Ibn Hawqal

Un'Isola giardino, mille anni fa...Viaggio in Siqillya.

Nota introduttiva

 

Ibn Hawqal Muhammad Abû al-Qâsim. Mercante mesopotamico del decimo secolo, vive la sua giovinezza a Bagdad. Nel 943, mentre il suo paese traversa un lungo periodo di decadenza politica e sociale, che gli procura la perdita di un ingente patrimonio, comincia un viaggio nelle regioni dell’Islam, che, con un solo anno di pausa, si protrae per oltre trent’anni, fino al 976, quando ritorna a Bagdad. Su tale esperienza, aiutandosi con opere di altri autori, come ‘Al ‘Istahrî, Qudâmah e ‘Al Gihâni, compila l’anno successivo il Libro delle vie e dei reami, da cui è tratta la descrizione della Sicilia, in particolare di Palermo, dove ha soggiornato intorno al 973.

L’opera è tratta dalla Biblioteca arabo-sicula di Michele Amari, alla quale si rimanda per ulteriori dati. Per ragioni di opportunità, si è reso necessario operare una selezione delle note del traduttore, recuperando quelle esplicative, attinenti allo spirito di questa collezione di letteratura odeporica, e omettendo quelle che interessano la discussione filologica e arabistica di metà Ottocento, che se riportate avrebbero richiesto a loro volta di essere annotate.

Una volta conquistata, la Sicilia occupa il centro nei dominî arabi, che si estendono dalle regioni iberiche alla Siria. Nelle rotte militari e mercantili l’isola è perciò una tappa necessaria, e in essa Palermo marca il primo motivo d’attrazione. Con l’avvento degli Aghlabiti l’antica città punica diviene invero un’importante capitale: mentre, devastata all’atto della conquista, decade Siracusa, già avamposto politico dell’impero bizantino e punto di confluenza di culture.

Con idonei riscontri nelle cose, Palermo viene rappresentata dai notisti islamici come una città imponente e popolosa, cinta da una natura provvida, ricca come nessun’altra di moschee, che nel decimo secolo il mercante mesopotamico Ibn Hawqal enumera in trecento. E tale concetto, filtrato dal sentire sontuoso che è delle civiltà arabe del tempo, si riversa intatto nel periodo normanno, con apporti non da poco. Comunemente assimilata a Cordova, Edrisi definisce la capitale siciliana la metropoli più eccelsa. Il poeta andaluso Ibn Giubayr non trova parole per rendere gl’incanti del Cassaro, cuore della città antica, e della Hâlisah, l’eletta, sede del sultano e degli uffici, mentre scopre nella Martorana un monumento senza eguali. Come è evidente, nel dare immagine a una trama urbana composita, che riunisce con misura gli elementi bizantini, arabi e normanni, è scoccata un’idea che, costantemente in bilico fra la realtà e l’iperbole, nella chiave comunque della città felice, godrà nei secoli di rilanci e correzioni.

Tutto questo concorda peraltro con il computo del paesaggio agrario dell’isola, che in tutto l’arco medievale i notisti dell’Islam figurano come un continuum di terre feconde, bene irrigate dalle fonti e dai fiumi, ricche di seminati e alberi da frutto. Al motivo dell’isola granaio, frequente nei cronisti dell’antichità e certo non indifferente ai pianificatori della conquista araba, si sovrappone evidentemente quello dell’isola giardino, che di là dagli incongrui, cui non si sottrae lo stesso Edrisi, reca i suoi riscontri, non soltanto naturali. Dopo l’insediamento, gli Aghlabiti guidano invero una cospicua mutazione agraria, incentivando con le leggi la divisione delle proprietà. E se il nocciolo del latifondo regge, con l’infittirsi dei poderi aumentano i villaggi e i casali, mentre folle di coloni, che si valuteranno in mezzo milione circa, si irraggiano nelle campagne incolte, in particolare a occidente e nel sud-est. A sollecitare la produttività del suolo, sovente con effetti secolari, sono infine le tecniche d’irrigazione e idrauliche, che gli arabi hanno avuto modo di affinare nella contesa incessante coi deserti.

