zona destinata al verde che, però, è tutt'oggi molto scarso.

Il Villaggio è costruito secondo schemi urbanistici moderni: spazi liberi, dotazione di attrezzature (scuole, clinica, chiesa, shopping center, mercato ortofrutticolo e ittico, ecc.).

Un baraccone di legno ospita il Dopolavoro per i dipendenti dell'azienda. Il villaggio è costruito a ridosso del mare e dispone di una bella spiaggia in parte attrezzata e in parte libera.

Nella mente dei creatori, il villaggio doveva essere autosufficiente, costituire un nucleo separato e differenziato dalla città di Gela, offrire tutta una serie di servizi moderni e funzionali ai propri abitanti, in modo d'evitare la necessità di recarsi al centro abitato per i bisogni quotidiani di vario tipo (si può notare, però, che manca nel villaggio qualsiasi struttura effettiva per il tempo libero).

La costruzione del villaggio fu — e lo è tuttora — motivo di polemica. Il problema fondamentale che esso solleva è legato alla scelta del luogo dove è stato costruito. Collocato alla estrema periferia del Comune, (in pratica al di fuori della città) esso rimane qualcosa di estraneo alla vita locale; rappresenta un'isola, un'oasi o un ghetto, a seconda delle interpretazioni che si vogliano dare.

È un'isola in quanto è estraneo alla cultura e alla vita della comunità nella quale avrebbe dovuto inserirsi e sulla quale avrebbe dovuto agire; il sistema stradale, per esempio, permette ai dipendenti dell'azienda che risiedono nel villaggio di andare e tornare dal lavoro senza passare per Gela.

Essendo il villaggio autosufficiente, il dipendente Anic può evitare qualsiasi rapporto con la comunità locale (si raccontano a questo proposito strani episodi come quello del dipendente Anic che ha vissuto più di 4 anni al villaggio senza mai «salire» a Gela). Mancando di qualsiasi vera struttura per il tempo libero e per il tempo «da passare insieme agli altri» (in quanto il dopolavoro non assolve che in minima parte a questa funzione) il villaggio non offre particolari possibilità di vita collettiva e si riduce in pratica a un quartiere-dormitorio. I rapporti sono esclusivamente inter-familiari e comunque lasciati all'iniziativa personale.

Un ampliamento di questa interpretazione è quello che vede il villaggio come un'oasi, nel senso di avere tutte le caratteristiche dell'isola anteriormente descritte, più alcuni benefici o privilegi dai quali vengono esclusi gli abitanti di Gela. Per esempio la spiagga e la clinica, fino a poco tempo fa, erano aperte solamente ai dipendenti dell'azienda; tutt'oggi il villaggio gode di una disponibilità di acqua molto superiore a quella degli abitanti del comune, per cui quelli del villaggio possono arrivare a lavare le proprie autovetture per le strade, mentre gli abitanti del comune ricevono l'acqua soltanto per alcune ore al giorno. Infine esiste una terza interpretazione, maggiormente acutizzata, che è quella di comparare il villaggio a un ghetto operaio. Cioè, in altri termini, il villaggio come tentativo, da parte dell'azienda, di mantenere i propri dipendenti isolati volutamente dalla comunità locale, in continuo ed evidente contrasto con gli abitanti della zona per quanto riguarda il proprio livello economico, il proprio «status» sociale, ecc. Cioè il tentativo di creare una aristocrazia operaia e tecnocratica, capace di esercitare richiami e pressioni sulla classe dei diseredati e dei sottosviluppati. Tale interpretazione vede infatti nel «ghetto» non soltanto un tentativo di divisione della classe operaia — quindi maggiori possibilità di manovra dell'azienda per il raggiungimento dei propri fini esclusivamente produttivistici —, ma anche un vero e proprio ricatto che si opererebbe sui dipendenti Anic, che perdendo il lavoro nello stabilimento — per esempio a causa di un effettivo impegno sindacale o la partecipazione agli scioperi — verrebbero a perdere anche una serie di privilegi, cioè il villaggio ed i relativi vantaggi, lo status acquisito e sarebbero costretti a tornare da dove sono venuti: alla disoccupazione, alle condizioni di fame, alle case sovraffollate e prive di servizi igienici, ecc.

Qualunque sia l'interpretazione che si voglia dare al villaggio e ai modi in cui esso si svolge, la vita sociale, è evidente che la sua costruzione al di fuori dell'abitato di Gela ha creato una serie di problemi di varia natura tra gli abitanti del villaggio stesso e gli abitanti di Gela.

Quindi, per concludere su questo aspetto del panorama urbanistico di Gela, si può affermare che il quartiere residenziale per i dipendenti dell'azienda pubblica rimane un fatto urbanistico e sociale che non solo si differenzia totalmente dai modelli e dalle tradizioni culturali locali, ma che costituisce inoltre un fattore di non integrazione e di divisione tra la comunità locale e la nuova classe industriale, in parte proveniente da altre zone della Sicilia e dal Continente e, in parte, originaria di Gela.

Pur affacciandosi al mare, pur essendone bagnata in tutta la sua estensione, si potrebbe affermare che Gela vive di spalle al mare. Il mare, che in genere condiziona la vita di una comunità che vi sia costruita sulla costa, non sembra rappresentare un elemento importante nella vita della città.

La stessa attività peschiera, una volta abbastanza fiorente, è oggi completamente distrutta. Il lungomare, una volta ricco di spiaggia, è ormai ridotto a un pezzo di strada deserto in inverno e scarsamente frequentato in estate. Dal centro, dalla piazza e dal corso il mare non è neppure visibile. La popolazione di Gela non trae nulla dal mare e non sembra darvi nulla.

Il mare è stato riscoperto ultimamente come ricreazione e come vacanza estiva; la popolazione si è spostata verso le spiagge ad ovest del paese, verso il villaggio di Macchitella, verso il Borgo di Manfria. È, però, un fenomeno che interessa principalmente gli «esterni» ed i giovani gelesi. Le classi contadine restano estranee.

In località Manfria, ad ovest di Gela, si possono notare i segni di un processo sociale ormai chiaramente avviato o semplicemente proseguito secondo moduli diversi: quella che fino a pochi anni fa era una semplice zona agricola, con qualche casa disabitata per tutto l'anno, si è andata trasformando velocemente in una zona residenziale estiva; sono apparse le villette, le ville, le spiagge private, gli stabilimenti balneari.

La borghesia locale ha cercato la sua nuova sistemazione, per lo meno per i mesi estivi.

Immediatamente al lato di questa nuova zona di espansione, vive ancora il suo dramma l'agricoltura del gelese. Nude e disabitate, i muri cadenti, le case della riforma attestano il perpetuarsi di condizioni estremamente povere di una gran parte della popolazione. I terreni, in gran parte secchi, continuano a produrre secondo metodi tradizionali; sono visibili le maniche d'acqua per l'irrigazione sotterranea; ma la diga che dovrebbe fornire l'acqua non è stata ancora terminata; mentre un'altra diga, terminata da anni, è senz'acqua perché si è insabbiata.

Le centinaia di case costruite dall'Eras sono per il 90% completamente abbandonate; non è questo un fenomeno nuovo per la Sicilia. Attestano solamente la arretratezza di questo settore produttivo.

Industrializzazione senza sviluppo. Parte seconda

di Eyvind Hytten, Marco Marchioni

 

Le interpretazioni del caso

Una descrizione approfondita della complessa realtà socio-economica e culturale che si riscontra a Gela in seguito all'insediamento dell'industria petrolchimica, avrebbe richiesto uno sforzo ben più impegnativo ed una documentazione molto più dettagliata di quanto si trovi nel capitolo precedente. Queste pagine, quindi, non pretendono offrire un'analisi completa della situazione particolare di Gela — compito di per sé interessante e valido ma che esula dai limiti imposti al presente studio — e vogliono invece puntualizzare quanto è indispensabile per rendersi conto dei termini effettivi della situazione particolare al fine di poterne estrarre delle considerazioni e analisi di più ampio respiro.

La breve descrizione della situazione, in cui è venuta a trovarsi Gela, serve anzitutto a mettere in chiaro un fenomeno che si riscontra in qualsiasi zona in via di trasformazione e che costituisce uno degli aspetti più significativi del medesimo processo di trasformazione: la difficoltà, per non dire l'impossibilità, di cogliere in poche frasi ed in termini chiari e categorici quale sia la vera sostanza del processo che si va realizzando e quali i suoi probabili sviluppi futuri. La trasformazione socio-economica, è, in quanto tale, un processo multivalente e spesso contraddittorio nelle sue manifestazioni, anche laddove — come nel caso specifico — sembrerebbe possibile distinguere nettamente tra le sue varie fasi e determinare la dinamica delle forze coinvolte: la società rurale statica e tradizionale improvvisamente diventata oggetto di un massiccio intervento d'industrializzazione dall'esterno; quindi scossa nelle sue strutture e forme di vita consuete, ma per la stessa ragione stimolata ad avviarsi verso l'inserimento in una nuova civiltà più moderna e dinamica. L'esempio di Gela — uno fra tanti — dimostra che nessuna interpretazione nei termini schematici di variabili dipendenti ed indipendenti, di netta contrapposizione tra «oggetti» e «soggetti» dello sviluppo, tra chi lo fa e chi lo subisce, riesce ad afferrare il complesso significato di un tale processo di trasformazione e, tantomeno, ad estrarne gli insegnamenti positivi e negativi.

Però, l'apparente semplicità dei termini del «caso», congiunta alla speranza di vedersi verificare a Gela un «miracolo» economico e sociale in un breve volger di tempo, hanno fatto sì che la realtà effettivamente prodottasi — in tutti i suoi aspetti preoccupanti e carichi di significato per l'intero problema dello sviluppo meridionale — sia stata offuscata da una cortina di previsioni, interpretazioni e tentativi di spiegare da parti diversamente informate e talvolta direttamente interessate a far prevalere una determinata concezione di quanto è avvenuto ed avverrà a Gela.

Ciò significa che, volendoci occupare di Gela non tanto per denunciare una particolare situazione che rischia di rivelarsi involutiva, quanto per indicarne gli insegnamenti a più ampio raggio, dobbiamo anzitutto confrontare la realtà che vi si riscontra con le interpretazioni, più o meno viziate, che ne sono state date nel corso degli ultimi anni. Infatti, solo l'esame critico degli elementi interpretativi che, più della stessa realtà, condizionano l'opinione pubblica e le sedi decisionali, può costituire la base per una seria revisione della politica di sviluppo di cui Gela è un esempio.

Ciò comporta anche, evidentemente, l'obbligo di contrapporre a questi schemi una interpretazione, più articolata e realistica: la sola descrizione della «nuda realtà» non vale né scientificamente né tantomeno a fini pratici, come contrappeso al mito del progresso sociale automaticamente indotto dall'intervento industriale. È quanto ci proponiamo di fare nel presente capitolo: dopo una breve esposizione critica di alcuni tra i più significativi schemi interpretativi correnti, presenteremo un tentativo di inquadrare la problematica sociale riscontrabile a Gela in un contesto interpretativo di più ampio respiro, che permetterà di cogliere il significato dei singoli problemi che verranno analizzati nei capitoli seguenti.

Non è però possibile, data la complessità del problema, procedere ad una semplice elencazione delle interpretazioni ritenute insoddisfacenti e quindi contrapporle ad una nuova considerata più valida. Se riteniamo di dover scartare alcune interpretazioni correnti, non è solo per il fatto di aver constatato la loro insufficienza rispetto alla problematica di cui Gela è un esempio tipico, ma anche e soprattutto perché riflettono, in vari modi, una serie di presupposti e malintesi (sia empirici che normativi) sul problema dello sviluppo socioeconomico in generale, i quali vanno pertanto messi a nudo prima di procedere alla formulazione di un'alternativa meno condizionata da tali presupposti.

Più in particolare, lo spazio dedicato a queste premesse — intercalate tra l'esposizione critica di alcune interpretazioni correnti e la formulazione di un'ipotesi alternativa — si giustifica in base a due considerazioni. In primo luogo si nota un divario talmente profondo tra le interpretazioni più o meno ufficiali e la versione proposta dalla parte più informata dell'opinione pubblica locale da far venire il sospetto che si tratti di due realtà del tutto diverse. Le prime, benché differenti in quanto al peso attribuito all'intervento industriale e alle sue prospettive di rinnovamento, non lasciano alcun dubbio sulla sua forza dirompente a breve o lungo termine; mentre le seconde, non di rado, negano all'industrializzazione qualsiasi effetto o prospettiva di rinnovamento che non sia puramente episodico o marginale. Ciò non significa necessariamente che la verità stia «in mezzo» fra questi due estremi, ma perlomeno che vi debba essere un vizio di fondo nel modo stesso in cui il problema è stato posto, tale da portare a delle spiegazioni del tutto incommensurabili tra di loro ed escludenti qualsiasi prospettiva di sintesi.

Sarebbe troppo semplicistico cercare le ragioni di questo distacco nel solo fatto della provenienza delle diverse interpretazioni, tra la difesa d'ufficio dell'intervento industriale dello Stato e l'atteggiamento deluso e rivendicativo della comunità locale. Invece, come già si è accennato, la sterile polemica sul perché del non avvenuto miracolo socio-economico a Gela in seguito all'industrializzazione, va inquadrata nel contesto più ampio della problematica dello sviluppo in generale e, particolarmente, del rapporto tra i fattori economici ed extraeconomici che vi concorrono.

Ci proponiamo quindi di arrivare alla formulazione di una ipotesi interpretativa per vie traverse, sospendendo l'analisi del caso particolare fino a quando non siano state chiarite alcune questioni di fondo. Proveremo, in sintesi, a formulare dei quesiti più sensati prima di cercarne le risposte; a porre, in particolare, la domanda del che cosa sarebbe potuto essere quel profondo rinnovamento sociale e culturale indotto dall'industrializzazione che alcuni ritengono sia già in atto, altri che si produrrà in seguito ad ulteriori sforzi per l'ammodernamento delle strutture, altri ancora che considerano un'occasione definitivamente perduta peri il modo in cui è avvenuto l'insediamento dell'industria petrolchimica dello Stato.

Dare un senso più concreto al concetto di sviluppo sociale ci permetterà non solo di illustrare come e perché non si è verificato a Gela quel rinnovamento che si era augurato, ma anche di provare che effettivamente non si poteva verificare. E ciò permetterà, in seguito, di esaminare le condizioni per cui si potrebbe realizzare un vero processo di sviluppo sociale parallelamente al rinnovamento economico e tecnologico, a Gela ed altrove.

 

L’interpretazione miracolistica

È possibile individuare, schematicamente, tre tendenze nell'interpretazione dei fatti avvenuti a Gela in seguito all'industrializzazione e dei rapporti tra i fattori economici, tecnici e sociali. Sono interpretazioni, che in parte compenetrantesi fra loro, contengono tutte e tre qualcosa di vero, ma che in fondo partono da premesse generali poco valide ed arrivano a conclusioni sbagliate sia dal punto di vista interpretativo che in quanto ad orientamenti per l'azione.

Si è già fatto cenno all'interpretazione per così dire ufficiale, l'espressione della mitologia del progresso che nel caso di Gela tende ad esaltare le manifestazioni di un profondo rinnovamento di tutta la vita locale che si sarebbero verificate come diretta conseguenza dell'insediamento industriale. Non a caso, questa interpretazione — per la verità meno frequente oggi che durante i primi anni, nel clima inebriante della costruzione dello stabilimento — viene di solito offerta da parte mal informata, spinta da motivazioni giornalistiche o letterarie più che da determinati interessi di parte; mentre lo stesso Eni adopera ormai un linguaggio più prudente e problematico (5).

È comunque fuori dubbio che, nei riguardi dell'opinione pubblica nazionale e degli ambienti politici — che in mancanza di elementi contrari, sono naturalmente propensi a credere in tali interpretazioni trionfalistiche — il suo effetto è stato rilevante. Si potrebbe dire che si tratti semplicemente di un fatto di costume che difficilmente avrà avuto importanza reale, per esempio, nelle sedi decisionali che in vari modi si occupano del caso e che possiedono mezzi di informazione più diretti ed attendibili. Ciò sarà vero in teoria, mentre in realtà non pochi esempi dimostrano che anche persone tra le più responsabili ed informate, per prendere coscienza della situazione attuale, debbono compiere uno sforzo mentale per superare le aspettative miracolistiche indotte da questo tipo di pubblicità. Va anche ricordato, in termini più generali, il carattere superficiale dell'immagine fornita all'opinione pubblica dei problemi dello sviluppo meridionale in base ad esempi di questo genere.

Vale quindi la pena di analizzare brevemente il contenuto di questa versione dei fatti avvenuti e le valutazioni che vi sono implicite. Prendiamo come illustrazione un brano che, per il contesto in cui appare e per la potenziale importanza pratica e politica dei giudizi espressi in tale sede, dimostra che la tendenza ad interpretare trionfalisticamente la situazione non è del tutto limitata al mondo giornalistico:

Nel caso di Gela, l'attività motrice è rappresentata dall'impianto petrolchimico dell'Anic, le cui caratteristiche essenziali sono la natura innovatrice dal punto di vista tecnologico e da quello dei rapporti sociali e la sua posizione di impresa essenzialmente esportatrice.

La localizzazione di questo impianto è stato l'elemento determinante per la rottura del vecchio equilibrio sul quale poggiava il sistema economico e sociale di Gela. Essa, infatti, ha messo in moto un profondo processo innovativo che di fatto ha coinvolto il sistema produttivo esistente, i comportamenti individuali e collettivi, influenzando in maniera notevole le tradizionali abitudini di vita della popolazione, non solo nel senso di provocare un aumento nel livello generale dei consumi e quindi un miglioramento delle condizioni di vita stesse, ma anche nel senso di suscitare condizioni ambientali tendenzialmente simili a quelle della società industriale. Si tratta di un aspetto di basilare importanza per un'attenta considerazione del quadro evolutivo delle innovazioni in atto (6).

Va subito notato, ad evitare inutili illazioni sulla buona volontà o meno con cui è stato redatto in brano, che una osservazione parziale e superficiale degli avvenimenti locali a seguito dell'industrializzazione, può indurre a credere, anche in buona fede che un «profondo processo innovativo» sia effettivamente in atto; basta limitare il campo di visione rigidamente ai fenomeni direttamente toccati, come per esempio il livello di vita, i nuovi standard di abitazione e le nuove abitudini lavorative delle maestranze dello stabilimento. Questo errore di campionamento, la generalizzazione all'universo considerato di quanto viene riscontrato in un ristretto gruppo di fenomeni scelti allo scopo, è un difetto scientifico più che morale, spesso aggravato, come nel caso attuale, da una particolare cecità di fronte ai problemi sociali in genere. Va ricordato, come esempio, che la stessa non generalizzabilità dei fenomeni innovativi — limitati ad una modesta percentuale della popolazione locale — fa sì che la situazione vada giudicata socialmente negativa e involutiva nel suo complesso, in quanto è stato aggravato il divario tra i gruppi privilegiati e la popolazione nel suo insieme.

Si può riscontrare un simile errore di visione nel fatto di generalizzare non la proiezione nel futuro, ma quanto si riferisce al breve periodo della costruzione dello stabilimento, comportando, questo, un notevole aumento dell'occupazione e delle improvvisate iniziative economiche collaterali: è una trasposizione in chiave apparentemente scientifica delle aspettative miracolistiche cui questo periodo dava luogo in una parte dell'ambiente locale. Si noti, al proposito, il linguaggio categorico con cui viene affermato che certi effetti di rottura, certi processi innovativi, di cui si potevano intuire le avvisaglie nel periodo di insediamento dell'industria, siano già avvenuti a pochi mesi dall'inaugurazione dello stabilimento.

Detto questo, resta fermo che non tutto può essere attribuito a delle semplici carenze scientifiche, cioè alla limitatezza inerente a una interpretazione puramente economica. L'aspetto più grave del brano riportato e di altre affermazioni simili, è che la visione miracolistica degli effetti sociali dell'industrializzazione viene sostenuta da argomentazioni ex cathedra: le dilettantesche considerazioni sociologiche vengono profferte con il crisma del giudizio, da economisti, sulle profonde innovazioni avvenute (o comunque prevedibili) nel sistema produttivo locale, al di fuori della grande industria. Ora, mentre non bisogna essere sociologo di professione per rendersi conto della vacuità delle previsioni di grandi rotture sociali in seguito ad un solo intervento industriale, non occorre nemmeno essere economista per capire che una moderna industria petrolchimica, altamente automatizzata e quindi a basso assorbimento di manodopera, per giunta appartenente ad un complesso industriale verticalizzato ed autosufficiente, non può avere, per la sua stessa natura, degli effetti moltiplicativi più che marginali sul sistema produttivo della zona in cui viene impiantata.

L'interpretazione miracolistica si rivela nociva soprattutto quando si considera (e l'argomento vale generalmente per il modo in cui spesso si tende a presentare l'attuale situazione di progresso nel Meridione) la sua natura essenzialmente equivoca, oscillante tra l'indicazione di una certa realtà di fatto e l'affermazione di una prospettiva che comunque dovrebbe realizzarsi. L'effetto di rottura, di «profonda trasformazione socio-culturale» basato sul benessere generale comportato dalla industrializzazione o da altri interventi simili, appare non come un'ipotesi da verificare di caso in caso, ma come un dogma indiscutibile; per cui, se in un determinato caso, come Gela, le previsioni miracolistiche non si sono avverate, il dogma resta comunque in piedi. Si tende quindi ad evitare ogni forma di revisione delle previsioni, basata sull'analisi spregiudicata dei singoli esempi a disposizione, cercando invece la spiegazione dei «ritardi» che si sono verificati in una serie di ostacoli contingenti che non scalfiscano la sostanza del dogma stesso. Piuttosto di mettere in discussione la validità della idea che qualsiasi intervento industriale di una certa dimensione «dovrebbe» automaticamente comportare effetti di rottura e di innovazione sociale, non di rado si ripiega su spiegazioni in termini «culturali», attribuendo il mancato sviluppo sociale non alle insufficienze qualitative e quantitative dell'intervento stesso, ma alla scarsa ricettività degli ambienti locali agli stimoli di rinnovamento che vengono offerti dall'esterno.

