Populu, Santi e Riforme...L'imminente "storica" riforma dello Statuto di Autonomia della Regione Siciliana sarebbe passata quasi inosservata se il Presidente Cuffaro -oltre a rimorchiarsi saggiamente alle proteste anticentraliste "valdostane" in materia di finta devolution...- non avesse proposto con insistenza l'inserimento nella nuova Costituzione siciliana di un riferimento alle "radici cristiane del popolo siciliano". Sebbene il tema non brilli in originalità essendo pallida eco del recente dibattito sulla Costituzione europea, merita certamente un momento di attenzione e di riflessione.
L'eredità spirituale del Popolo Siciliano è un albero antico di cinquemila anni, con molte radici e molti rami. La Sicilia ha dato i natali a qualche Papa e a un po di Santi, più o meno Neri, e soprattutto Sante, più o meno martiri, il cui culto si è sovrapposto qui a quello della Grande Madre, lì a quello di ninfe dei fiumi e delle fonti di montagna, che stanno ancora dov'erano, sebbene inudite.
Questa eredità spirituale, che se ne sia al momento consapevoli o meno, non può assolutamente essere ridotta ad una sola radice, fosse pure la più importante, nè si può "battagliare" per essa come fosse il programma di un partito.
La Sicilia fu ricca e rispettata, mille anni fa, quand'era un Emirato islamico indipendente e i Siciliani si chiamavano Siqilly (e non arabi, perlomeno non più di quanto oggi, legittimamente ci si definisce anche europei) mentre nell'Isola si professavano liberamente tutte le religioni, chè la repressione violenta prima contro gli antichi culti solari, matriarcali, dionisiaci della Religione della Vita, poi contro i siciliani mussulmani e, in forme feroci, contro i siciliani di fede ebraica, questa repressione, che non risparmiò infine il Libero Pensiero e ritardò lo sviluppo della Civiltà in Sicilia, porta il segno secolare della Chiesa di Roma, il marchio dell'Inquisizione, le stigmate di una particolare dominazione che se -a differenza di altre- ha risparmiato le ricchezze del sottosuolo ha provveduto però ad inaridire nel dolorismo e nella rassegnazione le radici gioiose e naturistiche dell'Anima isolana che nell'inquietudine sulfurea di quel "sottosuolo" coglievano forza quanto la vite e l'uva che nella Luce del Sole si fanno vino e danza. Contro questa Chiesa dominatrice, ricordiamolo, i Siciliani insorsero nel Vespro del 1282. Una Chiesa secolare che, oggi, ha chiesto scusa a tutti, meno che ai Siciliani. Ecco, si faccia chiarezza su quell'eredità spirituale siciliana che ha permesso l'elaborazione d'una civiltà dell'accoglienza non grazie ma malgrado coloro i quali, nei secoli, si sono arrogati l'esclusiva in tema di Fede e di Salvezza.
E se, per Carità ed educazione familiare, non possiamo non dirci cristiani, va da sè che il nuovo Statuto della Regione Siciliana dovrebbe piuttosto, e più laicamente, innovare in tema di diritti identitari (lingua siciliana, valore culturale dell'insularità, statuto dei luoghi), di democrazia diretta (referendum regionali e leggi di iniziativa popolare) e, se proprio si vuole tutelarne la "specialità", conquistata dal Movimento per l'Indipendenza oltre mezzo secolo fa, che si inserisca, insieme a una definizione di "Popolo Siciliano" con le maiuscole anche il suo diritto all'autodeterminazione nel rispetto delle Leggi internazionali (la Catalogna insegna, basta copiare chi è più avanti!). Il diritto al divorzio deve valere anche per i popoli: laicamente, senza "guerre civili" nè di "religione". Ecco, sarebbe un'altra lezione di civiltà resa possibile proprio da quell'eredità spirituale plurale che purtroppo stentiamo tutti a riconoscere in noi stessi, preferendo spesso, alla ricerca faticosa della Verità e della Bellezza, le facili scorciatoie che al Nulla conducono. Ci rifletta il presidente Cuffaro, al quale va riconosciuto il merito di aver posto onestamente un problema di non poco conto. E prenda parola il mondo cattolico e cristiano siciliano, perchè il dibattito sia un momento di crescita. Per tutti.
13-8-2003. Mario Di Mauro