Con l’avvento degli Altavilla, resta cardinale comunque, ancora dalla prospettiva araba, il tema dell’isola giardino, confortato da retaggi duraturi, nonostante il dispiegarsi delle grandi proprietà feudali e delle baronie normanne. La nuova condizione politica suggerisce nondimeno un motivo inedito e in qualche modo coerente: quello della terra perduta, che i notisti musulmani elaborano con differenti intonazioni. Se ebbro di fatalismo Giubayr si mostra inusitatamente aspro, rivolgendo ogni sorta di anatema agli “adoratori della croce” e reclami a Dio perché favorisca il ritorno della Sicilia all’Islam, pacate e mosse da una nostalgia soave appaiono le liriche del siracusano Ibn Hamdis che, sorpreso dagli orrori della città caduta, è stato costretto giovanissimo alla fuga.

Mentre s’arroventa il contenzioso fra la cristianità europea e l’Islam, nell’isola restano nondimeno larghi i margini di cooperazione, specie quando entrano in gioco le ragioni dell’arte e della scienza. E nello specifico delle ricerche resta emblematica l’opera di Edrisi. Nel geografo di Ceuta l’esperienza del viaggio conoscitivo, in Sicilia come in altri paesi Mediterraneo, non si risolve nella cronaca diretta, viene bensì organizzata nel concetto ampio del geografo, attento alla fisicità e ai caratteri dei siti. E sullo sfondo del regnum il suo sapere trova una collocazione coerente nel Libro di Ruggiero, esito fra i più compiuti nella letteratura geografica del tempo. La disamina della Sicilia è accurata, più di quanto non lo sia quella di altri luoghi. Edrisi può ricorrere invero alle fonti ufficiali, mentre di concerto con altri osservatori arabi non esita a giudicare l’isola la regione più prosperosa della terra. Di là dalle iperboli di fondo, che come anzidetto attengono più alla visione delle cose, l’indagine non manca comunque di sviste e imprecisioni, pure dovute alla necessità di sintesi, a fronte di un’opera che, su disposizione di Ruggiero II, scorre in rassegna i paesi del Mediterraneo e l’Europa tutta.

Carlo Ruta

 

Ibn Hawqal

Viaggio in Sicilia

§ 1. Della Sicilia (1). Isola è questa lunga sette giornate [di cammino], larga quattro giornate; montuosa, irta di rocche e di castella, abitata e coltivata per ogni luogo. Essa non ha altra città famosa e popolosa che quella che addimandan Palermo, ed è capitale dell’isola. Sta [proprio] sulla spiaggia, nella costiera settentrionale. Palermo si compone di cinque quartieri, non molto lontani [l’un dall’altro], ma sì ben circoscritti che i loro limiti appariscono chiaramente. [Il primo è] la città grande, propriamente detta Palermo, cinta d’un muro di pietra alto e difendevole, abitata da’ mercatanti. Quivi la moschea gâmic (2) che fu un tempo chiesa dei Rûm; nella quale [si vede] un gran santuario. Ho inteso dire da un certo logico che il filosofo de’ Greci antichi, ossia Aristotile (3), giaccia entro [una cassa di] legno sospesa in cotesto santuario, che i Musulmani hanno mutato in moschea. I Cristiani onoravano assai la tomba di questo [filosofo] e soleano implorare da lui la pioggia, prestando fede alle tradizioni [lasciate] da’ Greci antichi intorno i suoi grandi pregi e le virtù [del suo intelletto]. Raccontava [il logico], che questa cassa era stata sospesa lì a mezz’aria, perché la gente ricorressevi a pregare per la pioggia, o per la [pubblica] salute e [per la liberazione da tutte] quelle calamità che spingon [l’uomo] a volgersi a Dio e propiziarlo; [come accade] nei tempi di carestia, moria o guerra civile. [Per vero] io vidi lassù una [cassa] grande di legno, e forse racchiudea l’avello.