 

L'interpretazione «culturale»

L'interpretazione «culturale», socio-antropologica del caso di Gela, viene generalmente formulata in termini di contrapposizione tra la tradizionale cultura rurale, a cui è caratterizzata la zona ed il sistema culturale razionale, moderno e produttivistico rappresentato dal grande impianto industriale e le sue varie manifestazioni esterne. Vi sono due versioni specifiche di questa interpretazione, di cui la prima vede tale contrapposizione come una convivenza, problematica ma in sostanza fertile e priva di conflitti fondamentali, tra due culture diverse: è il taglio caratterizzante di vari servizi televisivi negli ultimi anni (7).

La seconda versione sottolinea invece gli aspetti conflittuali e insuperabili della contrapposizione tra queste due culture, lo scontro frontale ed il congelamento dei rapporti tra l'ambiente locale, chiuso nelle sue abitudini secolari e i suoi rapporti sociali fondati sull'intuito e sulla irrazionalità e la «tecnostruttura» moderna, efficiente e insensibile della grande industria (8).

In effetti, ambedue queste versioni dell'interpretazione in termini socio-antropologici non reggono al confronto con la realtà; o, per lo meno, non sono accettabili in questi termini netti e semplicistici. Vi è ovviamente, nel caso di Gela, un certo aspetto di contrapposizione tra culture diverse, modi di vita, di pensiero e di comportamento diversi. Ma perché questa contrapposizione abbia un significato più che laterale ed illustrativo occorrerebbe un elemento di confronto che invece manca e la cui mancanza è uno dei fatti più significativi dell'intera questione.

Mentre la comunità di Gela, oggi come ieri, rappresenta certamente un caso abbastanza tipico del tradizionale sistema socio-culturale delle società meridionali, con tutti i pregi e difetti caratterizzanti, l'Anic a Gela — per una serie di motivi che cercheremo di analizzare in seguito — rappresenta l'efficientismo e la razionalità tipici della società industriale solo negli aspetti puramente produttivistici; cioè negli aspetti in cui le occasioni di contatto con la società attorno (sia di conflitto che di reciproco condizionamento) sono ridotti al minimo.

Nelle aree di contatto invece — ad esempio la politica del personale, i rapporti con l'amministrazione comunale e con la opinione pubblica, le relazioni con gli imprenditori locali — la documentazione qui presentata basterà per dimostrare come i criteri seguiti siano più vicini a quelli tipici del sistema paternalistico e soggettivo della cultura locale che non ai criteri razionali della civiltà industriale in altre zone.

A parte il suo valore limitatamente illustrativo, quindi, l'interpretazione culturale crolla di fronte al fatto che non vi può essere né interpenetrazione né conflitto culturale quando manchi uno dei termini di confronto — nel caso specifico, un agente rappresentativo della civiltà industriale con i suoi criteri di razionalità operativa — adoperati anche nelle relazioni dirette con l'altro interlocutore, cioè la tradizionale civiltà locale. Tranne che in alcuni aspetti marginali e, nel complesso, privi di significato (specialmente a livello di comportamento individuale dei dipendenti settentrionali dell'azienda nei loro rapporti rari con l'ambiente locale), le contrapposizioni culturali non rappresentano né minacce di scontri fondamentali, né tantomeno prospettive di interpenetrazione acculturativa a lungo andare. Ciò sarebbe potuto avvenire solo se l'industria come tale, la «tecnostruttura» in tutte le sue manifestazioni economico-tecniche e sociali, avesse abbandonato la posizione di isolamento in cui, volutamente, si è posta fin dall'inizio. Nella situazione attuale, semmai, la prospettiva «culturale» è quella di un crescente assorbimento di certe abitudini e modi di comportamento locali da parte dell'industria, nella ristretta area delle sue relazioni con alcune parti dell'ambiente locale. Nel caso specifico, quindi, non sussistono le premesse materiali né per uno scontro né per una graduale interpenetrazione sociale e culturale tra le due realtà, il mondo industriale e la comunità locale: rarissimi gli incontri sociali al di fuori della vita dello stabilimento, sporadici e limitati al minimo necessario i contatti tra funzionari dell'azienda e rappresentanti locali, praticamente inesistenti le strutture acculturative comuni, come per esempio la scuola.

Inutile sottolineare, a questo proposito, che l'interpenetrazione che, fino ad un certo punto, si realizza all'interno del villaggio residenziale, tra operai e funzionari del Nord, di Gela e del resto dell'Isola, non ha, per il quasi totale isolamento del villaggio, nessuno sbocco, nessun «effetto moltiplicatore» nella comunità in generale.

Potrebbe essere obiettato che, anche se nel caso specifico non esistono reali possibilità di contatto e di scambio «culturale», rimane comunque valida la spiegazione culturale nel senso di indicare problemi ed ostacoli di natura sociale che, anche in una situazione in cui venissero favorite le occasioni di interpenetrazione culturale, la staticità ed il tradizionalismo del tessuto sociale locale avrebbero in ogni modo intralciato la diffusione dei nuovi modelli di comportamento e di rapporti sociali rappresentati dai settentrionali dell'industria. Ci troviamo qui di fronte ad un altro dogma, altrettanto duro a morire. Per il momento basta notare che nessun elemento sicuro sta ad indicare che lo stimolo esterno (i nuovi modelli culturali) rappresentino di per sé dei fattori sostanzialmente dirompenti, né che la società locale — di fronte non soltanto al modello, ma ad una reale possibilità di usufruire dei benefici più essenziali della società industriale — non abbia le stesse capacità di autotrasformazione che si sono riscontrate in altre zone nelle quali il progresso materiale si è verificato da molto tempo.

 

La versione integrazionista

Una terza tendenza, infine, considera i problemi di Gela dal punto di vista delle cose non fatte, della insufficienza di quanto finora avvenuto ai fini dello sviluppo sociale, senza mettere in discussione la validità degli interventi settoriali realizzati. Anche in questo caso possiamo individuare due filoni d'interpretazione, diversi nella loro valutazione dei fatti contingenti ma sostanzialmente basati sulla medesima visione dei problemi da risolvere. Possiamo parlare di una interpretazione «integrazionista», articolata in una versione rivendicativa ed in una basata su richieste politiche più ampie.

Questi due filoni si distinguono, infatti, nella questione di chi, nelle sfere decisionali del potere pubblico, avrebbe dovuto provvedere all'ulteriore integrazione dei provvedimenti socio-economici per lo sviluppo della zona ad evitare gli effetti di sbilanciamento che ha prodotto l'insediamento industriale. La versione rivendicativa, che praticamente esprime l'atteggiamento più immediato ed istintivo di una parte dell'ambiente locale, attribuisce la colpa delle cose non avvenute genericamente alle forze in atto e specificatamente all'unico agente di queste forze che è presente a livello locale, cioè la stessa industria di Stato. Questa è praticamente la versione rovesciata dell'interpretazione miracolistica di cui si è detto, lo stesso meccanismo che ha indotto alcuni osservatori esterni, anche tra i più qualificati, a vaticinare un totale cambiamento in meglio delle condizioni di vita locali in seguito all'industrializzazione, ha evidentemente creato, a Gela stessa, una diffusa tendenza ad aspettarsi praticamente tutto dall'ente di Stato e un senso di sgomento e delusione man mano che è apparso chiaro che l'azienda statale, una volta insediata e funzionante, segue gli stessi criteri limitatamente produttivistici di qualsiasi industria privata.

Trattandosi di un atteggiamento ancora oggi molto diffuso nella popolazione locale, sarà opportuno toccare alcuni aspetti particolari del problema. In primo luogo sembra chiaro che, negli anni della polemica sull'opportunità tecnico-economica dell'impianto a Gela, le argomentazioni dell'ing. Mattei e del suo ente in favore del progetto, tutte formulate in termini della utilità pubblica dell'iniziativa, siano state interpretate a livello locale in modi non necessariamente corrispondenti alle reali intenzioni di chi le profferiva. L'utilità pubblica, sociale del progetto era principalmente un argomento a favore dei privilegi particolari richiesti dall'industria di Stato per agevolare un'iniziativa economicamente dubbiosa (9), di cui la validità obiettiva si riferiva, semmai, a criteri di utilità economica e di prestigio a livello nazionale, mentre ben poco lascia credere che le esigenze di sviluppo locale fossero tra le motivazioni che spinsero l'ente ad insistere sull'impianto a Gela. In occasione dei discorsi celebrativi, invece, non poche formulazioni danno ad intendere una tale finalità sociale dell'intervento e non deve sorprendere se le aspettative miracolistiche dell'ambiente locale siano state alimentate soprattutto in occasioni del genere.

La constatazione che l'impianto industriale non comportava automaticamente il rovesciamento della situazione socio-economica e che l'industria rappresentava una realtà sempre più avulsa dai principali problemi locali, ha perciò motivato una tendenza a vedere il suo assenteismo come un tradimento dei propositi originali, specie dopo la scomparsa di Mattei che sembrava il garante paternalistico degli intenti sociali di cui l'impianto petrolchimico sarebbe stato soltanto la prima realizzazione. Specie in occasione delle vertenze sindacali, di cui ci occuperemo più diffusamente in altra parte, il comportamento della direzione viene talvolta giudicato in maniera più dura di quanto sarebbe stato il caso di una industria privata, perché visto sullo sfondo delle intenzioni, reali o immaginarie, di gestire l'impianto con criteri diversi da quelli del settore privato. Più in generale, la gestione dell'impianto secondo criteri puramente aziendali e la conseguente impossibilità di coinvolgere l'industria in questioni di più ampio interesse per la comunità — ad esempio il problema dell'aiuto alle industrie collaterali, l'approvvigionamento idrico della città, la limitazione dell'inquinamento atmosferico prodotto dall'impianto, ecc. — comporta una tensione nei rapporti sociali che probabilmente sarebbe stata meno aspra in assenza di tali illusioni iniziali sulle finalità extra-produttivistiche dell'azienda.

Secondo la versione più ampia di questa interpretazione «integrazionista», invece, il mancato sviluppo socio-economico della città è attribuibile generalmente alle forze nazionali e regionali che non hanno saputo valorizzare l'occasione di rinnovamento rappresentata dall'impianto industriale, venendo meno ai propositi di far accompagnare l'intervento dell'Eni con altri provvedimenti tanto nel settore produttivo quanto nel settore sociale e civico. Si tratta quindi di una versione più articolata che attribuisce la settorialità degli interventi a Gela non all'industria statale di per sé, ma alla scarsa compartecipazione dei governi regionali e centrali alla creazione del «polo di sviluppo» di cui l'impianto petrolchimico sarebbe stata la premessa necessaria ma non sufficiente. In concreto, la mancanza di opere infrastrutturali, di stimoli, di agevolazioni alle industrie collaterali, che avrebbero dovuto sorgere accanto all'Anic, delle opere indispensabili per una crescita sociale e civica commisurata con i progressi nel settore produttivo — scuole, istituti di formazione professionale, ospedali, ecc. — illustrano queste inadempienze delle autorità pubbliche in generale (10).

Di queste due versioni dell'interpretazione «integrazionista» occorre dire soltanto che né una diversa politica aziendale da parte dell'industria di Stato, né una più attiva presenza degli altri organi pubblici preposti, per quanto di per sé augurabili, sarebbero probabilmente bastati a modificare radicalmente la situazione socio-economica locale. Particolarmente per quanto riguarda gli aspetti sociali dei processi di sviluppo locale, la interpretazione «integrazionista» — tanto nella versione rivendicativa che in quella più generalizzata — rischia di avere un effetto sostanzialmente eversivo, se non integrato in un contesto più ampio di problemi e di possibili soluzioni. La relativa preponderanza degli agenti centrali ed esterni nei processi di sviluppo e la corrispondente emarginazione dei legittimi agenti locali, è stato ed è tuttora uno degli aspetti centrali del problema dello sviluppo nella zona. Vi è quindi il rischio di perdere di vista i termini reali della problematica se l'inadempienza delle forze centrali viene considerato come il principale, se non l'unico, difetto da superare.

Questo non significa, certamente, che la situazione non sarebbe stata relativamente migliore se l'industria di Stato avesse «fatto di più» secondo le assicurazioni iniziali o se le altre istituzioni pubbliche responsabili avessero saputo coordinare i propri sforzi per incrementare gli effetti innovativi prospettati dall'industrializzazione, anziché prendere la venuta dell'Eni come alibi per rivolgere altrove la loro attenzione. Ma il problema di fondo rimane: non tanto il relativo assenteismo delle forze centrali, quanto la quasi totale emarginazione delle forze locali dal processo messo in moto dall'industrializzazione.

Si è visto che, mentre la prima di queste tre interpretazioni afferma in base a delle osservazioni estremamente parziali e tendenziose che l'industrializzazione è già garante di un profondo capovolgimento della situazione socio-economica, le altre propongono, in modi diversi, delle ipotesi sul perché ciò non sia avvenuto. Abbiamo fatto delle osservazioni critiche su tutte queste alternative che ci sembrano, nel migliore dei casi, troppo parziali e pertanto insufficienti a spiegare la complessa realtà socio-economica del caso. A prescindere dalla validità specifica di ogni singola interpretazione offerta, al di fuori di quella miracolistica, vi sono però dei presupposti di fondo più o meno comuni a queste varie alternative; e prima di proseguire nell'esposizione di una ipotesi più completa ed articolata, è necessario esternare questi presupposti per sottoporli ad una analisi critica. Si tratta, come si è detto, di alcune idee correnti sui rapporti tra il progresso tecnico-economico e lo sviluppo sociale che ci sembrano pregiudicare una corretta impostazione del problema.

Vi è una tendenza, anche nelle interpretazioni critiche sopra riportate, a dare per scontato l'elemento fondamentale nell'interpretazione miracolistica e cioè il fatto dell'avvenuto «decollo» economico della città per merito dell'impianto industriale. Molto spesso la discussione parte dai problemi del come e perché il cambiamento economico non abbia comportato un vero progresso sociale, sorvolando sulla questione se un tale cambiamento economico ci sia effettivamente stato.

E inutile sottolineare che la grande importanza nazionale ed internazionale dell'impianto petrolchimico di Gela non comporta automaticamente una simile importanza a livello regionale e locale; e ciò soprattutto negli aspetti in cui un intervento economico potrebbe, date certe condizioni ambientali, influire sul sistema produttivo circostante, sul sistema socio-culturale e sulle istituzioni dell'area in cui si trova. Si è già detto della mancanza di effetti moltiplicatori, in termini puramente economici, dell'impianto gelese; mancanza in gran parte attribuibile alla stessa natura tecnologica dell'Anic ed alle caratteristiche del gruppo industriale di cui fa parte (11).

Un discorso abbastanza simile vale per l'elemento che rappresenta l'effetto economico più diretto, il monte salari erogato dalla fabbrica. Per quanto importante di per sé, specialmente considerando il reddito normale nella zona, troppi fattori concorrono a ridurne sostanzialmente la rilevanza economica per la comunità locale. Pur non potendoci riferire ad alcun rilevamento diretto in proposito, è fuori dubbio che l'isolamento di gran parte delle maestranze nel villaggio residenziale, praticamente autosufficiente ed in genere lo scarso potere di assorbimento dell'economia locale, la quasi totale assenza di occasioni di investimento produttivo ed altri fattori strutturali ancora, fanno sì che l'ammontare totale del monte salari non dia alcuna indicazione sicura sul capitale effettivamente assorbito dall'economia della zona. Inoltre il successivo rialzo dei prezzi (p.e. degli alloggi e delle aree fabbricabili) in seguito all'aumentata domanda creatasi negli ultimi anni, contribuisce a neutralizzare gli effetti positivi, per la comunità nel suo insieme, che l'afflusso di capitali in alcuni settori dell'economia avrebbe potuto avere.

Il presupposto di un radicale cambiamento dell'assetto economico locale, come base per la domanda del perché non ne siano seguiti degli effetti di rinnovamento anche sociale, ci sembra quindi mal posta e tale da sviare il discorso dai termini reali del problema. Non si vuole certo affermare, come talvolta viene fatto a scopo polemico, che non ci sia stato un cambiamento economico di nessun genere, se non in peggio per la popolazione in generale. Ma questo cambiamento, nei termini più semplici di una aumentata disponibilità di mezzi e una loro utilizzazione produttiva nel sistema economico locale, risulterà sicuramente, all'analisi più accurata, molto meno significante di quanto le cifre globali darebbero ad intendere. In ogni caso si tratta, sempre in termini puramente materiali, di un processo che non può influire più che marginalmente sul sistema socio-culturale; quindi è abbastanza inutile domandarsi perché un rinnovamento sociale non sia conseguito da questo tipo di avvenimento economico.

In secondo luogo, ci si può chiedere se anche un impegno economico maggiore, coinvolgendo nelle nuove occasioni di lavoro e di guadagno una parte più rilevante della popolazione attiva, avrebbe potuto avere delle conseguenze dirompenti, in un lasso di tempo così breve, sul secolare sistema socio-culturale di Gela. Avendo cioè affermato che questo cambiamento economico non avrebbe potuto comportare un vero rinnovamento sociale, ci si chiede se qualsiasi intervento economico, anche di grandi dimensioni ed in una prospettiva di tempo più lunga, avrebbe potuto avere un tale effetto. Può sembrare una domanda vana, tanto è ormai corrente l'idea che ad un certo punto lo sviluppo economico e l'aumento dei livelli di vita comporterà necessariamente, anche attraverso una serie di squilibri più o meno dolorosi, una radicale modifica del sistema sociale, dei comportamenti e della stessa mentalità delle popolazioni investite. Il problema appare, semmai, essere quello di definire il punto di «maturazione» economica necessaria per avviare tali processi ed il periodo di tempo occorrente perché i rinnovamenti sociali si verifichino a larga scala. Nel caso specifico si tratterebbe di vedere quante nuove industrie, quanti posti di lavoro siano ancora necessari ed in quali tempi più lunghi si produrrebbero gli effetti di rinnovamento sociale che ancora non si sono verificati, senza con ciò dubitare del rapporto positivo e lineare tra progresso economico e sviluppo sociale.

Il problema del non avvenuto sviluppo socio-economico di Gela viene delimitato da questo presupposto, in termini della dimensione degli stimoli economici necessari e dei tempi occorrenti per i conseguenti rinnovamenti sociali e culturali. Un primo dubbio sulla sua validità nasce già in considerazione dei fatti empirici a disposizione: la relativa importanza dell'intervento industriale già avvenuto ed il tempo già trascorso avrebbero perlomeno dovuto comportare una prima indicazione, per quanto parziale, di un processo di rinnovamento della società più significativo di quanto per ora esiste. Il problema fondamentale di Gela, però, non consiste in un imperfetto o ritardato processo di rinnovamento, ma piuttosto in una serie di fenomeni di carattere involutivo, i quali, se non tutti condizionati dall'intervento industriale, certamente non ne sono stati nemmeno arginati. Non si tratta quindi, nel caso specifico, semplicemente di una questione di tempi e di dimensioni.

Evidentemente, la posizione preponderante dell'Anic a Gela ed il suo conseguente monopolio rispetto al mercato di lavoro, il mondo sindacale e l'ambiente locale in genere, sono tutti fattori che sarebbero relativamente contenuti man mano che nascessero altre industrie ed un sistema produttivo più diversificato. Allo stesso tempo, una ipotesi di sviluppo economico meno limitata al solo settore industriale, soprattutto per l'incremento delle attività agricole, contribuirebbe a distribuire più equamente il potere economico e le possibilità di partecipazione attiva nei settori produttivi. In realtà, però, anche le più ottimistiche previsioni sul futuro del nucleo di industrializzazione o sugli interventi nel settore agricolo della zona, non sono tali da lasciar prevedere la nascita di unità produttive con una forza economica e contrattuale paragonabile a quella dell'Anic. Bisogna contare che la sua relativa preponderanza rimarrà un fatto costante nell'economia della zona e che l'eventuale creazione di altre unità produttive non cambierà sostanzialmente la situazione per quanto riguarda i rapporti tra il settore produttivo e la comunità.

Non è, quindi, tanto la dimensione degli interventi economici — il numero degli impianti, il capitale investito, la produttività o la manodopera impiegata — che conta ai fini dello sviluppo della zona, quanto i metodi di conduzione nel settore produttivo e, conseguentemente, i rapporti stabiliti tra questo e la società in cui si trova ad operare.

In che cosa consisterebbe lo sviluppo sociale, «il profondo rinnovamento delle strutture della vita collettiva, dei comportamenti e della mentalità della popolazione» che alcuni affermano sia già avvenuto in seguito all'industrializzazione, altri pensano si verificherà con l'andare del tempo ed altri ancora credono garantito da un più massiccio intervento industriale?

È molto raro trovare delle formulazioni di ciò che sarebbe effettivamente il rinnovamento socio-culturale indotto da un determinato cambiamento economico, che vadano al di là di una generica enumerazione di fenomeni riscontrabili in società più evolute materialmente: più alti livelli di vita, nuove abitudini di consumo e di utilizzazione produttiva dei risparmi, rapporti sociali basati su criteri funzionali anziché di status o di prestigio, più alti livelli di istruzione e di cultura generale, con conseguente diversificazione delle qualifiche professionali, mutamenti della struttura e della funzione dei gruppi primari, dei rapporti di autorità e dipendenza, assunzione di nuovi modelli di pensiero e di comportamento con l'abbandono di vari schemi tradizionali e disfunzionali, eccetera. A parte alcune note teorizzazioni sociologiche, in genere troppo astruse per permetterne l'utilizzazione in un caso concreto, non si dispone per ora di schemi interpretativi sufficientemente esatti per mettere in chiaro come questi processi si verifichino, quali siano i meccanismi per cui una determinata serie di avvenimenti esterni, per esempio l'industrializzazione, l’inurbamento, ecc., producano questi e non altri effetti socio-culturali o perché cambiamenti uguali nella sfera economica comportino, in casi diversi, effetti socio-culturali interamente diversi.

Ciò dipende, in gran parte, dalla stessa vaghezza dei concetti di cambiamento economico-tecnico e mutamento sociale e, quindi, dalla difficoltà di definire esattamente se un dato fenomeno sia da considerarsi semplicemente un aspetto intrinseco dello sviluppo economico in quanto tale, oppure l'inizio di un nuovo processo di tipo socio-culturale che rappresenti un salto dialettico rispetto ai propri precedenti materiali.

