Sulle Vie della Santità
La sonda spaziale Voyager II si è persa. Oltre il nostro sistema solare, dopo anni di viaggio, a poche ore-luce dalla Terra.

Lo Spazio siderale, coi mezzi tecnici di esplorazione e di trasporto di cui dispongono le varie agenzie spaziali, è ancora e solo Gelido Nulla.

La sua “conquista” è un’arma politico-affaristica del tutto “terrestre”, impugnata nella contesa tra le potenze dell’imperialismo multipolare. Le sue ricadute tecnologiche sono giocattoli terrestri... costruibili a metà prezzo. E Titano non è la Terra com’era quattro miliardi di anni fa, ma come sarà assai prima di quattro miliardi di anni, se non cambiamo testa.

E se qualcuno da qualche parte ci vive, nello Spazio, prima o poi, troverà questa Terra, cosiccome l’hanno già trovata altri...e magari stanno già qui, sognando di “migliorarci”, mandando qualche profeta, di tanto in tanto.

Tra Terra e Cielo, l'Albero-Uomo è il medium, il mezzo di collegamento, lo strumento re-ligioso, cioè di connessione dialettica. Riflettere su queste invarianze dell'avventura umana è, in breve, riflettere sul concetto stesso di "Santità".

Nell'ambito del gruppo dirigente di "Terra e LiberAzione", questa riflessione, in forme plurali e dialettiche, è da sempre viva: abbiamo deciso di cominciare a renderla pubblica, con semplicità. Le radici plurali del nostro Esser-Ci attingono attraverso il Sintimentu, sicula concrezione di cuore e cervello, a questa terra fertile.

@ 2006. Terra e LiberAzione.

 

Santità. Che cos’è la santità?

di Placido Altimari

Porre questa domanda è quanto di più trasgressivo possa immaginarsi: la santità non si consuma, non si produce, non dà reddito. Quindi non serve. Non ascrivibile alla categoria del possesso, la santità è stata via via emarginata, irrisa, ignorata, ed infine esclusa dal consorzio civile. Perché la santità non si ha: si è. E per essere santi bisogna innanzi tutto essere. Essere non qualcosa, ma qualcuno. Non identificarsi in ciò che si ha o si rappresenta, ma in ciò che si è. Carpendone il significato profondo, nascosto nell’apparenza nella propria piccolezza.

Essere. Facoltà dell’essere è il capire ed il volere. Ed il capire e volere in prima persona. Una pubblica opinione non può sostituire la comprensione individuale, né la volontà della comunità di appartenenza supplire alla responsabilità della volontà personale. E questo basta per comprendere come tutti i regimi di tutti i tempi abbiano temuto il potenziale rivoluzionario intrinseco al capire ed al volere. Perché il capire ed il volere di ogni uomo non può controllarsi; mentre per contro questi hanno facoltà di controllo sui regimi.

Primo passo per la comprensione della santità è la scoperta del proprio essere qualcuno. Dio, a Mosè, così si presenta: “Io Sono” (Esodo 3,13). È nel riconoscere sé stessi Enti distinti il presupposto per riconoscere Dio -Ente supremo-, risalendo alla scoperta della somiglianza con Dio. Perché io sono come Io sono. E pertanto essere ci fa partecipi della dignità divina. Partecipi; ma anche responsabili, in forza delle facoltà del capire e del volere.

E la prima cosa che si capisce è che io sono, ma non sono solo. L’Essere individuale è parte di una collettività di Esseri individuali, tutti partecipi della medesima dignità divina. La seconda cosa che si capisce e che io essendo occupo uno spazio fisico, interagisco con la materia, e interagisco con tutti coloro che occupano spazi fisici a me contigui. La terza cosa che si capisce è che l’esercizio della volontà individuale è interazione con la volontà altrui nell’ambito del medesimo spazio. La santità si esercita pertanto nella concretezza della materia e delle relazioni. In un esercizio che –prettamente individuale- si fa corale costruzione di Comunità.

“Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (Genesi 2,15). Presupposto alla santità –si è detto- è la scoperta di Essere. L’esercizio della santità non può prescindere dalla riscoperta della ragione stessa dell’Essere. Io sono: perché? La finalità del nostro esistere è tutta mirabilmente espressa nel brano riportato: coltivare e custodire il giardino dove siamo posti. Coltivare e custodire: la santità si esplica quindi nel fare. Si concreta nella materia: “La veste di lino sono le opere giuste dei santi” (Apocalisse 19,8). Nel fare. Nel fare cosa? Nel fare ciò che suggerisce il nostro Essere, fatto ad immagine e somiglianza di Dio. E chi è Dio?

I° lettera di S.Giovanni, 4, 7-9: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui”. La rivelazione cristiana enuncia la definizione di Dio. E quindi dell’Uomo, sua immagine, indicandone la più radicale realizzazione.

Dio è Amore. Amore concreto e operante: “giustizia e diritto sono la base del suo trono” (salmo 96,2), “Le opere delle sue mani sono verità e giustizia” (salmo 110,7). Da cui la naturale vocazione dell’Uomo –sua immagine- ad “osservare la via del Signore e ad agire con giustizia e diritto” (Genesi 18,16), sfidando quanto ad esse avverso, ed associandosi all’opera salvifica di Dio-Amore: “ Il Signore non tarderà e non si mostrerà indulgente (…) finché non abbia estirpato la moltitudine dei violenti e frantumato lo scettro degli ingiusti”. (Siracide 35,19-21). “Non sono venuto a portare pace, ma una spada” (Matteo 11,34).

“Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo” (Levitico 19,1). “Osservate le mie leggi e mettetele in pratica. Io sono il Signore che vi vuole fare santi” (Levitico 20,8). “Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Matteo 5,48). Ora, se la piena realizzazione del nostro Essere è la perfezione dell’Amore, la santità è semplicemente Essere-ciò-che-siamo. E Fare-ciò-che-vogliamo. “Ama! E fa quel che vuoi” esorta Sant’Agostino.

Le infinite intuizioni di Dio, espresse nelle diverse tradizioni religiose, hanno sempre tentato di dare forma al capire e ordine al conseguente volere, costruendo le complesse articolazioni della morale, e quindi le disposizioni legislative da queste derivanti. In ciò operando la difficile traslazione dal diritto naturale al diritto positivo. Fino –spesso- a sostituire Dio con la Legge.

L’evento cristiano, nell’effusione dello Spirito Santo, “ci ha riscattati dalla maledizione della legge” (Galati 3,13), per cui non abbiamo “… ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura” (Romani 8,14). “Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, (…) questi troverà la sua felicità nel praticarla” (Giacomo 2,25).

La via della santità è pertanto il godimento della felicità nell’esercizio della libertà. Di una libertà operante, che fa, e che realizza quella Civiltà dell’Amore di cui Cristo ha schiuso il cammino. Giorno dopo giorno, nella quotidianità dei piccoli come dei grandi gesti. “In perfetta letizia” (San Francesco). Accomunati a Cristo nella croce, supplizio degli schiavi ribelli. E a Lui accomunati nella Resurrezione: Signori della Storia. Della nostra storia. Qui e adesso.

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