L’[altra città] che ha nome ‘Al Hâlisah [L’eletta] cingesi anch’essa d’un muro di pietra, ma non tale che s’agguagli al primo [da noi descritto]. Soggiorna nella Hâlisah il Sultano co’ suoi seguaci: quivi non mercati, non fondachi; v’ha due bagni; una moschea gâmic, piccola, ma frequentata; la prigion del Sultano; l’arsenale (di marina) e il dîwân (4). Ha quattro porte a mezzogiorno, tramontana e ponente: a levante un muro senza porte (5).

Il quartiere detto Harat ‘as Saqâlibah (il Quartiere degli Schiavoni) è più ragguardevole e popoloso che le due città anzidette. In esso il porto; in esso parecchie fonti, le acque delle quali scorrono tra questo quartiere e la città vecchia: tra l’uno e l’altra il limite non è segnato se non dalle acque.

Il quartier che s’appella Harat ‘al Masgid (il Quartier della moschea) di quella, dico, d’’Ibn Siqlâb è spazioso anch’esso; ma difetta d’acque vive, onde gli abitatori bevon de’ pozzi.

[Scorre] a mezzogiorno del paese un grande e grosso fiume che s’appella Wâdi cAbbâs (6), sul quale son piantati di molti mulini; ma [l’acqua di esso] non si adopera all’[irrigazione degli] orti, né dei giardini.

Grosso è ‘Al Harat ‘al gadîdah (il Quartier nuovo) il quale s’avvicina al Quartier della moschea, senza separazione, né intervallo: né anche ha mura il quartiere degli Schiavoni.

La più parte de’ mercati giace tra la moschea di ‘Ibn Siqlâh e questo Quartier nuovo: per esempio, il mercato degli oliandoli, che racchiude tutte le botteghe de’ venditori di tal derrata. I cambiatori e i droghieri soggiornano anch’essi fuor le mura della città; e similmente i sarti, gli armaiuoli, i calderai, i venditori di grano e tutte quante le altre arti. Ma i macellai tengono dentro la città meglio che cinquanta botteghe da vender carne; e qui [tra i due quartieri testé nominati] non ve n’ha che poche altre. Questo [grande numero di botteghe] mostra la importanza del traffico suddetto e il grande numero di coloro che lo esercitano. Il che puossi argomentare parimenti dalla vastità della loro moschea: nella quale, un dì ch’era zeppa di gente, io contai, così in aria, più di settemila persone; poiché v’erano schierate per la preghiera più di trentasei file, ciascuna delle quali non passava il numero di dugento persone.

Le moschee della città, della Hâlisah e de’ quartieri che giacciono intorno la [città] fuor le mura, passano il numero di trecento: la più parte fornite d’ogni cosa, con tetti, mura e porte. Le persone ben informate del paese dan tutte a un modo così fatto ragguaglio e concordano nel numero [delle moschee].