 

Industrializzazione senza sviluppo. Parte terza

di Eyvind Hytten Marco Marchioni

 

Il mancato sviluppo sociale

Mezzi e fini dello sviluppo sociale

In altri contesti (12) abbiamo avuto modo di trattare vari problemi più generali dello sviluppo sociale, dal punto di vista sia interpretativo che operativo.

Si tratta, come è noto, di una tematica ancora scarsamente precisata nei suoi contorni, in cui, non di rado, le varie posizioni assunte non permettono per ora un dialogo costruttivo, per mancanza di comuni punti di riferimento e talvolta per incompatibilità anche ideologiche.

Non è questa la sede per un'analisi approfondita di questa tematica nella sua interezza, anche se il confronto tra certe impostazioni teoriche e la problematica particolare e rappresentativa di Gela, potrebbe avere un benefico effetto di concretizzazione dei discorsi sullo sviluppo sociale. Ci limiteremo, invece, all'esposizione sintetica di alcuni orientamenti di fondo che appaiono indispensabili per il proseguimento dell'esame del caso e per la formulazione di un'ipotesi interpretativa che in seguito ci permetterà di inquadrare la situazione nel suo vero significato.

Partiamo da una definizione, dichiaratamente normativa (che, cioè, esprime una scelta ideologica senza pretendere di rappresentare un'accezione corrente), del concetto di sviluppo e dei suoi «aspetti sociali» o comunque extra-economici. È un concetto di cui il primo elemento qualificante è un netto carattere valutativo, in contrapposizione, cioè, al concetto di «cambiamento» (o di «mutamento») sociale, il quale va considerato neutrale nel senso di non contenere nessuna valutazione, positiva o negativa, dei processi dinamici così denominati. Parlando invece di «sviluppo» (o di «progresso», che in questa accezione ne diventa un sinonimo) s'intende non solo denotare il fatto di un determinato cambiamento nella società, ma anche esprimere una valutazione positiva di tale cambiamento. Ogni processo di «sviluppo», cioè, premette l'esistenza di un cambiamento materiale e sociale, mentre può avvenire un «cambiamento» che non comporta uno sviluppo in questo senso qualitativo perché le manifestazioni del processo non appaiono — in base a determinati orientamenti valutativi — socialmente desiderabili.

Questo primo elemento della definizione apparirebbe alquanto banale, se non fosse per la consueta tendenza — non ultima nei dibattiti sui problemi meridionali — di confondere, più o meno consapevolmente, questi due concetti e quindi di contrabbandare qualsiasi mutamento sociale in corso come di per sé un processo di miglioramento della società. Da parte ufficiale, questo è servito a difendere la politica meridionalistica degli ultimi decenni contro ogni critica fondata su criteri non semplicemente quantitativi, con riferimento ai notevoli cambiamenti economici e sociali che innegabilmente si sono verificati nel dopoguerra. Ma anche a prescindere da tali usi tendenziosi, dettati da particolari interessi di parte, va notato che la confusione tra «sviluppo» e «cambiamento» spesso dipende dai residui di un'ideologia vagamente illuminista, di derivazione ottocentesca, che dà per scontato che qualsiasi mutamento si rivelerà, in un modo o nell'altro, per il meglio e per l'ulteriore progresso dell'umanità.

In secondo luogo adoperiamo il concetto di sviluppo in un senso che, in termini generali, esclude la solita distinzione settoriale tra aspetti economici, tecnici, sociali, istituzionali, culturali, ecc.: lo sviluppo, nel senso qualitativo sopra indicato, è un processo globale, di cui l'oggetto è la società nel suo insieme e non i suoi singoli settori artificiosamente distinti. Vi può essere, cioè, un cambiamento del sistema produttivo o degli ordinamenti politico-giuridici o dei modi di comportamento delle persone, senza un riscontro parallelo e di simile incidenza in altri settori della vita, come infatti succede continuamente in una società che non sia del tutto statica. Se, invece, questi cambiamenti, seguendo una logica di crescente sperequazione che talvolta è intrinseca nell'ordinamento tradizionale, risultano tali da aggravare permanentemente gli squilibri socioeconomici preesistenti, ci troviamo di fronte a situazioni involutive che solo una politica di sviluppo pianificato può correggere e trasformare in «progresso».

Si tratta anche qui di un elemento definitorio su cui bisogna insistere più per causa dei malintesi prodottisi nel dibattito in tema, che per ragioni obiettive. Si può notare un'altra volta come «l'idea del progresso» di derivazione illuminista, presupponendo l'esistenza di meccanismi di compensazione sociale («la mano invisibile») che garantiscono, per esempio, automatici benefici sociali dell'espansione industriale, coincide con l'interesse particolare degli ambienti economici di concentrare gli sforzi nei settori direttamente produttivi, lasciando ad altri la preoccupazione dei «costi sociali» che il processo comporta.

Questo non esclude evidentemente che, a livello dei problemi operativi dell'intervento per lo sviluppo, sia necessario distinguere tra determinati settori d'intervento e tra le particolari competenze delle varie forze coinvolte. Ma se al di sopra di questi settori, distinti nelle competenze e nei propri raggi di operazione per motivi di funzionalità, non vi è una visione d'insieme dei problemi della società, espressa in una politica di sviluppo rivolta alla totalità dei problemi, nessuna «mano invisibile» garantisce il progresso organico.

Questa necessità di una divisione del lavoro e della delimitazione di particolari settori di competenza, ha spesso avuto delle ripercussioni negative nel settore specificatamente sociale. Di fronte al peso determinante delle tematiche economiche e tecniche nel campo dello sviluppo, la conquista di uno «spazio», sia teorico che pratico, della tematica sociale, si è rivelato un compito arduo e spesso intralciato da malintesi e ripiegamenti: le stesse persone e istituzioni impegnate nel settore sociale, troppe volte, si sono accontentate di assumere un ruolo marginale e riparatorio nei confronti delle forze «determinanti» dei mutamenti in corso.

Non di rado, perciò, si trovano delle formulazioni degli «aspetti sociali dello sviluppo» che ne riducono la portata al solo problema di arginare i più malefici effetti del progresso tecnico-economico (per evitare, per esempio, che certi valori tradizionali della società rurale vadano persi o che certe istituzioni sociali fondamentali, come la famiglia, ne risultino sgretolate), senza cioè pretendere nessun significato autonomo e propulsivo dello tematica sociale dello sviluppo.

Con questa delimitazione ristretta del significato e dei fini dello sviluppo sociale, evidentemente viene anche a mancare la sufficiente motivazione per degli interventi efficaci nel settore e gli stessi strumenti e mezzi materiali per una politica di sviluppo sociale. Tutto ciò che viene fatto, in un modo o nell'altro, risulta quindi condizionato da dinamiche diverse, come riflessi, più o meno mediati, di interventi e processi di altro tipo: per esempio, la creazione di moderne strutture formative che garantiscano la istruzione a tutti, si verifica in funzione della domanda da parte del settore produttivo e non in base ad un'autonoma concezione del diritto alla istruzione anche indipendentemente dalla sua importanza economica. Oppure, per ricordare un esempio forse meno grave ma particolarmente significativo, la cosiddetta diffusione della cultura diventa un tema di importanza politica, attirando fondi e interventi pubblici, solo nel momento in cui i produttori di mezzi culturali sentono il bisogno di allargare il proprio mercato.

È perciò necessario concepire diversamente, in senso più ampio ed autonomo, la tematica sociale dello sviluppo. In particolare bisogna rivedere il significato del concetto dei valori sociali, che comunque rimane il centro d'interesse di questo settore. Si tratta qui di evitare il ripiegamento — in effetti di natura eversiva e sostanzialmente conservatrice — sui valori tradizionali più arcani e, al limite, folkloristici; di sfatare il mito di un contrasto netto e lineare tra i valori caratterizzanti la società tradizionale nelle zone rurali e quelli tipici della civiltà industriale; e, soprattutto, di rifiutare l'idea, basata su queste premesse, che il primo se non ultimo scopo dello sviluppo sociale sia quello di influire sui valori sociali per «cambiare la mentalità della gente».

Il progresso della società, nel senso qualitativo e globale suggerito qui, va prima di tutto concepito come una prospettiva e una necessità, compatibile con le diversità di strutture sociali, di cultura, di comportamento e di mentalità che si riscontrano nelle varie parti del mondo: è non solo ingenuo e ascientifico, ma anche moralmente inammissibile il presupposto che lo sviluppo sia direttamente legato a strutture e tradizioni socio-culturali di un particolare tipo, storicamente e geograficamente determinato. A parte il fatto che «il cambiamento della mentalità» è poco più di un modo di dire, cui non corrisponde nessun sicuro elemento conoscitivo su come attuarlo con mezzi determinati (altro è, naturalmente, l'ipotesi che determinati avvenimenti esterni comporteranno gradualmente e spontaneamente certi cambiamenti delle idee e comportamenti degli individui).

Qualsiasi teoria o politica dello sviluppo deve essere guidata dal presupposto che una società può essere cambiata in meglio, nel suo funzionamento e nelle sue prospettive, senza interventi terapeutici che allineino la mentalità delle persone con quella dei piemontesi, americani o scandinavi.

 

Sviluppo sociale e partecipazione

Uno degli equivoci di fondo rispetto ai problemi sociali dello sviluppo, è appunto questa delimitazione del campo di interesse alla sfera esclusiva dell'intervento diretto ed immediato su determinati valori sociali. L'impossibilità di definirli operativamente e di concepire determinati metodi di intervento diretto (a meno che non si sogni di qualche forma psico-terapica collettiva su vasta scala), fa spesso sì che, all'atto pratico, non rimanga altro che l'intenzione velleitaria di «fare qualcosa» affinché il mutamento economico abbia il meno possibile degli effetti deleteri sulla mentalità e sui valori delle persone.

Se, invece, cerchiamo di definire in altro modo sia la strategia dell'intervento nel campo sociale sia il suo oggetto, ne verrà fuori un quadro al contempo più realistico e più promettente.

Come prima cosa, alla tradizionale modestia di coloro che, per deformazione professionale, arrivano quasi a scusarsi per la marginalità dei temi sociali proposti e a chiedere il permesso di occuparsene, bisogna contrapporre la convinzione di trovarsi nel bel mezzo dello sviluppo della società, proponendo non interventi correttivi e riparatori rispetto alla dinamica sociale già in atto, ma azioni che mettano in questione la natura, la direzione e la validità di questa stessa dinamica.

La distribuzione dei beni e delle opportunità di ogni genere che il progresso materiale offre — in altri termini, la possibilità di partecipazione per tutti i valori materiali e spirituali che la società si crea — è il senso fondamentale dello sviluppo sociale. Ma la partecipazione a questi valori è essa stessa un valore, per il tramite del quale gli altri si realizzano e che condiziona la loro effettiva realizzazione: si può parlare di «sviluppo» nel senso qualitativo e dinamico qui suggerito, quando ogni cittadino non solo si trova con più soldi o una migliore educazione di prima, ma con la possibilità di accedere continuamente a più alti livelli di vita materiale e spirituale, a seconda delle proprie scelte e capacità e non in base a dei criteri prestabiliti.

La partecipazione non va quindi «reificata» come un altro valore di tipo socio-culturale, aggiuntivo ad altri valori di carattere materiale, ma concepita come un «valore-quadro» che qualifica tutti gli altri valori offerti dal progresso, in quanto rende l'individuo un partecipe attivo e non un semplice beneficiario dei processi di miglioramento della società.

In altre parole, la partecipazione si riferisce non tanto e non solo, alla successiva distribuzione dei beni creati in un processo di sviluppo, ma soprattutto al modo in cui questo stesso processo avviene, a chi ne sono i portatori responsabili oltreché i beneficiari.

Questa precisazione s'impone perché, nel dibattito degli ultimi anni sullo sviluppo sociale e sul ruolo della partecipazione alla vita pubblica, si trova molto spesso una tendenza involutiva che ha limitato di molto la portata e il significato del concetto di partecipazione. Alla base di questo concetto più ristretto troviamo l'ipotesi della «non disponibilità alla partecipazione sociale» come una delle cause fondamentali della staticità e dell'isolamento sociale delle zone arretrate: quindi, secondo questa impostazione, il problema principale consisterebbe nel sostituire determinati fenomeni culturali tradizionali (individualismo, «familismo», atteggiamenti negativi e fatalistici verso la vita sociale più allargata, ecc.), con altri valori che stimolassero la disponibilità delle persone a prendere parte nella vita pubblica. Sennonché, in molti casi, il problema risulta artificiosamente limitato per una serie di difetti d'interpretazione e di prospettiva.

In primo luogo, questa «non disponibilità» si rivela, in molti casi, condizionata non da particolari conformazioni culturali e valutative delle persone, ma dall'assenza delle premesse materiali per una effettiva partecipazione alla vita pubblica, di strutture, occasioni e soprattutto di «cause» a cui varrebbe la pena partecipare. Basti pensare al consueto disinteresse dei meridionali per una attiva partecipazione alla vita politica locale: con una classe politica generalmente avversa a qualsiasi controllo popolare, nella mancanza di un ordinamento politico che offra lo spazio per una partecipazione più che sporadica e non viziata dal sistema clientelare, l'assenteismo politico è una reazione «razionale», per la quale l'interpretazione in termini di mentalità e di valori, oltre che inutile, è anche tendenziosa.

In secondo luogo, succede non di rado che il fine operativo degli interventi per lo sviluppo sociale si trovi formulato in termini troppo ristretti per quanto riguarda sia le forme che il contenuto della partecipazione che andrebbe stimolata. Si tende cioè, da una parte, a concepire il problema nei termini di un mutato rapporto tra l'individuo ed il suo contesto sociale più immediato, riducendolo a una questione di una sua più attiva «presenza» oltre i confini del proprio gruppo primario, nell'ambito della comunità di cui fa parte e delle sue istituzioni. D'altro canto — specialmente negli interventi di tipo specificamente sociale nelle zone in via di sviluppo — se ne riduce la portata alla sfera ristretta delle attività vagamente culturali o associative; spesso impostate come una specie di esca per attirare i singoli ad una vita extra-familiare, al limite indipendentemente dal valore intrinseco delle attività a cui si invita a partecipare.

Il pericolo di queste forme di limitazione è che, in tale modo, la partecipazione rischia di apparire un valore a sé stante, la cui funzione è stata alterata in quella di ricompensare le persone e i gruppi marginali della loro effettiva esclusione dai processi più centrali della società moderna.

La partecipazione immediata dell'individuo a delle attività non essenziali nell'ambito della comunità locale, arriva, in certi casi, a figurare come un surrogato per la partecipazione — diretta o indiretta — ai problemi centrali della società più grande.

In fondo, però, il difetto più grave di questa limitazione del tema della partecipazione consiste nell'implicita distinzione tra domanda ed offerta; tra il «mettere a disposizione» delle occasioni alla partecipazione e l'uso che ne fanno i beneficiari. In questo modo il senso della partecipazione come mezzo di sviluppo viene profondamente viziato e si presta facilmente alla strumentalizzazione; perché la disponibilità ad usufruire delle occasioni offerte da altri, nelle forme ed entro i limiti prestabiliti, non rappresenta nessuna novità nei consueti rapporti sociali tra gruppi e individui.

La partecipazione diventa un fatto sociale nuovo e potenzialmente dirompente solo quando l'individuo o il gruppo viene coinvolto nella fase decisiva del processo, partecipando anche alla definizione della cosa a cui partecipare, dei modi e dei fini della propria partecipazione. Infatti a nessuno verrebbe in mente di chiamare socialmente evolute quelle nazioni in cui i cittadini si trovano continuamente sollecitati a partecipare ad attività programmate e dirette dall'alto.

Per stabilire un concetto più allargato (e diciamo pure, più politicizzato) della partecipazione come l'essenza dello sviluppo sociale, bisogna anzitutto eliminare questo tipo di condizionamento insidioso. Ciò comporta, quasi automaticamente, il superamento anche di altre componenti del concetto più ristretto esposto poc'anzi. Infatti, se si concepisce la partecipazione come un valore-quadro necessario per l'attuazione di tutti i valori specifici che lo sviluppo dovrebbe comportare, non circoscritto da nessun condizionamento per quanto riguarda il contenuto, le forme o le finalità della partecipazione (perché costituiscono l'oggetto stesso della partecipazione), in questo modo si eliminano anche le restrizioni per ciò che riguarda l'ambito e le tematiche della partecipazione alla vita pubblica.

È vero che l'attiva partecipazione civica, di cui dovrebbe essere caratterizzata una società evoluta, «comincia» con una più attiva presenza dell'individuo nell'ambito del proprio contesto sociale immediato; ma è anche vero che in una società sempre più complessa, questo deve essere solo il primo scalino in un sistema di partecipazione più articolato. In questo, il rapporto individuo-gruppo o individuo-istituzione è solo un elemento di un più vasto quadro sociale in cui il singolo individuo è presente per via mediata, attraverso le istituzioni e i gruppi di base, anche nel contesto sociale più grande, della regione o del paese di cui fa parte. Occorre cioè evitare l'assurdo di considerare la più attiva presenza dell'individuo nella vita sociale locale come un fine a sé stante e non come un mezzo per una maggiore partecipazione della stessa località e delle sue istituzioni a livello regionale e nazionale, cioè nelle sedi decisionali centrali.

 

L’emarginazione della collettività

Vi è un elemento fondamentale, comune praticamente a tutte le attuali teorizzazioni intorno ai problemi dello sviluppo delle zone arretrate, anche se diversamente accentuato a seconda delle singole impostazioni. È l'idea dello sviluppo socio-economico basato fondamentalmente sul presupposto di una congiunzione degli sforzi «dall'alto» e «dal basso» nella società, tra le risorse materiali, il saper-fare tecnico e le competenze politiche delle autorità centrali (e/o delle organizzazioni internazionali nel campo) e la disponibilità e capacità delle popolazioni stesse e delle loro rappresentanze legittime ad utilizzare nel modo migliore queste risorse e opportunità ai fini del progresso. Gli interventi per lo sviluppo, per non risultare incompleti, sbilanciati o troppo costosi socialmente, dovrebbero in qualche modo realizzarsi tramite una tale alleanza tra le forze centrali e quelle locali.

Si riscontra facilmente una certa ambivalenza laddove si parla esplicitamente di questo presupposto, in quanto non sempre risulta chiaro se tale congiunzione delle forze sia da considerare una condizione indispensabile affinché gli interventi si dimostrino realmente efficaci, oppure se si tratta di una esigenza che va al di là dell'efficacia economica. In altre parole, se il presupposto qui menzionato vuole circoscrivere un concetto valutativo dello sviluppo nel senso sopra definito, per cui un determinato intervento, che p.e. non tenesse nessun conto delle aspettative e delle disponibilità delle popolazioni interessate, sarebbe da considerarsi socialmente indesiderabile anche se materialmente riuscito; oppure se la emarginazione della popolazione significherebbe che l'intervento non avrebbe successo neanche dal punto di vista materiale.

Se la necessaria complementarietà di questi due «protagonisti» dello sviluppo, può considerarsi un'idea ormai acquisita, almeno in termini generici, molto più difficile si presenta la sua applicazione ai casi concreti. Quali sono, effettivamente, queste due forze di cui è necessaria la collaborazione: «lo Stato» (o comunque qualche agente centrale e superiore) e «il popolo»? Succede non di rado che ambedue vengano in qualche modo mitizzati come entità ben precise di cui i contorni e caratteristiche sono chiaramente definiti, con il fondamentale elemento comune di essere ugualmente tese alle stesse finalità di progresso e benessere per l'intera collettività; spesso in contrapposizione a tutti gli agenti intermedi (tecnici, funzionari, amministratori, rappresentanti formali e informali della stessa popolazione) la cui posizione mediatrice e esecutiva costituirebbe un diaframma fra il «vero» potere centrale e le «vere» istanze popolari.

Questa specie di mito, composto in parti eguali da una concezione hegeliana dello Stato e da un populismo di carattere illuminista, rischia pertanto di congelare in termini genericamente ideologici ogni tentativo di circoscrivere il ruolo della collettività in un processo di sviluppo, in quanto non tiene sufficientemente conto del fatto che qualsiasi processo del genere si svolge, in pratica, a livello intermedio tra «alto» e «basso». Anche nei rarissimi casi di una effettiva fusione tra gli intenti politici delle forze centrali e la partecipazione degli interessati, la «presenza» dello Stato e della collettività, si riducono a poco più di un fatto simbolico, mentre la fase esecutiva viene delegata da ambedue le parti ai propri rappresentanti preposti allo scopo.

Ciò non toglie, evidentemente, che sia lo Stato che la collettività dei cittadini possano essere rappresentati più o meno bene dai propri delegati, essere «presenti» più o meno effettivamente nei processi che vengono svolti per delega a livello intermedio. Questo rimane un problema di fondamentale importanza per il tema della partecipazione allo sviluppo, che però può essere inquadrato realisticamente solo quando si supera la concezione mitica di uno Stato essenzialmente «buono» e necessariamente teso al bene dell'intera collettività e della stessa collettività come permanentemente compatta e unita nei propri desideri e intenzioni. Se tali concezioni idilliche e a-conflittuali delle forze in gioco fossero valide, il problema si ridurrebbe a quello di garantire la massima rappresentatività delle istanze centrali e locali attraverso i propri delegati, cioè ad un problema tecnico anziché politico e ideologico.

L'esempio del Mezzogiorno, prima e dopo l'Unificazione, offre una illustrazione particolarmente significativa di quanto detto sopra. In una società in cui una serie di fattori storici e geografici hanno concorso a creare un profondo divario tra il centro e la periferia e un diffuso senso di impotenza e abbandono nella collettività, esclusa da ogni forma di contatto con i centri di potere, se non attraverso i canali tortuosi ed umilianti del sistema clientelare, è più che naturale che si sia radicata la convinzione che tutto ciò fosse solo ed esclusivamente il frutto di una usurpazione da parte delle classi intermedie — i baroni, i rappresentanti delle forze centrali, i politicanti locali — mentre in cima alla società, sia a Napoli, a Torino che infine a Roma, gli aneliti di giustizia e di benessere della gente avrebbero sicuramente trovato un riscontro nella benevolenza dei regnanti, se solo sapessero della vera situazione nel Sud. Così nacque l'idea del «re lazzarone», che in altre forme sopravvive ancora oggi:

Tra il re e il paese c'erano i viceré e gli altri rappresentanti della Spagna, che costituivano il solo potere vicino e visibile, mentre il re stesso rimaneva per i più come un simbolo astratto e irraggiungibile. Contro il potere presente i siciliani, rispettosissimi di quell'arcana maestà lontana, sempre generosa e giusta, perché lontana e ignota, facevano valere i loro diritti: una lotta sorda e continua, fatta di piccoli puntigli, di meschine vanità, di ricatti e intrighi, nei quali erano in giuoco da un lato l'interesse privato, dall'altro la carriera stessa sia dei viceré, sia dei minori funzionari del governo: né più né meno di quel che oggi e più ancora in tempi a noi molto vicini, avveniva o avviene con prefetti, questori e simili (13).

Questo parallelo storico ci offre la possibilità di formulare, mutatis mutandis, un'ipotesi sulla dinamica degli avvenimenti recenti a Gela che sia allo stesso tempo generalizzabile ad altre situazioni simili e traducibile in propositi operativi a lungo termine. L'accostamento di questa situazione particolare ad un fenomeno storico ben noto e diffuso nell'intero Meridione, serve a qualcosa di più che a suggerire un divertente gioco di società in cui i nomi dei re, viceré, baroni e gabellotti di una volta vengano sostituiti con quelli dell'ing. Mattei, dell'on. Aldisio, degli amministratori locali e dei dirigenti dell'azienda. Vanno piuttosto rilevati tre fenomeni che dimostrano in modo più essenziale la validità del paragone storico:

1) il ruolo carismatico attribuito alla persona di Enrico Mattei dalla popolazione in genere e all'Ente da lui creato, in quanto strumento pubblico di potenziale rottura e rinnovamento, da parte delle forze popolari di sinistra;

2) la conseguente tendenza ad interpretare le successive evoluzioni dell'Eni (sia a livello politico, per es. nei rapporti con l'industria privata, che a livello di conduzione aziendale) come un tradimento delle intenzioni dello stesso Mattei, piuttosto che come manifestazioni di una logica neo-capitalista già inerente al disegno originale dell'Ente;

3) contemporaneamente, vi è il fatto obiettivo che il ruolo assunto dall'azienda dell'Eni nella realtà sociale locale, si è effettivamente rivelato molto vicino a quello del tradizionale apparato amministrativo-burocratìco degli enti pubblici in genere; l'azienda costituisce cioè un diaframma quasi impenetrabile tra il vertice del gruppo e la comunità locale.

Quindi, fermi restando gli equivoci cui possono dare luogo le suddette tendenze ad ipotizzare un grande capo giusto e benevolo, attribuendo tutte le disfunzioni ai tradimenti dei suoi esecutori, vi sono nella situazione creatasi anche degli elementi obiettivi che, per il fatto di riflettere degli schemi strutturali già ben conosciuti storicamente e radicati nella coscienza della gente, condizionano in modo determinante i rapporti tra l'azienda e la comunità.

Da questo punto di vista, la presenza dell'industria petrolchimica non rappresenta nessuna novità sostanziale nel contesto del tessuto sociale tradizionale; non ha comportato nessuna rottura degli schemi sociali in cui si è inserita accanto ad altre forze già operanti a livello intermedio tra la collettività ed i vertici della società. Pertanto i rapporti tra l'industria e la comunità (ed i comportamenti che ne conseguono) risultano viziati in partenza, perché basati sulla vaga idea che l'industria ed i suoi rappresentanti «dovrebbero» essere qualcosa di molto diverso da quello che sono, confondendosi in modo ambivalente con il riconoscimento che la situazione non fa che rispecchiare uno schema storicamente ben conosciuto.

Le «aree di contatto» tra l'industria e la comunità sono, come si è rilevato, ridotte ad un minimo. Ciò principalmente per motivi già inerenti alla stessa natura dello stabilimento e ai modi in cui è avvenuto il suo insediamento a Gela; motivi forse in gran parte ineluttabili, che fanno solo domandare come sia stato possibile illudersi che questa particolare industria avrebbe potuto avere dei nessi più che sporadici con il sistema socio-economico e culturale locale, senza particolari e costose misure integrative. Essendo il ciclo produttivo autonomo e autosufficiente e la vita sociale extra-aziendale congelata nell'isolamento del villaggio residenziale, la comunità in generale se ne trova praticamente esclusa in senso tanto economico che sociale; l'industria è una mera presenza per la maggior parte della popolazione e poco più di un'occasione di guadagno per una minoranza considerata privilegiata. Restano però alcune aree ristrette, ma di grande importanza e significato, in cui, regolarmente o occasionalmente, l'industria «s'incontra» con determinati gruppi o istituzioni locali.

Ci riferiamo specificatamente ai rapporti con l'amministrazione pubblica e l'ambiente politico locale, con alcuni imprenditori legati a dei contratti d'appalto e di esecuzione di lavori particolari connessi con il ciclo produttivo e soprattutto con il mondo del lavoro attraverso le organizzazioni sindacali. Nei capitoli seguenti, ci soffermeremo in modo particolare su questi tre tipi di contatto, che costituiscono, in modi diversi, degli esempi significativi dei problemi sopra menzionati.

Vedremo infatti che, mentre l'azienda, così com'è, «rappresenta» l'Ente pubblico e lo Stato di cui è un emanazione, in maniera forse imperfetta e spesso maldestra, però mai al punto di venirne apertamente smentita, per questi altri interlocutori il problema della rappresentatività si pone alquanto diversamente. Bisogna evidentemente fare dei discorsi separati sull'ambiente politico, sul gruppo degli imprenditori e sul sindacato, che ricoprono — o dovrebbero ricoprire — dei ruoli ben diversi nei confronti della collettività, anche dal punto di vista formale. Ciò nonostante, è possibile anche in questo caso parlare di un problema unico di «rappresentatività», perché le tre singole forze che costituiscono un possibile legame tra l'azienda di Stato e la comunità locale, si accomunano nel fatto di rappresentare imperfettamente le istanze collettive di quest'ultima, mentre più facilmente si presentano nei confronti dell'industria in nome di gruppi ed interessi particolari. Ciò viene non di rado denunciato da parte locale, per es. in sede politica o in occasione delle vertenze sindacali, però raramente come un problema generale (il che significherebbe mettere in questione non particolari «deviazioni» ma l'intera politica aziendale, il sistema politico e sindacale locale in quanto tali) e più spesso ai fini di una diversa spartizione dei vantaggi che il rapporto con l'azienda di Stato può offrire ai singoli.

Questo non vuol dire necessariamente che tra l'azienda e queste forze locali si sia creato un rapporto di esplicita connivenza ad esclusione della comunità e in contrasto con gli orientamenti ufficiali dell'Ente di Stato. Esistono anche esempi di ciò, che hanno coinvolto determinati gruppi o persone sia a livello politico e sindacale che tra gli operatori economici, ma è un fenomeno particolare. In maniera uguale, è un fatto di per sé deplorevole, ma di importanza sintomatica più che sostanziale, che i contrasti interni in queste tre forze e la loro scarsa rappresentatività lasciano spazio a delle manovre e strumentalizzazioni da parte dell'azienda.

In sintesi, il «sistema» che abbiamo cercato di descrivere per sommi capi è tale da escludere gran parte dei controlli e condizionamenti esterni che la collettività, tramite le sue rappresentanze legittime, avrebbe dovuto esercitare sull'andamento dei rapporti tra l'azienda pubblica e quelle forze locali che mantengono rapporti diretti e stabili con essa. La collettività locale non possiede i canali necessari per esercitare tali controlli in modo diretto e le forze politiche che, in un caso del genere, avrebbero potuto affrontare il problema più opportunamente a livello nazionale, dimostrano tuttora un notevole assenteismo da queste ed altre situazioni simili. Il «legame» tra lo Stato e la comunità, costituito dall'industria petrolchimica nei suoi rapporti con alcune forze locali, è lasciato per il suo buon funzionamento alla scrupolosità e lungimiranza dei singoli, che operano senza i necessari controlli dall'esterno. È un criterio che evidentemente non dà sufficienti garanzie di efficienza e imparzialità, specie in una situazione già di per sé difficile, in cui gli uni — da parte dell'industria — hanno tutto l'interesse a mantenere solo dei rapporti particolari con determinati gruppi locali e gli altri, i rappresentanti della comunità, spesso non possono permettersi il lusso di rifiutare tali rapporti esclusivi.

Quindi, tanto la partecipazione privilegiata di alcuni ai processi messi in moto dall'industrializzazione, quanto la non-partecipazione della stragrande maggioranza della popolazione, sono ambedue dei fattori strutturali, inerenti allo stesso sistema sociale in cui l'industria si è inserita senza scalfirne le caratteristiche essenziali e a cui la politica aziendale ha saputo adeguarsi senza grandi drammi. Solo in via subordinata si tratta di un problema comportamentistico, riflettente le abitudini, la mentalità e i limiti culturali delle singole persone che sono i protagonisti attivi e passivi della situazione. Per la stessa ragione, ci troviamo di fronte a una problematica generalizzabile all'intera questione meridionale, che da tempo si cerca di risolvere con interventi ad hoc calati dall'alto, i cui insuccessi troppo frequenti si cerca di giustificare con riferimento a degli ostacoli sociali e culturali che, invece, risultano aggravati dal modo in cui sono condotti questi stessi interventi.

È su questa falsariga che cercheremo di illustrare più concretamente alcuni dei problemi sociali che l'intervento industriale ha comportato a Gela. A questa esposizione fa da sfondo il convincimento che, date le premesse, «non poteva andare diversamente»: questa particolare iniziativa di industrializzazione, in questa particolare realtà sociale, difficilmente avrebbe potuto avere dei risultati sostanzialmente diversi. Tale impostazione può sembrare disfattista, ma serve ad evitare ogni falsa speranza in interventi correttivi — sia di tipo genericamente socio-culturale che, peggio ancora, nel campo delle cosiddette relazioni pubbliche — i quali, nella situazione che si è venuta formando, avrebbero degli effetti solo eversivi. In altre parole, non è semplicemente questa particolare situazione di stasi che va superata, con mezzi riparatori; l'esempio di Gela deve servire a mettere in questione l'intera politica basata sull'idea di poter mettere in moto un processo di sviluppo sociale con dei mezzi che, in effetti, rafforzano gli ostacoli già esistenti a una partecipazione di tutti ai beni che il progresso comporta.

 

Industrializzazione senza sviluppo. Parte quarta

di Eyvind Hytten Marco Marchioni

 

L'industria e l'ambiente politico ed economico

Il problema dei rapporti con l’ambiente locale

«In linea di principio, si può discutere sull'opportunità che un'impresa petrolifera — la quale opera in un settore così vasto e complesso come quello dell'industria degli idrocarburi — diluisca i suoi mezzi tecnici e finanziari in interventi operativi non determinati dalla esclusiva valutazione delle esigenze aziendali. (Però) un'iniziativa in campo industriale è valida sul piano sociale e dello sviluppo nella misura in cui lo è sul piano economico» (14). Questa valutazione ufficiale del ruolo dell'Eni nel Mezzogiorno si riferisce abbastanza chiaramente al caso particolare dell'impianto a Gela, per la cui realizzazione sarebbero prevalse le considerazioni di tipo sociale sui pareri tecnici circa l'inopportunità di sfruttare «il peggiore greggio del mondo» (15).

In retrospettiva possiamo invece constatare che queste stesse preoccupazioni sulla validità tecnica dell'intervento e il conseguente bisogno di dimostrare al più presto che l'azienda era in grado di reggere anche dal punto di vista economico, hanno comportato una politica aziendale che riducesse al minimo ogni spesa, in materiali e uomini, non direttamente connessa con la logica produttivistica, rovesciando completamente il rapporto tra le finalità economiche e quelle sociali: per essere economicamente valida, l'azienda si è dovuta chiudere in sé stessa, valorizzando al massimo i vantaggi dell'autonomia e della verticalizzazione del ciclo produttivo.

L'instaurazione di rapporti di vario tipo con l'ambiente locale, che soli avrebbero potuto garantire la validità sociale dell'intervento, costituisce evidentemente un grosso problema, qui come in qualsiasi altra zona in via di sviluppo. Sia a livello economico (stimolazione di imprese collaterali), che politico-amministrativo (soprattutto nel campo fiscale); sia ancora nei confronti delle maestranze e delle organizzazioni sindacali e della popolazione locale in genere, i rapporti tra l'azienda e la comunità non si stabiliscono mai spontaneamente in modo sereno e funzionale, ispirati solo dalla reciproca comprensione e volontà di collaborazione. Nel caso specifico, poi, le aspettative miracolistiche — normalissime in una comunità arretrata e abbandonata da secoli — anziché essere prudentemente ridimensionate per evitare delusioni e recriminazioni in seguito, per i motivi politici suddetti sono state scientemente alimentate in un primo tempo e più tardi attribuite alla sola mancanza di realismo da parte degli ambienti locali (16).

A parte le motivazioni politiche, tese a vincere la battaglia per la creazione dell'impianto petrolchimico, è ovvio che i problemi qui accennati rispecchiano anche una buona dose di ingenuità. È possibile che l'Eni stesso e l'ambiente politico in cui trova i suoi appoggi ed anche le singole persone incaricate della realizzazione del progetto, credessero sinceramente che un'iniziativa del genere fosse garantita «sul piano sociale e dello sviluppo» nella misura in cui era valida economicamente e quindi che l'operazione si sarebbe rivelata socialmente proficua per via automatica quando se ne curassero bene gli aspetti produttivistici. Infatti, fino a non molti anni fa, l'esistenza di un tale automatismo veniva generalmente data per scontata, anche tra gli esperti in materia.

Vi erano perciò delle aspettative anche da parte dell'industria che costituivano le premesse per una delusione altrettanto amara quanto quella della popolazione del luogo. Possiamo sintetizzare in due punti i preconcetti che probabilmente hanno dato luogo a tali aspettative, in quanto corrispondono a delle idee ancora largamente diffuse sulle società in via di sviluppo:

1) l'idea che la comunità locale, in quanto economicamente arretrata e socialmente statica, si sarebbe rivelata amorfa nella propria struttura interna e quindi facilmente plasmabile dagli effetti dirompenti di un intervento massiccio e inconsueto quale la creazione di un impianto petrolchimico di grandi dimensioni. Invece, come già si è accennato sopra, il sistema sociale tradizionale si è rivelato particolarmente articolato, al punto non solo di resistere alla penetrazione dei modelli socio-culturali nuovi che avrebbero potuto esservi introdotti, ma persino di riuscire ad imporre i propri metodi e schemi laddove si stabiliva un'area di contatto con il mondo industriale;

2) la convinzione di operare in un vuoto, non solo storico ma anche psicologico; di poter cioè produrre a Gela degli effetti che, se obiettivamente non avrebbero costituito un «miracolo», agli occhi degli abitanti del luogo dovrebbero comunque apparire come tali in confronto alle loro precedenti esperienze e condizioni di vita. Gli effetti economici diretti e indiretti (stipendi industriali, immissione di nuovi capitali liquidi), sarebbero dovuti apparire favolosi a chi, come la maggior parte della popolazione gelese, aveva come unico termine di paragone la miseria e la disoccupazione di prima. Invece, la diffusione di nuovi mezzi di comunicazione (soprattutto la TV) e la crescente coscienza politica e sociale stimolata dalle lotte operaie nel dopoguerra, avevano comportato la formazione di ben altri termini di confronto, non più rivolti al passato ma alle prospettive di una vita radicalmente, non solo relativamente, diversa da quella di prima.

Da qui è derivato, sembra, un diffuso senso di sgomento e delusione nei confronti della comunità locale, rivelatasi ottusa, impenetrabile e per giunta ingrata di quanto «è stato fatto per essa».

Da ambedue le parti, pertanto, si vedono le premesse già intrinseche nella situazione di partenza, che di per sé hanno reso praticamente inevitabile la situazione di stasi e di successivo inasprimento nei rapporti tra l'azienda e la comunità. Alcuni sporadici tentativi di riparare le falle più evidenti, come vedremo qui di seguito, non hanno avuto effetti più che marginali, né potrebbero averlo. Per contro, una serie di gaffes da ambedue le parti, largamente pubblicizzate, hanno contribuito a rendere la situazione più tesa di quanto di per sé già era e ad esternare i sospetti e rancori che covavano tanto nell'ambiente industriale quanto nella comunità. Pur trattandosi di episodi cronachistici, dovuti più che altro alla sprovvedutezza delle singole persone coinvolte, vale la pena riferirne brevemente due esempi tra i più emblematici. Il loro significato sta nel fatto di costituire dei punti di riferimento fissi per ogni questione che riguardi i rapporti tra l'azienda e l'ambiente locale in genere, illustrando concretamente le pecche che le due parti si attribuiscono vicendevolmente.

Il diffuso sospetto, che i rappresentanti dell'industria di Stato nutrissero dei sentimenti sprezzanti e paternalistici verso la comunità gelese, sembrò clamorosamente confermato dall'intervista rilasciata nel marzo del '65 dall'allora direttore generale dell'Anic-Gela ad un settimanale cattolico (17) di larga diffusione. Malgrado le smentite dell'interessato di aver rilasciato un'intervista in quei termini, l'episodio scatenò un vero putiferio in quanto si «sapeva» che, comunque, le opinioni riportate rispecchiavano l'atteggiamento della gente dell'industria nei confronti della comunità: un atteggiamento che poco si discosta dal tradizionale razzismo verso i meridionali in genere. Considerando poi che vi erano contenute delle affermazioni, ormai conosciute nella loro falsità, sul «miracolo» operato dall'intervento industriale a Gela (18), sorprende poco che la reazione locale fosse particolarmente dura (19) e che i riflessi della famigerata intervista si facciano ancora sentire quando appare un qualsiasi motivo di attrito tra la comunità e l'azienda di Stato.

Un altro episodio, capitato circa un anno più tardi, è invece diventato emblematico delle velleità e della mancanza di realismo che, da parte industriale, già si tendeva ad attribuire alla comunità e ai suoi rappresentanti. Il Sindaco del periodo, scoprendo l'esistenza di certe trazzere di proprietà comunale per le quali non si aveva avuto il dovuto risarcimento quando furono costruiti lo stabilimento e il villaggio residenziale, arrivò ad emanare un'ordinanza per il ripristino forzato, dopo che l'azienda aveva rifiutato di considerare un indennizzo posticipato. La sola idea di demolire parti del costosissimo impianto e del villaggio da poco costruito, per ricuperare alcune trazzere di scarsa importanza, non poteva evidentemente che destare l'ilarità dei dirigenti dell'azienda e l'episodio è rimasto nel folklore industriale come esempio della impossibilità di interloquire con la classe dirigente locale.

È significativo il commento fatto alcuni anni dopo, in occasione di un nuovo episodio non dissimile, da un giornalista del luogo: «L'obiettivo effettivo non era la demolizione dello stabilimento o la mutilazione del villaggio di Macchitella: più semplicemente il Sindaco pretendeva che i dirigenti della società "sentissero" la presenza, a Gela, di Gela e s'incontrassero con il Sindaco della città per discutere il problema».

Ad attutire gli effetti di tali episodi, che in un clima più disteso sarebbero presto stati dimenticati, non esistono quindi i necessari meccanismi di compenso, in quanto l'ambiente industriale è fisicamente, oltreché culturalmente, isolato da quello locale in una tipica situazione di non comunicabilità. I «colpi» reciproci, i frequenti motivi d'attrito più o meno gravi — specie, come si documenterà più avanti, tra la direzione e le maestranze dello stabilimento — difficilmente si lasciano assorbire e attutire, come sarebbe potuto succedere se facessero parte di un più generale contesto di rapporti sociali a tutti i livelli, cioè investendo anche la vita privata e le relazioni personali degli interessati. Tale contesto non dà segni di formarsi nemmeno all'interno del villaggio residenziale, tra dirigenti, impiegati e maestranze; tra «continentali» e siciliani, sia per la stessa artificiosità della convivenza nel quartiere, sia per motivi tecnici (turni di lavoro diversi, ecc.) e culturali. A maggior ragione, il distacco fisico tra il villaggio e il centro urbano impedisce la nascita di qualsiasi forma di contesto sociale e informale che possa fungere da «cuscino» per assorbire gli scontri che inevitabilmente si verificano.

Pertanto, nelle ristrette «aree di contatto» in cui l'azienda e determinati rappresentanti della comunità non possono fare a meno di incontrarsi per fini particolari, i rapporti generalmente, con alcune rare eccezioni, esistono come in un vuoto sociale, imperniati strettamente sulle particolari finalità funzionali di ogni singolo contatto e privi di uno «sfondo» di rapporti sociali in cui potrebbe verificarsi una mediazione culturale di più ampio raggio. Ciò significa che, nella già difficile realtà socioculturale in cui sono contrapposti il mondo dell'industria e la comunità locale, i tre settori di rapporti diretti che saranno esaminati in questo capitolo e in quello seguente rappresentano dei compartimenti stagni con scarse prospettive di allargamento. Non sono i primi e ancora deboli semi di una fusione che lentamente si sta avverando, facendo «vivere» l'azienda nel tessuto sociale della zona, perché troppe forze da ambedue le parti concorrono a mantenerli chiusi ed esclusivi. Per questo — ripetiamo — le prospettive esistenti non riguardano tanto i rapporti tra questa azienda e questi gruppi e istituzioni locali, quanto l'intero sistema, basato sulla contrapposizione tra i protagonisti attivi e i beneficiari passivi dello sviluppo che, in questo come in tanti altri casi simili, mantiene la collettività in uno stato permanente di emarginazione e passività.

L’industria e la vita politica locale

Dall'immediato dopoguerra fino a pochi anni addietro la vita politica gelese era totalmente e pesantemente dominata dalla figura dell'on. Salvatore Aldisio (scomparso nel 1964). Su di lui, che accanto all'ing. Mattei spicca come l'unico personaggio di rilievo nella storia locale degli ultimi decenni, le opinioni sono nettamente discordanti, non per dire del tutto irriconciliabili: alla venerazione che ancora viene attribuita alla sua locale memoria da parte dei suoi seguaci politici (20) e da chiunque altro — e sono molti — ne sia stato aiutato e protetto, fa contrasto il giudizio nettamente critico da parte degli altri schieramenti politici, soprattutto a sinistra. Per i primi, per la sua statura morale, per il ruolo determinante che ricopriva nel periodo postbellico sia in Sicilia che a livello nazionale (21) e per il lustro che dava alla sua città natale, concretizzato anche nelle opere pubbliche di grande importanza che fece eseguire a Gela, è una figura la cui presenza è ancora viva e determinante. Per gli altri, per le sue qualità di uomo politico di vecchio stampo, autoritario e accentratore, che mal soffriva l'ascesa di chiunque potesse arrivare a scalfire la sua posizione di assoluto dominio sulla vita politica, ha seriamente rallentato il faticoso processo di democratizzazione e maturazione politica in questo difficile ventennio, lasciandosi dietro un clima pesante e una classe dirigente incapace di guidare la vita politica della città.

In effetti, la carenza di una classe dirigente qualificata e capace di interpretare le istanze fondamentali della comunità, specie nella situazione complessa e ambivalente creatasi con la venuta dell'industria di Stato, non è che uno dei molti elementi che hanno contribuito a rendere fiacca e erratica la vita politica locale e a limitare la forza di contrattazione dell'amministrazione pubblica, tanto nei confronti dell'industria quanto nei rapporti con le altre istituzioni pubbliche a livello regionale e nazionale. Alla base di questa problematica si trova, qui come altrove, il tema dell'autonomia locale in generale e specificatamente il peso esercitato dagli organi tutori in sede provinciale, che tuttora lasciano uno spazio ben ristretto alla gestione autonoma della cosa pubblico a livello dei comuni. Va anche aggiunto che, nel caso specifico, vi è una notevole tendenza all'interno dei maggiori partiti a condizionare direttamente l'opera delle proprie sezioni locali in funzione delle vicende politiche e para-politiche a più alto livello. La vita politica, quindi, tende generalmente a riflettere dei meccanismi estranei alla realtà locale e alle esigenze che questa comporta.

Ciò vale prima di tutto per il partito di maggioranza relativa, la Democrazia Cristiana, il cui predominio in termini elettorali non è mai stato assoluto, ma che, tranne un breve periodo nel 1966, ha avuto in mano l'amministrazione pubblica, da sola o in coalizioni di vario tipo. L'eredità di Aldisio — per il quale Gela, ovviamente, non era che una base locale della propria carriera politica a livello regionale e nazionale — consiste anche nel fatto di aver legato la vita del partito intimamente alla complessa alchimia delle relative influenze, dei contrasti più o meno insanabili e delle repentine alleanze tra i vari notabili provinciali, regionali e nazionali che si contendono il controllo della zona. Democristianamente parlando, la provincia di Caltanissetta è il feudo di tre personaggi di un certo rilievo a Palermo e a Roma (22), mentre a Gela stessa due di essi mantengono un equilibrio d'influenza prudentemente dosato tramite i propri seguaci. Avendo la loro recente alleanza (come i precedenti contrasti) un'impronta nettamente personalistica, il loro predominio riflette solo vagamente una collocazione politica all'interno della DC; né tantomeno comporta un determinato indirizzo politico a livello locale.

Il Partito Comunista dispone di una base elettorale stabile e, nel complesso, di notevole peso (tanto da aver superato, sebbene per poco, i voti DC nelle ultime elezioni regionali). È un elettorato in gran parte composto di braccianti, edili e, in misura minore, di operai industriali, tra i quali però la fedeltà al partito non sempre si rispecchia in un particolare attivismo al di fuori delle consultazioni elettorali, la vita del partito si svolge all'interno di un gruppo dirigente abbastanza ristretto, composto di sindacalisti, professionisti e intellettuali. La scissione verificatasi alcuni anni addietro, portando alla formazione di un «Partito comunista autonomo», fu una tipica operazione al vertice, scarsamente caratterizzata da contenuti politici precisi.

Nell'area socialista, anch'essa con una base elettorale abbastanza stabile sebbene di dimensioni molto più modeste, le varie scissioni e fusioni a livello nazionale sono state accompagnate da una serie di lacerazioni interne che hanno gravemente pregiudicato il già difficile riassetto politico in seguito alla scissione del Psiup e la fusione Psdi-Psi. Ciò ha comportato, tra l'altro, un travaglio particolarmente lungo e confuso per la costituzione (nel 1968) di una giunta comunale di centrosinistra (23), sbloccando finalmente una situazione di stasi politica che rischiava di diventare permanente.

Sorvolando sui partiti minori (Pri, Pli, Psiup, Pdium ecc.), di scarso peso se non praticamente inesistenti a Gela, bisogna invece fare un discorso a parte su alcuni fenomeni al di fuori della logica delle formazioni partitiche stabili, che caratterizzano in modo talvolta determinante lo svolgimento della vita politica locale e dello stesso comportamento elettorale. La natura extra-politica o para-politica di certi avvenimenti, di cui abbiamo brevemente riferito alcuni esempi; il fatto che singole persone o gruppi di uomini politici possono determinare eventi politici importanti quasi indipendentemente dalle vertenze e dai contenuti ideologico-politici, è intimamente connesso con l'esistenza di un elettorato fluttuante di notevoli dimensioni, disposto cioè a cedere i propri voti in base a delle considerazioni personalistiche o clientelari, o comunque extra-politiche. Ciò dipende, evidentemente, non solo da una tradizione o da una mentalità storicamente determinate, ma anche e soprattutto dallo svuotamento politico delle stesse formazioni di partito durante gli ultimi decenni. Troviamo così che un partito come il Msi, quasi privo di una base politicamente qualificata, in certe occasioni riesce a fare dei balzi enormi — al punto di decuplicare i propri voti tra una elezione e l'altra — grazie alla sola presenza di un candidato di particolare abilità e «presa» sulle masse, più una buona dose di attrattive clientelistiche (24).

Per la stessa ragione, le formazioni politiche improvvisate, le «liste civiche» imperniate su questioni di immediato interesse e profferte con slancio demagogico, non di rado ottengono successi notevoli, scombussolando l'equilibrio esistente tra i partiti tradizionali. La scarsa stabilità politica dell'elettorato (ad eccezione dei comunisti) e i frequenti smarrimenti e involuzioni della classe dirigente nel campo politico, dà spazio ad una certa disponibilità di tipo qualunquista che determinati personaggi hanno saputo bene valorizzare. Succede così che temi d'interesse pubblico, ma di scarsa urgenza relativa nel contesto della problematica politica nel suo insieme, vengano abilmente strumentalizzati al punto di concentrare l'intera opinione pubblica su di essi, deviando l'attenzione e l'impegno politico da questioni di natura più sostanziale. È una tecnica ben nota nella vita politica meridionale, mirante non alla risoluzione di determinati problemi d'interesse pubblico, ma alla creazione di uno spazio di manovre para-politiche e una riserva di politici a disposizione del maggiore offerente nel momento di comporre le maggioranze per la gestione degli organi amministrativi ai diversi livelli.

Se ne trova un esempio lampante nella «battaglia per il tribunale», scatenatasi a Gela nella primavera del 1968, prima cioè delle consultazioni politiche di maggio. La mancata istituzione del tribunale, in una città di quasi 70 mila abitanti, è effettivamente una grave carenza che comporta non pochi disagi alla popolazione; però, nel contesto dei moltissimi problemi simili di cui molti ben più gravi, la campagna era di una intensità e violenza fuori di ogni proporzione con la validità effettiva del tema. Fatto sta che, appena superate le elezioni, la questione del tribunale è rientrata al suo giusto posto accanto a tante altre disfunzioni e carenze da superare.

Intanto, però, la campagna elettorale ne era risultata quasi completamente sviata dai contenuti politici più fondamentali: nessun partito osò ridimensionare l'importanza della questione, che rifletteva anche dei vecchi rancori tra la classe politica locale e quella del capoluogo di provincia (ovviamente contraria a vedere dimezzata l'area di giurisdizione del proprio tribunale). Ne approfittò particolarmente un politico locale, ex deputato regionale missino e ora promotore di una lista civica creata ad hoc per l'elezione al Senato, con appoggi dalle parti più svariate e impensabili. Pur non riuscendo eletto, gli oltre 5.000 voti ottenuti da «Comunità economica e sociale» furono risentiti praticamente da tutti gli altri partiti, facendo svanire la speranza (democristiana) di poter mandare un senatore gelese a Roma.

Questa campagna era imperniata anche su una seconda vertenza, che ci riporta alla questione dei rapporti tra la vita politica locale e l'industria di Stato: rapporto che, tipicamente, si esterna più facilmente nell'ambito delle politiche improvvisate e strumentalizzabili che non in funzione della dinamica ideologicamente qualificata dei partiti stessi. Nello stesso periodo, per decisione del gruppo Eni, le società Anic e Anic-Gela furono unite sotto unica direzione, con la sede fiscale trasferita da Milano a Palermo. Tra le molte forze locali che, in vista dei vantaggi fiscali che l'amministrazione avrebbe tratto dal trasferimento a Gela anziché a Palermo, insistettero su una revisione della decisione, spiccò l'ex deputato neo-fascista ora candidato al Senato e inoltre azionista della stessa Anic. Malgrado i suoi calcoli informati e generalmente ritenuti validi sui guadagni che l'economia locale avrebbe tratto da un trasferimento della sede al comune in cui avviene la produzione (25), l'iniziativa portò ad un nulla di fatto, almeno per la comunità stessa (26).

Fino a che punto l'azienda, o il gruppo di cui fa parte, ricorre al condizionamento diretto o indiretto della politica locale attraverso i personaggi più «disponibili», è una questione difficilmente documentabile se non per via di deduzioni e peraltro di interesse relativamente marginale nell'insieme della problematica. Può ben darsi che, di fronte al quadro politico confuso e fluttuante che si è cercato d'illustrare qui sopra, tali interventi diretti non siano neanche necessari tranne in casi molto specifici: il condizionamento può avvenire genericamente verso l'ambiente politico e gli organi amministrativi come tali, basato non sull'esplicito asservimento del singolo ma su una tecnica ben dosata di assicurazioni e rifiuti, accettazione del dialogo o assoluta sordità, scelta oculata delle persone o gruppi a cui prestare attenzione a seconda dei casi e dell'opportunità del momento.

I temi sui quali s'impernia, o dovrebbe imperniarsi, il dialogo tra l'azienda e gli organi politico-amministrativi del luogo, molto diversi tra di loro, hanno l'unica componente comune di esprimere esigenze direttamente sentite da parte di questi ultimi, mentre raramente contengono elementi di immediato interesse per l'azienda come tale. Le rappresentanze della comunità partono quindi da una posizione di relativa debolezza sin dall'inizio, in quanto ogni soluzione possibile permetterebbe un «venire incontro» alle richieste da parte dell'industria, a cui non corrisponde un'equivalente forza di contrattazione locale. Bastano pochi esempi per illustrare questo vizio di fondo nei rapporti politici e amministrativi tra le due parti.

Molto schematicamente, si possono distinguere tre categorie di problemi d'interesse pubblico che hanno costituito motivi di dialogo, più o meno fruttuoso, tra l'industria e l'ambiente politico negli ultimi anni. La prima comprende vertenze in cui sussistono determinati obblighi da parte dell'azienda, formalmente indipendenti da qualsiasi discrezionalità per quanto riguarda l'adempimento; in cui però, non di rado, le risorse a disposizione dell'amministrazione pubblica non bastano di per sé a far rispettare tali obblighi. Ne è un esempio tipico la questione delle imposte di famiglia, non percepite dal Comune dai dipendenti dell'Anic (si tratterebbe di un gettito di 50 milioni annui circa), in quanto i dati relativi non vengono forniti dall'azienda e l'amministrazione non dispone dei necessari mezzi di accertamento.

Una seconda categoria riguarda problemi in cui le richieste da parte politica non si riferiscono a determinati obblighi giuridici, ma invece alle prospettive — più o meno saldamente documentate in base alle assicurazioni iniziali dello stesso Ente di Stato — di una funzione stimolante e motrice che l'azienda avrebbe dovuto assumere nella vita socio-economica della zona. In particolare, si tratta di problemi di interesse fondamentale soprattutto per quanto riguarda la prevista funzione trascinante dell'azienda petrolchimica nei confronti delle iniziative industriali collaterali, come per es. lo sblocco della stasi in cui si trova il Consorzio del nucleo d'industrializzazione, l'attivazione delle infrastrutture utilizzabili anche da altre imprese produttive, la messa a disposizione di determinate risorse (acqua per uso industriale, energia elettrica, ecc.) di cui l'azienda dispone in quantità superiori ai propri fabbisogni. In non pochi casi, però, le vertenze di questo tipo, riguardanti problemi centrali della politica dello stesso Eni nei confronti dell'amministrazione pubblica centrale, ordinaria e straordinaria, della Regione siciliana e delle grandi industrie private, esulano quasi del tutto dal quadro locale e vengono affrontate e decise a livello nazionale. Di ciò è un esempio la demanializzazione delle grandi strutture portuali originalmente costruite dall'Eni con il concorso finanziario dello Stato e solo recentemente aperte ai movimenti portuali non direttamente connessi alle attività dell'azienda stessa.

Un terzo tipo, infine, comprende esigenze generalmente sentite alla soddisfazione delle quali l'industria potrebbe concorrere, senza però che esistano determinati obblighi formali o informali cui fare riferimento: questioni, semmai, di «buona volontà», che pertanto difficilmente trovano una soluzione nel clima che si è andato creando tra le due parti. Infatti, temi come l'inquinamento atmosferico comportato dagli scarichi dell'industria, il deperimento del patrimonio paesistico e turistico, la disponibilità di acqua per usi civici (ritenuta diminuita per causa del grande consumo che ne fanno l'azienda e il villaggio residenziale), mentre costituiscono motivi di continuo interessamento tanto a livello politico che fra la popolazione in genere, non sembrano lasciare nessuno spazio per un dialogo costruttivo con i rappresentanti dell'industria. Ciò in gran parte perché, essendo tali questioni spesso state impostate in maniera irrealistica e demagogica, anche le richieste più valide si lasciano facilmente comprendere nel gruppo delle aspettative irragionevoli di cui sistematicamente non si tiene conto. L'azienda si trova — ormai dichiaratamente — a Gela per motivi produttivistici soltanto; gli inconvenienti che derivano dalla sua presenza sono dei «costi» da pagare per il progresso che ne sarebbe stato comportato, peraltro molto minori di quelli comportati da qualsiasi altro insediamento industriale.

Questa breve esemplificazione di varie categorie di problemi, che costituiscono motivi di dibattito politico e di occasionali tentativi di dialogo tra l'azienda petrolchimica e le rappresentanze politiche, dà luogo ad un'altra considerazione di ordine generale. Mentre l'azienda locale e il gruppo Eni stesso, per le esperienze precedenti a cui si è accennato, seguono una strategia ben definibile nei riguardi dell'ambiente politico gelese, quest'ultimo, per le sue lacerazioni interne e per la propria scarsa capacità di mediare le istanze collettive della comunità, non esprime nessuna strategia né in termini di contenuto né come metodo di comportamento nei riguardi dell'industria. L'interlocutore politico, in quanto portavoce della comunità locale e delle sue richieste, può essere ignorato o ascoltato a secondo delle opportunità del caso; non è un interlocutore, forte dell'appoggio della collettività di cui esprime qualificatamente le istanze, mediate da una determinata strategia politica, ma un aggregato di uomini politici il cui peso consiste nel seguito che hanno all'interno del proprio partito e dell'importanza, a livello regionale e nazionale, di questo partito stesso. Le forze politiche locali esprimono indiscriminatamente una serie di richieste e rivendicazioni nei confronti dell'industria di Stato, più o meno vigorosamente a secondo dei tempi e delle vertenze, ma senza una chiara distinzione in termini di strategia e tattica politica.

Se quindi l'industria «risponde», come pure succede talvolta, ai tentativi di dialogare su determinati problemi di interesse pubblico, lo fa più facilmente ad alto livello, in funzione di considerazioni che poco o niente hanno a che fare con la relativa importanza, a livello locale, delle questioni sollevate, mentre invece rispondono a delle necessità politiche nell'ambito nazionale o, soprattutto, regionale. La limitata autonomia degli enti locali, tanto nel campo giuridico-amministrativo quanto, data l'attuale struttura interna dei maggiori partiti, nel campo politico vero e proprio, si rivela quindi ancora una volta come uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo sociale basato sulla più attiva presenza e partecipazione della collettività ai processi in corso. Per la stessa ragione dobbiamo concludere, in linea con le considerazioni già fatte su altri aspetti della problematica di cui ci occupiamo, che le disfunzioni riscontrate si basano su difetti di struttura, ben più gravi e profondi dei fattori culturali e comportamentistici che, comunque, concorrono ad aggravare lo situazione. Anche una classe politica più qualificata e rappresentativa; anche un Ente di Stato più seriamente impegnato a realizzare i propri intenti di rinnovamento sociale, si sarebbero trovati di fronte agli stessi problemi di fondo. Ciò non toglie, evidentemente, che molto di più avrebbe potuto essere fatto, da ambedue le parti, per attutire gli aspetti negativi di una convivenza già di per sé delicata e difficile.

L’industria e gli operatori economici

Non entra nella finalità di questo lavoro esaminare dettagliatamente i vari e particolarmente complessi, problemi economici comportati dall'insediamento industriale, né tantomeno di formulare previsioni sulle prospettive economiche della zona, in funzione della presenza della grande industria o indipendentemente da essa. È però impossibile non toccare alcune frange della problematica economica della zona, specialmente per quanto riguarda le ripercussioni più o meno dirette che ha avuto la presenza dell'impianto petrolchimico sull'ambiente degli imprenditori locali e sugli operatori economici in genere. Sia la mancanza di effetti rinnovativi rispetto al sistema economico locale — tuttora basato principalmente sull'agricoltura — che l'influenza esercitata su determinati settori connessi con il ciclo produttivo dell'azienda, sono aspetti qualificanti della presenza della grande industria e dei suoi rapporti con l'ambiente locale.

Per quanto riguarda il settore primario, il discorso da fare è abbastanza semplice. Il lento e faticoso progresso dell'agricoltura della piana di Gela negli ultimi decenni, è dovuto ad una serie di fattori di cui l'industrializzazione è praticamente estranea: le iniziative di bonifica e di trasformazione del regime colturale, l'aumento di alcune risorse irrigue, la relativa diminuzione della pressione demografica e l'immissione di nuovi capitali grazie alle rimesse degli emigrati. Come già si è detto, l'aumento della disponibilità di capitali liquidi tra una parte della popolazione ha avuto degli effetti insignificanti sui livelli di consumo dei prodotti agricoli della zona, con la possibile eccezione di alcuni prodotti ortofrutticoli di scarsa importanza nell'insieme della produzione. Comunque sia, i recenti miglioramenti economici, per quella parte ancora rilevante della popolazione dedita all'agricoltura, sono generalmente stati vanificati da altri meccanismi comportati dall'avvento dell'industria, prima di tutto dall'aumento dei prezzi dei terreni edificabili, degli affitti e di parecchi beni di consumo. Inoltre, il crescente contrasto con i livelli di vita e di consumo degli altri ceti sociali, che più direttamente hanno potuto usufruire dei benefici materiali comportati dall'industrializzazione, non può che acutizzare ulteriormente il senso di frustrazione e di emarginazione fra gli agricoltori e i braccianti agricoli.

Le speranze che l'industria di Stato, di fronte a tale prevedibile distacco tra l'agricoltura locale e gli altri settori produttivi, avrebbe trovato dei mezzi di compenso ai fini di uno sviluppo più equilibrato, finora non sono state appagate. Si considera generalmente che il grande fabbisogno di acqua per usi sia industriali che civili abbia comportato uno sfruttamento delle risorse idriche a disposizione a tutto danno dell'agricoltura, la cui stasi è principalmente dovuta alla mancanza di risorse irrigue. Va però rilevato che gran parte dell'acqua consumata dall'impianto petrolchimico proviene da fonti create o sviluppate per questo determinato scopo, mentre le istituzioni direttamente preposte allo sviluppo agricolo non hanno dimostrato uguale energia nell'utilizzazione delle risorse disponibili per questo fine (lo stesso discorso vale peraltro per la questione del rifornimento idrico del centro urbano, diventato solo relativamente più grave per il contrasto con la grande disponibilità di acqua assicurata agli abitanti del villaggio residenziale) (27).

Più significativo è forse l'esempio dei fertilizzanti chimici, prodotti in grande quantità dall'Anic e venduti agli agricoltori locali allo stesso prezzo di quello praticato nel Nord d'Italia. In altre parole, anziché essere in qualche modo favorita dalla vicinanza di un impianto che produce fertilizzanti, l'agricoltura locale concorre a sovvenzionare quella di altre zone più distanti, in quanto paga la sua parte dei costi globali di trasporto, pur ritirando il prodotto direttamente dalla fabbrica. È chiaramente un altro esempio di come l'intesa con i grandi monopoli privati nel settore abbia prevalso su ogni eventuale intento extra-produttivistico dell'Ente di Stato.

Al problema dei rapporti tra l'azienda petrolchimica e le altre iniziative di tipo industriale, si è già più volte accennato: questo è, evidentemente, uno degli aspetti più discussi e contrastati dell'intera problematica di Gela, in quanto le previsioni di un massiccio rinnovamento socio-economico erano in gran parte imperniate sulla funzione trascinante che in un primo tempo fu attribuita all'Anic-Gela. In effetti, le poche e modeste imprese industriali esistenti accanto a questo gigante, non rappresentano, in termini di capitali investiti e di manodopera assorbita, più di quanto sarebbe comunque stato prevedibile nel corso di un decennio caratterizzato, a livello nazionale, da una grande espansione industriale che ha avuto i suoi riflessi anche nel Sud, indipendentemente, cioè, dalla presenza dell'industria petrolchimica. Il loro legame di collateralità con la grande industria, inoltre, si è rivelato quanto mai debole e talvolta equivoco, come diversi esempi possono dimostrare.

In un certo senso più significativo è un caso risalente ad alcuni anni orsono, cioè al primo periodo dell'insediamento dell'industria petrolchimica. Un giovane imprenditore locale — raro esempio di quella classe imprenditoriale sulla quale vengono riversate tante speranze e che pertanto diventa anche il capro espiatorio di tutti gli insuccessi che si producono — ebbe la brillante idea di mettere su un piccolo impianto per la produzione dei fusti di latta di cui, ovviamente, un grande stabilimento petrolchimico avrebbe avuto continuo bisogno. Il calcolo era obiettivamente ineccepibile: una fabbrica moderna, capace di assicurare il rifornimento di fusti di qualità con il risparmio delle spese di trasporto, avrebbe avuto il mercato assicurato dalla sola azienda di Stato. Ciò venne anche confermato, in termini generici, dall'allora direzione dell'Anic e l'imprenditore commise lo sbaglio di fidarsene e di contrarre ingenti debiti per la costruzione della propria azienda. All'inizio della fase produttiva, invece, si rivelò che l'Ente di Stato aveva già da tempo concordato il rifornimento di fusti da una grande impresa nel napoletano, ciò che in poco tempo mandò l'imprenditore locale sullo strada della bancarotta.

Il caso fece spiegabilmente molto scalpore e contribuisce a far capire come l'iniziativa sia rimasta praticamente unica nella recente storia gelese, nonostante i molti richiami più o meno velleitari allo spirito imprenditoriale, che sarebbe stato un ingrediente indispensabile dell'augurato sviluppo industriale della zona.

Con questi ed altri procedimenti — per quanto risalenti ad un periodo particolarmente difficile e in parte riflettenti degli ostacoli di natura contingente — è più che naturale che l'iniziativa imprenditoriale, che pure esiste, non si orienti più in direzione di imprese dipendenti per la loro validità economica dei rapporti diretti con l'azienda petrolchimica. Per questo, il problema del nucleo d'industrializzazione previsto sul terreno antistante l'impianto dell'Anic, si è gradualmente incapsulato in uno sterile gioco d'influenza para-politica, attirando solo occasionalmente l'attenzione degli operatori economici e dell'opinione pubblica. Le stesse previsioni, forzatamente ottimistiche, dei tecnici incaricati dell'elaborazione del progetto esprimono implicitamente l'ipotesi che l'eventuale ulteriore sviluppo industriale della zona sarà un fatto quasi del tutto nuovo, solo lateralmente connesso con la presenza dell'azienda petrolchimica.

Pertanto, parlando degli effetti collaterali dell'Anic rispetto al sistema economico locale, bisogna concentrare l'attenzione su un settore diverso da quello delle imprese industriali vere e proprie. Nei primi anni dell'insediamento, le varie opportunità di una ripresa economica basate sulla disponibilità di nuovi capitali liquidi, nuove occasioni di investimenti e di guadagni, solo raramente furono colte e valorizzate dalla borghesia terriera locale e dagli altri gruppi che avevano dominato il sistema economico tradizionale. La loro scarsa propensione all'investimento produttivo e, in genere, alle «avventure» non basate saldamente sul possesso di capitali fissi e beni stabili, comportò un graduale ridimensionamento del loro ruolo economico, accompagnato da un processo di emarginazione sociale: la vecchia borghesia, vedendo diminuito tanto il suo peso economico quanto la tradizionale posizione di prestigio sociale e influenza politica nella comunità, si è gradualmente chiusa in se stessa, lasciando il campo libero alle nuove forze in via di ascesa. Tra queste, spicca un ristretto gruppo di imprenditori e operatori economici che, avendo saputo approfittare del vuoto che in tale modo si veniva creando, non di rado ha costruito delle fortune in pochi anni, partendo quasi dal nulla. Va notato per inciso che — fenomeno che d'altronde si riscontra anche in altri settori, per es. nella classe politica locale e fra i dirigenti sindacali — si tratta per una parte notevole di elementi non gelesi di origine, provenienti dall'entroterra e dalle zone interne della provincia di Caltanissetta.

Questi imprenditori rappresentano oggi l'unico ambiente economico direttamente connesso con il ciclo produttivo dell'azienda petrolchimica. Sono i titolari di piccole o medie imprese, per lo più create appositamente allo scopo di offrire all'industria determinati servizi ausiliari, generalmente in base a degli appalti di durata più o meno lunga. Si tratta, ufficialmente, di prestazioni e servizi di carattere non permanente, tali cioè da giustificarne l'affidamento a ditte esterne per determinati periodi di tempo; o altrimenti di compiti ausiliari che più funzionalmente possono essere svolti da ditte specializzate nei singoli campi.

Su una quarantina di ditte locali attualmente collegate con l'Anic in base a tali appalti (28), una decina si occupa di trasporti interni, altre dieci o quindici di manutenzione meccanica e elettrica o di verniciatura dell'impianto, sei sono imprese edili di vario tipo, altre si occupano di pulizia interna, di manutenzione dell'ambiente intorno all'impianto o nel villaggio residenziale, o della gestione della mensa aziendale. Alcune ditte, infine, sono incaricate dell'insacco dei prodotti finiti (fertilizzanti, materie plastiche ecc.) e del facchinaggio al porto-isola. Va rilevato che un certo numero di queste imprese hanno la forma giuridica di cooperative, anche se in realtà si tratta, per lo più, di iniziative di singoli operatori coperti da un certo numero di prestanome, al fine di poter usufruire dei vantaggi che l'industria a partecipazione statale è tenuta ad accordare alle cooperative nell'aggiudicazione degli appalti.

Già per il modo in cui si è formato questo gruppo d'imprese intorno all'azienda di Stato, nel clima inebriante e confuso del periodo della costruzione dello stabilimento, furono gettate le basi per i molti problemi che tuttora si riscontrano in questo settore. L'inserimento di un gruppo di operatori nuovi e in parte poco scrupolosi, la concorrenza spietata tra di loro per l'ottenimento degli appalti, i metodi poco ortodossi seguiti soprattutto nei confronti dei lavoratori (specie nel periodo dopo il completamento della fase costruttiva dello stabilimento, con forte aumento della disoccupazione tra i manovali edili e la manodopera generica) e infine l'atteggiamento tollerante assunto dalla direzione dell'azienda in merito a questi problemi, sono fattori che hanno concorso a rendere il settore degli appalti e dei servizi ausiliari il fulcro di una situazione anarchica e convulsa, terreno fertile per ogni forma di speculazione avventata e di reciproca strumentalizzazione tra appaltante e appaltatori, a tutto scapito degli operai e della comunità in genere. È facilmente intuibile che in una situazione del genere, il successo relativo del singolo imprenditore arriva ad essere misurato non tanto in termini di capacità imprenditoriale nel senso obiettivo, quanto in base alla sua aggressività e mancanza di scrupoli, i suoi appoggi politici e parapolitici, i legami di amicizia e di fiducia che riesce a stabilire con alcuni elementi-chiave all'interno dell'azienda appaltante. Gela, che tradizionalmente è stata considerata immune dai fenomeni di carattere mafioso — invece abbastanza frequenti nell'immediato entroterra, fino ai comuni di Mazzarino e Riesi — e in genere «tranquilla» dal punto di vista dell'ordine pubblico, si è così trovata di fronte ad una serie di episodi criminosi di carattere intimidatorio o punitivo; chiare espressioni di regolamenti dei conti all'interno di gruppi ristretti e tutti finora rimasti impuniti. Anche se ciò non significa che vi sia un legame diretto con la mafia tradizionale nel «Vallone» e con le sue varie propaggini nell'entroterra Gelese, è un fatto di costume che non va sottovalutato, specie da chi si occupa delle conseguenze socio-culturali dello sviluppo industriale.

Evidentemente, le varie macchine esplose nottetempo, il rifornimento di benzina incendiato, i vari altri episodi simili di cui si intuisce il legame con l'ambiente delle imprese appaltanti e delle cooperative fasulle, anche se le autorità inquirenti attribuiscono tutto a delle fatalità naturali, non rappresentano che le frange patologiche di una problematica ben più profonda. Si è detto prima, parlando genericamente dei fenomeni sociali di cui Gela è un esempio, che la penetrazione culturale, di cui spesso si pensa che l'industrializzazione possa essere un agente determinante, può assumere un carattere involutivo anziché rinnovatore. Ci troviamo qui di fronte ad un'illustrazione concreta di come, nell'assenza di determinati controlli o meccanismi compensatori, tale penetrazione possa avvenire nella direzione opposta di quella augurata. Nel delicato settore dei rapporti diretti con l'ambiente economico locale, se vi è stato un condizionamento culturale con dei riflessi sugli atteggiamenti e sul comportamento dei singoli, non è affatto avvenuto nel senso che gli operatori economici locali abbiano adottato i criteri funzionali e spersonalizzati che caratterizzano la civiltà industriale moderna. Al contrario, è successo che i tecnocrati dell'industria di Stato — inconsciamente o volutamente, per sprovvedutezza o per aver seguito la legge della minor resistenza — si sono lasciati condizionare dagli schemi personalistici degli imprenditori locali, trovandosi sempre più fagocitati in un sistema di gestione basato su criteri clientelari.

Anche in questo caso è pressoché impossibile arrivare al di là delle generiche deduzioni sul grado di corresponsabilità e persino sulla consapevolezza dell'esistenza di tali fenomeni da parte della stessa industria di Stato e degli ambienti politici competenti. Si è già detto più sopra che l'ipotesi di una diretta ingerenza, per condizionare e strumentalizzare la vita politica e amministrativa locale, potrebbe rivelarsi superflua, in quanto vi sono determinati meccanismi all'interno di quest'ultìma che di per sé assicurano lo spazio di manovra di cui l'industria, di volta in volta, ha bisogno. Lo stesso potrebbe verificarsi in questo campo. Per esempio, fermo restando il ben noto controllo esercitato dall'Eni sulla stampa in quasi tutti i settori politici, si può osservare che i fenomeni sopra descritti, anche nelle loro manifestazioni delittuose, vengono generalmente ignorati persino dalla stampa di sinistra anche quando l'azienda petrolchimica figura solo marginalmente negli episodi che ogni tanto si verificano. A parte alcune sporadiche denunce in sede politica regionale (29), i rapporti istauratisi tra l'Anic e l'ambiente degli imprenditori locali e tutti i problemi involutivi che ne derivano, in genere vengono trattati con una specie di pudore, di cui l'omertà e l'imposizione dalle parti interessate sembrano costituire solo uno dei motivi.

Rimane comunque il fatto che, nella situazione creatasi tra l'azienda di Stato, il mondo del lavoro e la comunità locale, il ruolo esercitato dalle imprese ausiliari risulta obiettivamente tale da favorire dei rapporti socialmente negativi, che garantiscono al datore di lavoro certi vantaggi che altrimenti non avrebbe potuto avere. Si potrebbe dire che per quei compiti ausiliari che hanno carattere temporaneo, o che comunque non rientrano nel ritmo produttivo regolare (edilizia, manutenzione, pulizia interna, ecc.), l'azienda appaltante non può che venire a patti con le imprese esistenti e fare il meglio nella situazione per garantire lo svolgimento più efficace dei servizi da espletare. Va però notato che una parte rilevante del giro d'affari in questo settore riguarda anche alcune fasi del tutto regolari e permanenti del ciclo produttivo (per es. l'insacco e il facchinaggio dei prodotti secchi), di cui l'affidamento ad appaltatori esterni difficilmente può essere giustificato con criteri di opportunità aziendale soltanto. Devono quindi sussistere dei motivi particolari per cui l'azienda di Stato continui ad incaricare imprese esterne di compiti che più razionalmente avrebbe potuto svolgere in proprio.

È fuori dubbio che uno di questi motivi consista semplicemente nell'esigenza di accontentare determinate forze politicamente appoggiate, in forme che mantengano una parvenza di liceità e di giustificazione in termini aziendali. Vari esempi (se ne è menzionato uno) suggeriscono anche la prospettiva di ottenere appalti di vario tipo possa servire, in determinate occasioni, a far rientrare dei tentativi di affrontare pubblicamente i diversi problemi creati dalla presenza dell'azienda; una prospettiva che, probabilmente, concorre a motivare gli stessi attacchi che ogni tanto vengono fatti da parte locale. Vi è però anche un terzo motivo, più sfuggente e difficilmente documentabile, ma di particolare serietà nell'insieme di questa problematica.

Il comportamento dell'azienda nei confronti del mondo del lavoro — sia delle proprie maestranze che della grande massa di lavoratori che in qualche modo aspira ad esserne inclusa — si trova condizionato da due ordini di fattori contrastanti ma ugualmente impellenti. Da un canto, le esigenze tecniche di un impianto del genere, il fatto di essere un'industria pubblica e la legislazione vigente in materia dei rapporti con i lavoratori, impongono determinati criteri atti a salvaguardare i diritti e la dignità dei dipendenti ad ogni livello. D'altro lato, i vantaggi derivanti dal fatto di essere l'unico grande datore di lavoro nella zona, le esigenze politiche e para-politiche del gruppo di cui fa parte e la necessità di assicurare ai propri dirigenti a livello locale un certo margine di manovra nei confronti dell'ambiente, concorrono a mantenere in vita un sistema di gestione padronale di cui ci occuperemo più dettagliatamente nel capitolo che segue. Le difficoltà del sindacato organizzato di imporsi di fronte all'industria di Stato derivano in parte anche da questa contrapposizione, che nel caso specifico si manifesta, appunto, nel ruolo svolto dagli imprenditori e appaltatori in funzione di mediatori tra la grande industria e i lavoratori locali, al di fuori di ogni logica sia aziendale che sindacale.

La massa dei dipendenti delle ditte appaltanti, infatti, rappresenta una specie di cuscino protettivo tra l'azienda pubblica e il mondo del lavoro: per la natura temporanea degli appalti, il carattere privato e spesso improvvisato delle imprese e le forme di controllo più diretto che sono possibili all'interno di unità di queste dimensioni, l'azienda petrolchimica può fare per interposta persona ciò che non le è possibile fare in via diretta nei confronti della massa dei lavoratori in genere. I criteri meno rigidi di assunzione e di licenziamento, di trattamento economico e previdenziale dei lavoratori, di sicurezza sul lavoro e di garanzia delle libertà sindacali, adoperati dalle ditte ausiliarie che circondano l'industria di Stato, servono quindi a tenere sotto controllo il mondo del lavoro in una maniera che l'azienda stessa non avrebbe potuto fare in proprio. Questo è forse l'aspetto più determinante e nel contempo più grave, della funzione svolta dagli imprenditori che circondano l'Anic. È superfluo, a questo punto, sottolineare ancora una volta il parallelismo che si riscontra con il ruolo mediatore svolto in tempi passati da altri ceti e gruppi sociali, tra le forze centrali dello Stato e le collettività meridionali.

 

Industrializzazione senza sviluppo.Parte quinta

di Eyvind Hytten Marco Marchioni

 

Problematica dello sviluppo e lotta sindacale e conclusioni

Premessa

Nel processo di modificazione che si realizza in una comunità rurale sottoposta all'influenza di nuovi fattori, quali la industrializzazione accelerata, il sindacato — cioè una delle istanze collettive più importanti — rappresenta un punto di riferimento e di analisi fondamentale. Diremmo che esso acquisisce un valore emblematico della situazione ed un parametro per l'osservazione di fenomeni più generali e complessi.

L'analisi della problematica sindacale, intesa in senso ampio e articolato, permette di comprendere una serie di fenomeni e di fatti quali, ad esempio:

1) il ruolo dell'industrializzazione come strumento per superare vecchie forme associative;

2) la formazione di nuovi organismi capaci di comprendere i processi in atto e di modificarli positivamente in rapporto alla loro capacità di organizzazione e di mobilitazione della popolazione e delle classi lavoratrici in particolare;

3) la nascita e la formazione di nuovi leader;

4) la formazione di una nuova coscienza sindacale;

5) la capacità di contrattazione della comunità, nel suo complesso, nei confronti degli interessi del capitale immesso.

In questo senso, la componente sindacale appare quella potenzialmente capace di assolvere alla funzione di sviluppo sociale che era stata affidata unicamente al fattore dell'industrializzazione accelerata e concentrata, cioè ad un fattore condizionato da forze ed interessi sostanzialmente estranei alla stessa idea dello sviluppo locale, così come abbiamo cercato di interpretarlo.

È in questa prospettiva, quindi, che cercheremo di analizzare l'azione sindacale a Gela ed il suo ruolo nei confronti dell'industria, da una parte e della comunità-zona, dall'altra; per inserire il discorso nel contesto più generale della problematica dello sviluppo di una zona depressa.

Ci pare così di rispondere ad una necessità largamente sentita e di non rinchiuderci in una problematica limitata all'ambito, seppure importante, di una particolare industria.

Il problema è di più ampio respiro; le ripercussioni di un determinato tipo di azione oltrepassano i limiti territoriali dello stabilimento; le possibilità di creare alternative ad una situazione patologica interessano e necessitano dell'apporto di altre componenti di analisi.

La problematica sindacale ci permette di cogliere sia gli aspetti parziali nella loro manifestazione apparente e contingente, sia la dimensione globale e generale del problema dello sviluppo, come contrapposizione di interessi e di forze contrastanti.

Per comprendere quanto è avvenuto, nel caso di Gela abbiamo a disposizione tre momenti che permettono di sviluppare un discorso piuttosto omogeneo e completo, che supera la dimensione locale per allargarsi a problemi e tendenze — sempre nell'ambito dell'azione sindacale — di natura più generale.

I tre momenti sono:

a) dal dopoguerra alla scoperta del petrolio (1950-1957), ovvero il sindacato del sottosviluppo;

b) dalla scoperta del petrolio alla costruzione degli impianti Anic (1957-1962); ovvero il sindacato di transizione;

c) dall'inizio della produzione ad oggi (1963-1968) ovvero il sindacato del neocapitalismo.

Questi tre momenti racchiudono tutta la problematica dell'azione sindacale in una zona depressa sottoposta ai cosiddetti «processi di rapida trasformazione»; essi permettono di cogliere le contraddizioni in cui si dibatte l'azione sindacale tra la possibilità di svolgere una funzione di rinnovamento e i condizionamenti oggettivi di cui il sindacato risente.

Senza addentrarci nella descrizione di questi tre momenti, ci pare necessario osservare che essi si presentano abbastanza distinti storicamente, giacché rispondono a tre diverse fasi dell'evoluzione economica della città di Gela, ma restano accomunati da un fattore primordiale e fondamentale: quello di verificarsi e prendere corpo in una situazione di sottosviluppo socio-economico che neppure la grande industria è riuscita a modificare. La condizione storica del sottosviluppo è il fattore condizionante l'intera problematica, anche se questo fattore acquisterà dimensioni e contenuti diversi nei tre momenti sopra accennati. Esso ne costituisce il sottofondo sociale, culturale ed economico. Qualsiasi tentativo di approfondire questa problematica senza tenere conto di questa costante è destinato al fallimento.

Nella sostanza, la problematica del sindacato a Gela si può riassumere nella seguente enunciazione, che può essere presa anche come ipotesi di lavoro: il sindacato e i suoi leader che negli anni '50 seppero condurre avanti una lotta politica e sindacale per l'occupazione delle terre e per la riforma agraria (ferme restando le considerazioni sugli errori di fondo di tale azione da parte dei partiti della classe operaia) non hanno saputo adeguare e sostituire allo spirito e capacità di lotta di quegli anni, un altrettanto valido e capace senso di direzione delle lotte sindacali nella nuova realtà dell'occupazione operaia nell'ambito dei processi di trasformazione prodotti dai nuovi insediamenti industriali.

Molti sono stati gli errori commessi dai partiti della classe operaia (e di conseguenza, dato lo stretto legame esistente, dai sindacati) nell'operazione della riforma agraria, che svuotò di contenuto rivoluzionario la spinta proveniente dal basso per la conquista delle terre nel Mezzogiorno d'Italia in generale e in Sicilia in particolare.

Il contenuto riformista della riforma agraria creò nella classe contadina e bracciantile in particolare un senso di vuoto e di sfiducia difficilmente colmabile.

Lo slogan «la terra a chi lavora» fu presto svuotato di ogni contenuto rivoluzionario e di trasformazione; la divisione della terra in piccoli appezzamenti improduttivi o scarsamente produttivi, sprovvisti di tutte le infrastrutture necessarie, ridusse le potenzialità di rinnovamento senza modificare in meglio la situazione e le condizioni di vita delle classi diseredate.

Ma la conseguenza maggiormente negativa derivò dal senso di frustrazione conseguente giacché si era lottato per niente e nulla si era modificato nella sostanza.

La stragrande maggioranza dei braccianti rimase nelle identiche, se non peggiori condizioni, mentre una piccola parte di neo-proprietari coltivatori diretti si trovarono ad affrontare i grossi problemi della produzione e della vendita dei prodotti agricoli, ritornando in pochi anni alla condizione anteriore di proletari della terra, anche se proprietari di qualche ettaro.

La lotta bracciantile riprese allora il vecchio cammino per la migliore condizione del contratto, ma senza basarsi su una carica rinnovatrice e dirompente come quella degli anni anteriori.

Malgrado ciò l'organizzazione sindacale dei braccianti rimase quella maggiormente forte e disponibile alla lotta sindacale, anche se per lunghi anni non sembra che vi siano state chiare indicazioni sul ruolo delle lotte bracciantili nel contesto della lotta politica generale.

Per lunghi anni i braccianti costituirono a Gela il nucleo centrale e più forte della locale Camera del lavoro e rappresentarono la riserva elettorale del Pci, malgrado fossero progressivamente decimati dall'emigrazione a partire dagli anni '50 fino ad oggi.

Anche per ottenere l'insediamento dell'Anic a Gela i braccianti costituirono la categoria maggiormente disposta alla lotta, proprio nella speranza di avere quel lavoro fisso e sicuro che rappresenta la richiesta più sentita da coloro i quali vivono alla giornata e alla mercé del datore di lavoro. In tutta questa fase, malgrado il generale impoverimento delle richieste portate avanti, i braccianti rimasero all'avanguardia delle lotte sindacali — fino alla creazione dello stabilimento — così come, in generale, essi seppero esprimere una leadership locale all'altezza delle necessità percepite (non intendiamo con ciò eliminare la critica di fondo ai partiti del M.O. che non hanno voluto comprendere l'importanza del potenziale di lotta espresso da questa categoria nel Mezzogiorno: i fatti del '68 culminati nell'eccidio di Avola hanno riproposto in termini drammatici questo problema); leadership capace di tenere un rapporto costante e regolare tra sindacato e categoria bracciantile che trovava riscontro, per esempio, nel voto massiccio dei braccianti per i partiti di estrema sinistra.

È evidente che quando parliamo di questa funzione di guida vogliamo riferirci ad un tipo di leadership legata all'idea del capo-popolo, del leader capace di trascinare in piazza e in dimostrazioni di massa praticamente l'intera categoria dei braccianti, anche se il contenuto delle rivendicazioni non fosse chiaramente espresso e anche se non rispondesse chiaramente alle esigenze stesse della categoria.

Si tratta di un tipo di leadership storicamente superata; ma il problema di fronte al quale ci troviamo è quello di comprendere se a questo tipo di leadership sia stata data adeguata sostituzione o se, invece, ad essa non è subentrata una visione burocratica del ruolo del sindacato e quindi una leadership sindacale neppure capace di mobilitare le masse; cioè il vuoto sindacale.

Un comune quale Gela avrebbe, comunque, costituito un centro di attrazione demografica nei riguardi dei più depressi comuni dell'interno, anche se la sua storia avesse seguito i consueti e normali sviluppi del grosso centro agricolo quale era fino alla fine degli anni '50. Ma il fenomeno scatenante del processo immigratorio, con il conseguente fenomeno dell'esplosione demografica e dell'urbanismo esasperato è senza dubbio costituito dalla nascita delle speranze di prossima industrializzazione scaturite dalla scoperta del petrolio nel sottosuolo gelese.

In una situazione depressa e stagnante simile a quella di decine di altri comuni siciliani, il ritrovamento del petrolio e la successiva speranza di veder sorgere a Gela un grande stabilimento per la lavorazione del petrolio e di tutti i suoi derivati, rappresentava oggettivamente un fattore nuovo di tale importanza da mettere in moto i processi più semplici e naturali, spontanei, cioè appunto l'immigrazione con la conseguente speranza di trovare una occupazione fissa e dignitosa.

Infatti, nei primi anni, tali attese non andarono deluse: la decisione della direzione dell'Eni di localizzare lo stabilimento petrolchimico a Gela dette immediatamente vita a due attività che richiedevano l'impiego immediato e in quantità notevole, di manodopera non qualificata, la sola disponibile nella zona.

Tali attività erano rappresentate dalla costruzione dello stabilimento stesso e del villaggio residenziale per i dipendenti. Attorno a queste due attività centrali vi era poi una serie di attività secondarie nel campo dei servizi e delle infrastrutture, così come nel campo dell'edilizia privata.

Nei primi anni '60, Gela offriva lo spettacolo di una «comunità in trasformazione», nella quale cioè erano state riversate nuove forze, nuove speranze e nuove possibilità oggettive di modificare una situazione che, pochi anni prima, sembrava immodificabile.

Questo fenomeno, legato nella coscienza della gente alla valutazione che tale processo non si sarebbe arrestato bruscamente ma che avrebbe continuato, rappresentava un fatto molto importante allora e rappresenta un fatto molto importante oggi, quando si cerchi di comprendere l'attuale stato di depressione socio-culturale, la nuova stasi che si è venuta a creare, la difficoltà di mettere in moto un processo di sviluppo autonomo e locale che si vada a integrare nel più complesso e maggiore processo di sviluppo esterno rappresentato dall'Anic e da altre industrie del gruppo Eni.

In questo primo periodo di attività lavorative nell'industria, conviene distaccare un elemento che fu poi frutto di notevoli problemi. La manodopera, come si è detto, era prevalentemente priva di qualificazione. La grande industria aveva invece bisogno di preparare, fin dai primi tempi, un certo numero di maestranze qualificate che potessero garantire il funzionamento dello stabilimento. Ma questo desiderio-necessità urtava contro due impedimenti locali di notevole peso.

Il primo era rappresentato dall'incuria e indifferenza degli enti locali — primo fra tutti il Comune — a questo problema; per cui nelle sedi idonee localmente nulla venne fatto per preparare l'opinione pubblica alle nuove necessità e per provvedere alla creazione o rafforzamento dei servizi necessari.

Il secondo, molto più complesso, era rappresentato dall'insensibilità della popolazione verso questo problema. Ma ciò è facilmente comprensibile e giustificabile giacché ci si trovava di fronte in gran parte ad una popolazione attiva la cui aspirazione principale era rappresentata dal guadagno e dalla occupazione immediati e regolari. Tale aspirazione non era una formulazione astratta, ma scaturiva da uno stato di assoluta necessità, spesso di indigenza e si basava su una serie di esperienze passate il cui unico insegnamento era proprio rappresentato dalla ricerca di tale occupazione come possibilità immediata di guadagno e di reddito, cioè di vita.

Questi due ostacoli, che si frapposero alla formazione in loco di un certo numero di maestranze locali qualificate, ridussero ancora di più la presenza di elementi gelesi nel futuro organico della grande industria e posero le premesse per un successivo ed ulteriore elemento di frustrazione sociale nella comunità.

Se responsabilità vanno ricercate queste devono essere, nella nostra opinione, rintracciabili a livello di enti ed istituzioni che avevano i mezzi e le potenzialità per comprendere la portata del problema e per adeguare quindi un'azione rispondente alle necessità. Tale azione non vi fu e si gettarono così le basi per un motivo di incomprensione tra la grande industria e la comunità locale.

Il problema dell'occupazione, in tutti i suoi aspetti economici e sociali, apparve chiaramente quando terminò la fase delle costruzioni e si cominciò a cercare il personale per l'industria petrolchimica, la sola allora capace di assicurare stabile e permanente occupazione ad un livello di reddito superiore a quelli tradizionali della zona.

La grande industria ricorse, come naturale, a quei quadri, prevalentemente esterni, che avevano accettato la opportunità della formazione professionale o che comunque ne erano in possesso. Tali quadri, nella stragrande maggioranza, erano di provenienza non gelese.

Apparve allora in modo chiaro e netto il problema della integrazione; ma non già solo, come si è soliti pensare, tra settentrionali e locali (tra rappresentanti dell'Italia progredita e sviluppata e rappresentanti dell'Italia povera e depressa), bensì anche e soprattutto tra siciliani non gelesi (immigrati a Gela per lavorare stabilmente nella grande industria) e i gelesi, i quali sentivano la possibilità di occupazione come un diritto proprio e non come qualcosa rispondente a esigenze molto diverse, quali quelle del funzionamento dell'industria sulla base di capacità tecniche e professionali qualificate.

È questo un problema ancora oggi percepibile, fisicamente e sociologicamente, a Gela, che rappresenta un notevole ostacolo alla soluzione di molti altri problemi di tipo sociale ed economico della zona.

L'altro aspetto problematico di eccezionale importanza ai fini della comprensione dell'attuale situazione di disagio esistente a Gela è rappresentato dalla drastica riduzione delle possibilità di lavoro al termine della fase di costruzione dello stabilimento, del villaggio ed anche dell'edilizia privata.

La gravità del problema non consiste tanto nel fatto che ciò si sia verificato — in quanto era prevedibile e scontato — ma nel fatto che non si fece nulla per preparare l'opinione pubblica a questo cambiamento. La cosa si aggrava ancora se si considera che non si trattava più soltanto degli abitanti di Gela, ma anche di tutti gli immigrati che avevano trasferito la propria residenza a Gela nella speranza — dapprima accontentata e poi delusa — di trovarvi occupazione fissa.

Se, nella fase delle costruzioni di cui sopra, una gran parte della popolazione attiva aveva potuto abbandonare l'agricoltura — ed il bracciantato agricolo in particolare — trovando occupazione nell'industria edilizia, al termine di questa fase si venne a trovare nuovamente senza fonte di lavoro e di reddito.

La grande industria non poteva che soddisfare marginalmente questo fabbisogno, mentre nel frattempo la situazione dell'agricoltura era rimasta nelle identiche condizioni della fase pre-industriale e non si era messo in moto alcun processo di sviluppo industriale collaterale.

L'emigrazione, mai completamente arrestata, riprese in maniera notevole; la disoccupazione e la sottoccupazione riacquisirono il loro ruolo anteriore; le fila dei braccianti tornarono ad impinguarsi.

Il «circolo vizioso depressivo» non si era rotto, ma continuava ad agire avviluppando nelle sue spirali una maggiore quantità di persone. Con un ulteriore aggravamento determinato dal senso di frustrazione derivante dalla nuova esperienza che si andava ad aggiungere a quella di secoli anteriori.

I consumi ampliatisi artificialmente per la maggior disponibilità di denaro, nella fase anteriore, avevano creato una serie di apparenti modificazioni dell'ambiente. Ma la realtà continuava ad essere negativa e le prospettive di sviluppo totalmente legate alla grande industria ed ai suoi interventi miracolistici dall'alto, necessariamente limitati. Nello stesso tempo la massa di abitanti cominciava a far sentire i suoi effetti ed il proprio peso sulle strutture civili e sociali insufficienti esistenti, dando origine ad una recrudescenza, in termini quantitativamente nuovi e qualitativamente antichi, a tutta una serie di problemi che agiranno come freni e ostacoli al processo di sviluppo che si era voluto mettere in moto.

 

Sindacato e Industria di Stato

Nella storia delle lotte sindacali a Gela e, in particolare, nel rapporto tra l'Anic e le organizzazioni sindacali, fa spicco un fattore che ha svolto un ruolo essenziale e che ha condizionato, in modo alquanto forte, tutta questa problematica.

Tale fattore è rappresentato dal fatto che l'Anic è una società appartenente ad un gruppo (Eni) di tipo pubblico. L'Anic è, cioè, un'industria dello Stato, un'industria pubblica.

Questo fattore si è dimostrato di estrema importanza nello scontro tra l'industria ed il sindacato, tra padronato e la classe operaia ed ha giocato a tutto sfavore di quest'ultima.

Possiamo affermare — e lo analizzeremo maggiormente in seguito — che questo fattore ha dapprima frenato e quindi incanalato il tipo di lotta sindacale verso determinati obiettivi che non sono mai riusciti a mettere in discussione i problemi più essenziali, limitandosi, per un verso, a problemi marginali e cadendo, nell'altro, in richieste di natura demagogica destinate a lasciare il tempo che trovavano.

Il fatto di trovarsi di fronte ad un'industria di Stato ha creato una serie di equivoci, dai quali non ci si è ancora liberati, che hanno ritardato la formazione di una vera linea di lotte sindacali, di una strategia di azione — insieme però ad altri fattori — e quindi di riuscire a determinare una politica alternativa a quella che, nel fondo, tutto il padronato italiano — tramite l'Eni in questo caso — ha voluto e saputo condurre in Sicilia, come nel resto del Mezzogiorno.

Prima di passare a descrivere gli effetti — diretti ed indiretti, mediati ed immediati — che tale fattore ha prodotto nell'ambito delle lotte sindacali di questi anni a Gela, è utile ricordare inoltre che questa particolare industria di Stato, nella mente e nel ricordo della gente di Gela, non è venuta di propria spontanea iniziativa, ma il suo insediamento sarebbe frutto di lotte popolari e di rivolgimenti sociali ai quali partecipò l'intera popolazione della cittadina. Quindi non si tratterebbe di un regalo paternalistico dello Stato ad una zona arretrata, ma del risultato di una richiesta popolare sostenuta da possenti lotte per l'occupazione e per lo sfruttamento in loco delle risorse naturali del sottosuolo gelese.

È questo un fatto estremamente importante in zone dove, in generale, gli insediamenti industriali o, comunque, le occasioni di lavoro in settori extra-agricoli, sono invece il risultato di regali dall'alto, canalizzati da intermediari locali che ne raccolgono poi i frutti di tipo politico e clientelare. Questo fatto iniziale di lotta — sebbene venato da una sfumatura paternalistica peri il ruolo svolto da Mattei (rimasto nelle menti dei gelesi come l'uomo che voleva il progresso sociale ed economico dei siciliani, al contrario dei suoi successori) — di per sé estremamente positivo ed importante, contribuì alla lunga a diminuire l'impegno di «controllo» della comunità sull'industria e a favorire ogni sorta di delega, giacché si partiva da un presupposto sbagliato quale quello che può essere sintetizzato nella frase «l'industria è pubblica, quindi nostra; non può agire male, ma solamente in difesa di quegli interessi e finalità per i quali ci siamo battuti e abbiamo vinto». Quanto questa tendenza fosse strumentalizzabile — come lo è stata — a fini del tutto diversi, si incaricherà la storia degli anni successivi a dimostrare.

D'altra parte, il fatto di essere industria di Stato, favoriva la collocazione di questa industria in una dimensione particolare che può essere circoscritta dalle seguenti finalità — che tutti davano allora per implicite —:

1) L'industria di Stato non ricerca finalità meramente produttivistiche (al contrario, dell'industria privata), ma queste rappresentano soltanto uno degli aspetti della sua attività. L'industria di Stato infatti ricerca lo sviluppo sociale ed economico di una zona depressa, mediante l'aumento dell'occupazione e la migliore distribuzione del reddito. Non dovendo rispondere soltanto alla legge del profitto, essa può agire al di là dei fini produttivi e può sostenere costi «sociali» ed economici che ripercuoteranno in beneficio di tutta la comunità e non solo degli «addetti ai lavori».

Quindi l'industria di Stato è fondamentalmente uno strumento di progresso civile e sociale, in favore delle classi finora escluse da tale progresso e contro i vecchi interessi conservatori della zona (e della Sicilia). È in questo senso, soprattutto, che i sindacati e la popolazione vedono l'occasione per rovesciare una situazione cristallizzata e non soltanto — come spesso si afferma — l'industrializzazione come motivo di progresso e di benessere.

All'idea del padrone cattivo e speculatore, si sostituisce l'idea dello Stato buono — rappresentato direttamente da Mattei — che finalmente ha compreso le necessità e le aspirazioni della popolazione siciliana ad un vero progresso sociale e materiale.

I successivi servitori di questo Stato buono, per quanto si comportassero in modo non dissimile da qualsiasi padrone, saranno accusati, per lungo tempo, di essere, appunto, dei cattivi servitori. La logica del sistema, invece, non verrà mai messa sostanzialmente in discussione.

2) L'industria di Stato, come completamento di quanto detto prima, è nata come strumento di un'azione anti-monopolitica, in Italia come in Sicilia. Questa lotta deve essere sostenuta ed appoggiata; i lavoratori della industria si sentono solidali con la direzione e responsabili direttamente nei confronti della produzione. Non vi è disgiunzione tra interessi dei lavoratori ed interessi della direzione, in quanto ambedue coincidono sia nel tentativo di migliorare le condizioni di vita dell'intera zona sia nell'impegno a sostenere e svolgere un'azione che rompa il dominio — fino ad allora del tutto assoluto — dei monopoli e delle grandi industrie capitaliste, quali, per esempio, la Montecatini e le industrie petrolchimiche private.

Gela (e la Sicilia) hanno l'occasione e la possibilità di dimostrare all'Italia l'importanza di questa lotta e le potenzialità dirompenti che essa ha. Un nuovo miraggio, che va ad aggiungersi ad altri consimili vissuti nelle coscienze siciliane quale quello per l'autonomia regionale, il centro-sinistra, ecc., nasce e prende corpo. La legge per le industrie a partecipazione statale è stata voluta e sostenuta anche e soprattutto dai partiti del movimento operaio, proprio in funzione di quelle finalità che abbiamo cercato di descrivere. La «calata» dell'Eni in Sicilia è stata sostenuta da lotte popolari e l'Anic è rimasta ad operare proprio grazie a queste lotte popolari. Tutto ciò può e deve trasformarsi in un momento della lotta antimonopolista nell'Isola e in Italia (30).

3) Infine, l'ulteriore elemento che caratterizzava l'industria di Stato e che la differenziava dall'industria privata era rappresentato dall'aspettativa di una diversità di metodi direzionali, da una particolare politica del personale, da una politica di assunzioni, basata non su metodi autoritari e polizieschi e dalla sicurezza che l'atmosfera all'interno dello stabilimento sarebbe stata molto diversa da quelle tradizionalmente conosciute.

Si aveva fiducia nella possibilità di poter svolgere tranquillamente le attività sindacali; di non trovarsi di fronte a discriminazioni politiche, a non essere oggetto di minacce di licenziamento o ad altri ricatti del genere. Insomma a una situazione nella quale i lavoratori si sentissero compartecipi e quindi corresponsabili del buon andamento della produzione e della vita aziendale.

Come si può notare, questi tre aspetti della «dimensione» nuova dell'industria di Stato rispetto all'industria privata sono strettamente legati l'uno all'altro e contengono i presupposti per un effettivo sviluppo, non solo economico, della zona; cioè un salto storico qualitativo e non solo quantitativo (in termini matematici di occupazione aumentata e di reddito aumentato); un salto storico di eccezionale importanza del quale i lavoratori gelesi e siciliani in genere erano del tutto consapevoli.

Industrializzazione e coscienza sindacale

Generalmente, quando si parla di nuovi insediamenti industriali in zone sottosviluppate o, comunque, prive di esperienze nel campo delle relazioni con il mondo industriale, si è portati a mettere in evidenza la «scarsa coscienza sindacale», della nuova classe operaia, in massima parte proveniente dal settore primario, dal sottoproletariato rurale, dalla classe dei piccoli e medi proprietari agricoli.

Questo aspetto viene indicato come un ostacolo allo svolgersi di un'efficace azione sindacale, come una difficoltà di «costruire il movimento operaio» e quindi come un'ulteriore difficoltà per condurre la lotta contro il padronato. Molto spesso quest'analisi è del tutto aprioristica e può anche prestarsi a servire da giustificazione all'inattività sindacale, alla scarsa combattività delle organizzazioni sindacali, alla scarsa preparazione dei dirigenti.

Il problema effettivamente è esistito ed esiste anche a Gela, sebbene sia utile ricordare alcuni aspetti particolari che permettono di comprenderne il vero significato.

Infatti, nel caso di Gela il problema si pone più in termini di adeguamento delle capacità di lotta al tipo di processi produttivi che risultano nuovi alla maggior parte dei lavoratori, che non, come invece si è portati spesso a fare, al grado di combattività o alla scarsa coscienza sindacale dei lavoratori stessi.

Infatti la classe operaia pre-industriale di Gela, nelle sue componenti fondamentali (braccianti agricoli, operai edili) non è arrivata alla grande industria priva di esperienze sindacali e di lotta. Come abbiamo accennato i braccianti sono stati per lunghi anni il motore fondamentale della lotta sindacale a Gela, sia per quanto riguarda l'occupazione delle terre e la lotta per la riforma agraria, sia per la stessa lotta per l'ottenimento dell'insediamento dell'industria di Stato a Gela. La tensione rivoluzionaria della classe bracciantile non è mai venuta meno, neppure durante la costruzione dello stabilimento Anic; anzi gli unici scioperi di rilevante importanza a Gela negli ultimi anni — al lato di quelli dei dipendenti Anic — sono stati condotti proprio dai braccianti. Nell'occasione di scioperi generali, per esempio, la categoria dei braccianti costituiva senza dubbio la maggiore componente. Con ciò non si intende dare una valutazione delle finalità e del tipo di rivendicazioni portate avanti dal movimento bracciantile, ma eliminare un pericolo di equivoco riguardante la «scarsa disponibilità sindacale» e la «scarsa disponibilità alle lotte» da parte di categorie non industriali prima e durante la industrializzazione.

Lo stesso discorso può essere valido per la categoria degli edili, anche se in gran parte, a loro volta, essi provenivano dalla categoria dei braccianti agricoli.

Durante il periodo di costruzione degli impianti petrolchimici e del villaggio residenziale, essi raggiunsero un alto grado di sindacalizzazione e una continua disponibilità alle lotte, anche tenendo conto che mai, come in quel periodo, si erano visti a Gela salari tanto alti. Il fatto che tale capacità e disponibilità venissero meno, sostanzialmente, a cominciare dal processo produttivo dell'impianto Anic, non dimostra necessariamente la loro insensibilità, ma il crearsi di una situazione oggettivamente difficile, caratterizzata da un'estrema difficoltà di mantenere un lavoro regolare, dal riformarsi delle correnti migratorie verso l'estero e anche dalla scelta operata dal sindacato di puntare tutte le proprie carte sull'attività all'interno del settore chimico.

Come è noto, uno degli elementi caratterizzanti l'insediamento industriale dell'Anic a Gela è la complessa costituzione dell'organico.

In pratica soltanto 700 lavoratori su un totale approssimativo di 2.700 sono di Gela; tutti gli altri sono di provenienza non gelese, con preponderanza di siciliani di altre province. Uno dei più grossi problemi all'azione sindacale — oltre che dalla presenza di numerosi tecnici e quadri intermedi di provenienza settentrionale e generalmente scelti anche in base alla loro scarsa disponibilità alla lotta sindacale — è stato rappresentato dalla difficoltà di integrazione sociale tra nativi e «forestieri»; si può affermare che il problema si è andato risolvendo soprattutto grazie all'azione sindacale, mentre poco è stato fatto e si può fare ad altro livello. Cioè mentre una certa integrazione si è realizzata all'interno dello stabilimento proprio sul piano della lotta, la stessa non è possibile riscontrare al di fuori dello stabilimento, mantenendosi certe differenze e certe difficoltà di ordine sociologico.

Il vero ostacolo ad un'azione sindacale unitaria proviene invece dalle schiere degli impiegati. E non già soltanto perché generalmente questa categoria è maggiormente restia alla lotta sindacale e allo scontro con il padrone, ma per il meccanismo in base al quale gli impiegati sono stati assunti dall'Anic.

Infatti le assunzioni del personale impiegatizio sono state fatte prevalentemente tramite canali di tipo personale che continuano a condizionare l'atteggiamento di questa categoria nei riguardi della direzione aziendale. Inutile dilungarsi su questo aspetto, purtroppo alquanto diffuso in Sicilia e fuori.

Detto tutto questo a titolo di premessa, si deve fare una distinzione per quanto riguarda il processo di sindacalizzazione e il processo di formazione di una reale coscienza operaia: da una parte assistiamo ad una sempre maggiore partecipazione massiva alle agitazioni sindacali, agli scioperi e a tutto ciò che riguarda un impegno diretto e immediato nei confronti della direzione aziendale; dall'altro non si verifica un parallelo aumento dei livelli di sindacalizzazione, così come non appare chiara la linea di partecipazione diretta dei lavoratori alla vita stessa del sindacato. I due processi, anzi, appaiono fondamentalmente di tipo opposto (abbiamo assistito a scioperi che hanno coinvolto il 100% degli operai dello stabilimento; alle riunioni preparatorie degli scioperi, sommando i tre sindacati insieme, non si riuscirebbe ad arrivare al totale di 50 persone partecipanti e il caso non è isolato).

La tendenza in atto — anche se solo di tendenza ci pare di poter parlare — è chiara: da una parte aumenta l'impegno diretto dei lavoratori nell'azione sindacale di base, a diretto e immediato rapporto con l'azienda, con tutti i rischi che questo implica; dall'altro il progressivo distacco della base dall'organizzazione sindacale come tale, l'aumento della tendenza alla delega formale. Non si tratta di un fenomeno nuovo ed è facilmente comprensibile anche alla luce di certi fatti verificatisi in tutta l'Italia in questi ultimi anni, ma è comunque un fatto importante che questo si verifichi anche laddove l'esperienza «di fabbrica» è ancora relativamente recente.

Tutto ciò, nel fondo, risponde a diverse motivazioni. A livello di fabbrica: il clima interno peggiora, i livelli di sfruttamento aumentano, i ritmi di produzione aumentano, il personale viene ridotto, in certi casi in modo drastico; il mito dell'industria di Stato «buona» sta scomparendo negli operai. Tutto ciò aumenta il livello di coscienza operaia e la presa di coscienza sempre maggiore che la lotta deve essere portata contro questa industria così come si farebbe in altre industrie private. La disponibilità all'azione immediata rivendicatoria nei confronti dell'azienda si fa maggiore, anche se i rischi personali aumentano proprio per quel certo distacco che si è presentato nei confronti delle strutture sindacali formali. A livello di sindacato di categoria: il distacco tra base e responsabili sembra aumentare vertiginosamente; gli operai che partecipano alle elezioni del direttivo sono pochissimi; fondamentalmente sembra che la cosa non li riguardi. I pochi che partecipano lo fanno sulla base di una loro diretta partecipazione anche a livello di partito politico; quindi per assicurare alla propria componente la parte spettantegli e in obbedienza a ordini la cui origine è extra-sindacale. I lavoratori non militanti in partiti politici praticamente non esistono al momento delle decisioni elettive; ciò perché nella sostanza tutte le cariche sono già state decise al di fuori di ogni controllo dei lavoratori, in sedi estranee ai lavoratori stessi. L'apparato dei partiti domina quindi la struttura sindacale di categoria e questo allontana la partecipazione operaia di base. Ciò non tanto per l'equivoco tra problematica sindacale e problematica politica e una malintesa apoliticità del sindacato, ma sostanzialmente perché i partiti non conducono a Gela un'effettiva azione politica nei confronti dell'industria e dei problemi derivanti.

Quindi il distacco non è casuale, ma sostanziale e motivato da una distonia tra azione politica e realtà operaia. Ci si trova quindi in una situazione fluida e difficile. Il futuro potrebbe apportare dei cambiamenti rilevanti di cui però è difficile prevedere gli sbocchi reali.

A livello di commissione interna: il discorso fatto ora permette di comprendere meglio quanto avviene ed è avvenuto a livello di commissione interna. Il rapporto tra questo organismo rappresentativo e i lavoratori è maggiormente diretto e organico. La commissione interna ha possibilità di contatto e di rapporto giornaliero attraverso i suoi 11 membri. In questo senso la commissione interna può, oggi, svolgere un ruolo importantissimo o per migliorare il rapporto lavoratori-sindacato o per contribuire sostanzialmente ad aumentare il divario già esistente. In pratica oggi è la commissione interna l'organismo che può più facilmente organizzare uno sciopero o una manifestazione all'interno dello stabilimento; molto più e molto meglio del sindacato. Le ultime elezioni, per esempio, hanno decretato il fallimento della politica condotta dalla Cgil e dal suo sindacato di categoria (ciò perché la Cgil è proprio il sindacato dove maggiormente si assisteva al fenomeno prima indicato e anche per la sua importanza aggettiva che ha sempre rivestito a Gela e all'interno dello stabilimento) (31). Vincitrice è stata la Cisl, grazie soprattutto all'appoggio determinante di alcuni giovani aclisti che hanno impostato la loro azione su un più diretto contatto con i compagni di lavoro ed essendo appoggiati all'esterno dello stabilimento da un'azione dell'organizzazione assai dura — anche se spesso velleitaria — nei confronti dello stabilimento Anic e della direziono in particolare.

A livello di sindacato locale: è valido sostanzialmente il discorso fatto per il sindacato di categoria, ulteriormente aggravato da un maggior peso dell'apparato di tipo burocratico, sostanzialmente impegnato in azioni di patronato e di rivendicazioni spicciole. Il sindacato non rappresenta un centro di discussione e di elaborazione delle lotte sindacali.

A titolo di conclusione di questa parte ci sembra necessario accennare che questo processo di sdoppiamento tra strutture sindacali e lavoratori industriali ha preso corpo e si è manifestato potentemente in occasione di alcuni scioperi dell'anno 1968. Si è visto, per esempio, la diversità di partecipazione — sia qualitativa che quantitativa — a seconda del tipo di sciopero che veniva proposto. In occasione degli scioperi regionali e provinciali per l'abolizione delle zone salariali, vi è stata una tendenza ad una diminuzione costante della partecipazione e dell'impegno (sono stati fatti tre scioperi in poco più di un mese); in occasione dello sciopero per i fatti di Avola, preparato con pochissimo tempo e da pochissime persone, la partecipazione è stata totale ed immediata. E per la prima volta, sfatando una tradizione sfruttata dall'industria con molta abilità, sono stati abbandonati gli impianti a metà dei turni. I lavoratori di Gela identificavano così in modo esplicito e senza parole, gli interessi della grande industria di Stato con gli interessi di quelle forze che avevano fatto sparare sui dimostranti di Avola.

Non pensiamo così di aver esaurito il discorso, complesso e difficile, della coscienza sindacale in questa zona, ma pensiamo di aver attirato l'attenzione su alcuni fatti e alcune tendenze estremamente significative che si verificano non già in zone di antica industrializzazione, ma in una zona dove questo processo è praticamente cominciato soltanto ieri.

Strategia e azione sindacale

Finora abbiamo volutamente evitato un discorso di «contenuto» sulle lotte sindacali e sul ruolo del sindacato, limitandoci ad un tentativo di interpretare certi atteggiamenti e modi di agire degli stessi.

È necessario ora calare quanto detto prima nella situazione reale nella quale il sindacato si è trovato ad agire e cioè tentare un'analisi del contenuto della sua azione, della strategia seguita — sia a livello locale che regionale — e dei risultati che sono stati raggiunti, degli errori che, secondo noi, sono stati fatti. In pratica tentare una valutazione strutturale del ruolo del sindacato in una zona particolare quale quella di Gela che, agli inizi degli anni '60, andava configurandosi sempre più come un nuovo grande tentativo di sviluppo economico realizzato attraverso l'idea del polo di sviluppo iniziale, attorno al quale si vanno creando numerose altre piccole e medie industrie capaci di trasformare l'ambiente. Quindi il ruolo dirompente ed iniziatore dell'industria di Stato come motore di progresso. Gela assumeva così un ruolo ed un'importanza particolare che non doveva andare trascurata dalle organizzazioni a livello regionale (in Sicilia, proprio in rispetto dell'autonomia siciliana, i sindacati hanno realizzato una struttura regionale).

Cioè il discorso si colloca ora anche ad altri livelli e investe una problematica sindacale in senso ampio e generale che, necessariamente, travalica i confini territoriali di Gela e i termini conflittuali endogeni (cioè esclusivamente limitati agli aspetti interni al rapporto stabilimento Anic-sindacato locale).

Il discorso arriva allora ad essere un discorso sulla strategia e sull'azione sindacale in senso ampio e cerca di essere un tentativo di analisi generale che apporti nuovi conoscimenti alla problematica sindacale in Italia e nel Meridione in particolare; nel Meridione perché è proprio qui dove si cerca di far passare una determinata politica di «sviluppo» centrata sui poli e sulle aree, creando le premesse per il mantenimento dello status quo della maggior parte delle zone oggi arretrate.

Non tocca a noi generalizzare il discorso; i fatti parlano per quello che valgono e non ci sono dubbi che, come vedremo in seguito, i fatti gelesi riguardano tutti i meridionali e toccano direttamente il problema del contenuto e della strategia dell'azione sindacale, come risposta a questo tipo di intervento pubblico nel Mezzogiorno.

L'azione sindacale condotta e sviluppata in questi anni di esperienza industriale non ha seguito alcuna strategia, ma piuttosto è stata il frutto di azioni spezzettate e contingenti a seconda delle situazioni problematiche che si presentavano di volta in volta ed alle quali si dava una risposta parziale.

Tranne che per quanto riguarda il rinnovo del contratto nazionale di lavoro — per il quale, fino ad ora, si portava avanti un'azione unificata e concertata fra le tre grandi centrali sindacali — per tutto il resto ci troviamo di fronte ad un'assoluta carenza di strategia che ha portato il sindacato su una posizione di attesa e di rimessa, nei confronti dell'industria e della sua direzione.

Nella sostanza, l'azione sindacale a Gela si è fermata alle rivendicazioni concrete ed immediate, mentre ha mancato di prospettive a lungo termine e non ha che sfiorato — e spesso in maniera velleitaria — i problemi di fondo dai quali scaturivano le necessità immediate.

Le cause di questa posizione di attesa e di rimessa vanno ricercate innanzitutto nel fatto di dare per scontate certe finalità e presupposti dell'industria di Stato, anche quando questi venivano ogni giorno di più allontanati nell'attuazione dall'industria stessa e dal gruppo di cui fa parte. Il mito dell'industria di Stato, come abbiamo avuto modo di rilevare, ha quindi giocato come freno, da un lato, mentre contribuiva a dirottare l'azione del sindacato su rivendicazioni di tipo contingente, dall'altro.

Evidentemente, in questo modo, veniva a mancare l'anello intermedio di una catena logica che avrebbe dovuto unire l'azione aziendale a livello locale con l'azione a livello della politica economica dell'industria: cioè il livello fondamentale, decisionale, determinante tutti gli altri aspetti.

Questo problema, di dimensioni molto ampie, ci è più facile coglierlo se osserviamo due aspetti dell'azione sindacale e, tramite questa, il ruolo «mancato» dell'industria e della industrializzazione: a) l'azione sindacale a livello comunitario-comprensoriale; b) l'azione sindacale a livello di politica economica.

a) Azione sindacale a livello comunitario-comprensoriale. L'insediamento di una industria, quale l'Anic a Gela, fin dal suo sorgere poneva la necessità di un rapporto organico e assai vasto con la comunità socioeconomica gelese e con il comprensorio che a Gela faceva necessariamente capo. Cioè poneva la necessità di prendere in considerazione e di tenere conto di numerosi fattori, di varia natura, che avrebbero condizionato e/o sarebbero stati condizionati dal mutamento prodotto nell'economia della zona dall'inserimento della nuova industria.

Infatti, anche se in maniera subordinata e limitata, l'industria avrebbe mutato il tradizionale assetto economico e il tradizionale equilibrio di forze ormai stabilizzato. La problematica dell'insediamento industriale creava quindi le condizioni per l'allargamento del discorso sindacale alle necessità e ai problemi della zona e collocava, in primo piano, l'esigenza di una visione maggiormente globale (sia in termini territoriali che economico-sociali) dello sviluppo.

In altre parole, la possibilità di modificare una situazione stratificata e stagnante, poneva il problema di ristudiare e riproporre il rapporto tra: industria ed agricoltura; industria motrice e industrie collaterali; industria e sviluppo sociale della comunità, ecc. (32).

Senza voler addossare ai sindacati tutte le responsabilità, è evidente, almeno nella nostra visione di quella che potrebbe essere l'azione sindacale intesa in senso ampio, che essi avrebbero dovuto essere consapevoli di queste necessità e, quindi, impostare l'azione sindacale anche in base a ciò.

Questo collegamento tra l'azione a livello aziendale e l'azione a livello comunitario è mancato, contribuendo così a creare una nuova frattura tra il mondo industriale ed i suoi problemi e la collettività in genere (che tra l'altro, per certi versi, vedeva aumentati ed aggravati i suoi vecchi problemi proprio dal nuovo insediamento industriale) (33).

La prova di quanto diciamo è fornita anche dal fatto che i sindacati sembravano e sembrano essere consapevoli di questa necessità di collegamento, ma non riescono a tradurla in azione concreta.

Questo mancato collegamento operativo ha provocato da una parte l'isolamento delle lotte a livello aziendale nei confini dell'industria stessa, senza il necessario appoggio e sostegno della popolazione e di altre categorie di lavoratori, permettendo così più facilmente all'azienda di circoscrivere i «fuochi di disordine»; dall'altra, ha impoverito il peso delle lotte delle altre categorie di lavoratori (braccianti, edili, ecc.) che si vedevano emarginate dal centro di interesse dell'attività sindacale e dal centro del nuovo potere economico (34).

Il caso del mancato sviluppo dell'agricoltura del gelese è uno dei più sintomatici e dimostra come l'azione sindacale non sia riuscita a porsi il problema dello sviluppo della zona, proprio giocando la carta dell'industrializzazione senza vederne le limitazioni e i rischi.

L'agricoltura gelese ha continuato nel suo normale processo di lentissima trasformazione, sottoposta ai costì imposti dai grandi monopoli nel campo dei fertilizzanti, senza che l'Anic, produttrice a sua volta di una notevole quantità di fertilizzanti (urea, solfato ammonico), fornisse il minimo aiuto.

Il fatto dell'agricoltura è sintomatico perché dimostrava palesemente il tipo di rapporti esistenti tra l'industria di Stato e i monopoli chimici (Montecatini) operanti nell'Isola con prezzi di superprofitto. Il non prendere coscienza che ciò rispondeva alla logica del sistema imperante, al quale l'Anic si era adeguata fin dall'inizio della produzione, impediva di condurre l'azione sindacale al giusto livello: cioè non per ricondurre l'industria di Stato nell'ambito dei suoi fini istituzionali che erano stati «momentaneamente» dimenticati, ma per combatterla direttamente come emanazione indiretta dello sviluppo monopolistico nel Mezzogiorno (l'operazione Eni-Iri Montedison non ne è che la necessaria conseguenza) (35).

b) Azione sindacale a livello di politica economica. Evidentemente, mancando questa posizione intermedia dell'azione sindacale, è difficile che si potesse realizzare il passo più avanzato, cioè il passo verso un'azione che controbattesse la politica economica dell'industria di Stato nell'ambito dell'economia regionale siciliana e nell'ambito dello sviluppo del Mezzogiorno.

Tutto quanto è stato fatto in questo senso si rifà al mito dell'industria di Stato e alle sue potenzialità originarie, così come erano state viste ed interpretate dai partiti del movimento operaio e dai sindacati. Ma il mito non è ancora stato distrutto anche se ci pare che un discorso alternativo sia cominciato a penetrare in certi ambienti e settori sindacali, specialmente dopo gli ultimi avvenimenti di concentrazione capitalistica in Italia.

Dovrebbe risultare chiaro, da quanto detto finora, che certi «comportamenti» e certe attuazioni di un'industria di Stato, seppure limitate geograficamente e settorialmente, non sono il frutto casuale di errori «locali», ma rispondono ad un disegno ed una logica di tipo generale. Il sindacato non ha saputo creare un'alternativa reale a questo disegno e a questa logica, accontentandosi delle concessioni che inevitabilmente sarebbero state fatte.

A Gela si è combattuta — e tuttora si può combattere — una battaglia importante, anche se non sembra che vi sia piena coscienza di ciò: è la battaglia sulle vere finalità dell'industria di Stato e del capitalismo di Stato. Agli inizi degli anni '60 certe condizioni politiche potevano far credere nella possibilità che l'industria pubblica avrebbe avuto una funzione anti-monopolistica, essenziale per la rinascita del Mezzogiorno e per lo sviluppo democratico della società italiana; alla fine degli anni '60 queste illusioni sono state spazzate via dalla realtà (36).

Il capitalismo monopolista ha vinto una battaglia forse determinante nel Mezzogiorno, anche attraverso l'azione dell'industria pubblica e mediante il mito dell'industrializzazione concentrata. Il sindacato e i partiti della classe operaia non sembra che abbiano compreso tutta l'importanza di questo scontro ed hanno perso un'occasione storica per sovvertire i termini della questione meridionale, anche se il processo che è stato messo in moto ricrea numerose contraddizioni sociali il cui sbocco non è ancora prevedibile.

CONCLUSIONI

Con le pagine precedenti, in fondo, abbiamo voluto sottolineare che la domanda, talvolta venata di meraviglia e di sospetti in chiave antropologica-razzista del perché Gela non abbia saputo «assorbire» e valorizzare la grande occasione offerta dalla venuta dell'industria di Stato, è una domanda mal posta che può dare luogo a dei seri malintesi sull'insieme dei problemi che ci troviamo di fronte. La risposta è già implicita nei modi in cui è avvenuto l'insediamento e nell'assenza di un qualsiasi tentativo, che non fosse velleitario, di garantire l'attuazione delle finalità di rinnovamento che, in un primo tempo, furono tante volte dichiarate.

Però, dicendo che «non poteva andare diversamente», abbiamo voluto esprimere un giudizio contingente, riferito a questo particolare intervento nella particolare realtà di un paese siciliano come è Gela; non un'opinione generalizzabile sulla validità di qualsiasi intervento industriale in una zona rurale ed economicamente statica. Il ragionamento non comporta quindi una presa di posizione rispetto all'industrializzazione come strumento di sviluppo in genere; vuole soltanto mettere in luce le limitazioni inerenti a un tipo di intervento basato su criteri schiettamente produttivistici, con le sue potenzialità, da una parte, di essere assorbito e strumentalizzato e, dall'altra, di fare fronte unico con un sistema di dominazione e di sfruttamento tradizionale nelle zone del Mezzogiorno. L'industria può essere strumento di rottura e di sviluppo, ma non l'industria che viene a patti con le stesse forze che finora hanno impedito che tali effetti si producessero nella società.

Pertanto diciamo che, per andare meglio, le cose sarebbero dovute andare in modo radicalmente diverso; non sarebbero bastati, né basterebbero oggi, degli interventi riparatori che non toccassero la sostanza dei problemi che abbiamo cercato di esaminare.

Sarebbe profondamente errato, in considerazione di quanto detto sopra, pensare che anche una serie di provvedimenti riparatori avallati da decisioni ai vertici possa cambiare la situazione, se diretti soltanto all'«adeguamento» della comunità, senza fare un discorso parallelo per quanto riguarda il ruolo dell'industria stessa.

Già dal punto di vista pratico è ovvio che tale «adeguamento» si potrebbe verificare molto più facilmente da parte dell'ente di Stato che non da parte di una comunità di 70.000 abitanti.

Indipendentemente da questo, non si capisce bene perché sia sempre dato per scontato — anche da chi si muove con le migliori intenzioni — che una situazione di stasi e di successiva involuzione come la presente debba essere superata solo ed esclusivamente tramite delle azioni rivolte ai «riceventi», cioè alla popolazione locale, e non agli «agenti» nel caso specifico lo Stato e un organo teoricamente da questo controllato.

La presenza dell'industria, tanto per ricordare un aspetto particolare, ha accelerato il processo di emarginazione socio-economica della classe contadina, processo che ha avuto un'ulteriore spinta dalla tendenza alla chiusura della tematica sindacale all'interno del contesto aziendale.

Se l'industria di Stato vuole diventare uno strumento di rinnovamento sociale nel Sud, dovrà in un certo senso essere più reale del re, più attenta alle esigenze ed istanze della collettività esclusa dall'industrializzazione di quanto siano le sue stesse rappresentanze istituzionali.

E ciò significa molto più che l'abbassamento dei prezzi dei fertilizzanti o l'istituzione di qualche campo sperimentale.

Se si continua a scindere così nettamente tra l'intervento industriale come lo «strumento» dello sviluppo e le comunità di insediamento come gli «oggetti» su cui si interviene, è bene che si tenga presente, in termini del tutto artigianali, che se una determinata operazione non va bene, bisogna anzitutto vedere se l'attrezzo adoperato funziona.

Diciamo questo anche per la preoccupazione che, malgrado tutto, si arrivi a pensare che il problema si riduca ancora una volta ad uno di tipo socio-antropologico; al problema di prevedere meglio le resistenze culturali allo sviluppo e, quindi, di dover preparare meglio la gente del Sud a quanto ancora si farà «per loro».

Comunque, i problemi qui descritti non sono né di Gela né del Meridione; le loro varie manifestazioni esprimono solo marginalmente le deficienze delle persone e delle istituzioni coinvolte nel caso: è una sindrome di una patologia più diffusa nello stesso ordinamento socioeconomico della società in cui viviamo ed anche se si sapesse curare la sindrome stessa, la malattia rimarrebbe.

L'esempio studiato e la documentazione riportata, se valutati nel loro pieno significato, rappresentano la fine dell'illusione per chi credeva nel ruolo di rinnovamento dell'industria di Stato in funzione anticapitalista e anticolonialista.

Il rinnovamento potrà venire solamente dalle popolazioni meridionali, nelle quali sempre più matura una coscienza che non si possono fare ulteriori deleghe a nessuno, neppure ad uno Stato «democratico ed antifascista» quale quello promesso dalla nostra Costituzione.