Fuor la città, nello spazio che le s’attacca e la circonda, tra le torri e i giardini, sono dei mahâll (7), che seguonsi l’un l’altro assai da vicino; e da una parte [movendo] da’ pressi del luogo chiamato ‘Al Mu caskar (le stanze dei soldati), il quale giace nel bel mezzo dell’abitato(8), si volgono al fiume che s’appella Wâdî cAbbâs e vanno a sparpagliarsi su le sue sponde; [da un’altra parte], seguitando l’uno all’altro, arrivano fino al luogo detto ‘Al Baydâ (Baida anch’oggi) sopra un’altura che sta ad una parasanga all’incirca dalla città(9). Cotesti [borghi] furono già desolati, e gli abitatori di essi perirono nelle guerre civili che afflissero il paese, com’è qui noto a chiunque. Pur tutti concordamente attestano la importanza [ch’ebbero] i detti borghi e che le loro moschee passavano il numero di dugento. [In vero] io non ho visto tanto numero di moschee in nessuna delle maggiori città, foss’anco grande al doppio [di Palermo], né l’ho sentito raccontare se non che da quei di Cordova [per la loro patria]; per la quale città io non ho verificato il fatto, anzi l’ho riferito a suo luogo non senza dubbio. Lo posso affermare bensì per Palermo, perché ho veduta con gli occhi miei la più parte di esse [moschee]. Stando un giorno presso la casa di ‘Abû Muhammad ‘al Qafsî, giureconsulto [specialmente versato] nella materia de’ contratti, e messomi a guardare dalla costui moschea, per quanto si stendea la vista nel tratto che percorre una saetta, io notai una diecina di moschee, che talvolta l’una stava di faccia all’altra e correasi di mezzo la [sola] strada. Avendo chiesto [il motivo] di questo [numero strabocchevole], mi fu detto che qui la gente è sì gonfia di superbia, che ognun vuole una moschea sua propria, nella quale non entri che la sua famiglia e la sua clientela. Accade qui che due fratelli, abitando case contigue, anzi addossate ad un muro [comune, pur] si faccia ciascun di loro la sua moschea, per adagiarvisi egli solo. Una delle dieci, delle quali testé ho fatta menzione, apparteneva al medesimo ‘Abû Muhammad ‘al Qafsî: ed eccoti da canto, ad una ventina di passi, un’altra moschea ch’egli avea fabbricata, perché il suo figliuolo vi desse lezioni di giurisprudenza. In somma ognuno vuol che si dica: questa è la moschea del tale e di nissun altro. Questo figliuolo di ‘Abû Muhammad si sentiva gran cosa: tra ch’egli avea del suo tanti fumi in capo e ch’era il cucco del babbo, egli andava sì gonfio e con viso contento di sé medesimo, come s’egli fosse stato il padre del proprio padre [e non figlio di famiglia].

Giaccion su la spiaggia del mare molti ribât (10) pieni di sgherri, uomini di mal affare, gente da sedizioni, vecchi e giovani, ribaldi di tante favelle, i quali si son fatta in fronte la callosità delle prosternazioni (11) per piantarsi lì a chiappare la limosina e sparlar delle donne oneste. La più parte son mezzani di lordure o rotti a vizio infame. Riparan costoro nei ribât, come uomini da nulla ch’e’sono, gente senza tetto, [vera] canaglia.

Ho detto della Hâlisah, delle sue porte e di quanto avvi lì [da notare]. Venendo ora al Qasr (il Cassaro, il castello) propriamente chiamato Palermo, dico ch’è questa la città antica. Delle sue porte, la principale è la Bâb ‘al bahr (Porta di mare), così appellata perché vicina al mare. Non lungi da quella [s’apre] un’altra porta elegante e nuova che ‘Abû ‘al Hasan ‘Ahmad ‘ibn ‘al Hasan ‘ibn ‘abi ‘al Husayn fece costruire, a domanda de’ cittadini, in un ciglione che sovrasta al rivo ed alla fonte detta ‘Ayn ‘as safâ (Fonte della salute) (12). Il medesimo nome ha preso in oggi la porta, la quale, al par che la fonte, torna di comodo ai cittadini (13). Segue la porta antica detta di Sant’Agata (14); e appresso a questa, l’altra che addimandasi Bâb ‘ar Rutah, dal nome di un grosso rivo, al quale si scende di qui (15). La scaturigine è proprio sotto la porta: l’acqua molto salubre e muove parecchi mulini l’un dopo l’altro. Indi [occorre] la Bâb ‘ar Riyâd (Porta de’ Giardini), nuova anche essa e fabbricata da ‘Abû ‘al Hasan. Sorgea non lungi, in sito poco difendevole, un’altra porta, detta Bâb ‘ibn Qurhub; ma essendo stata la città un tempo combattuta (16) da quella parte ed avendone sofferta una irruzione con danno gravissimo, ‘Abû ‘al Hasan ha tramutata questa porta dal posto cattivo ad altro [più] sicuro. Appresso è la Bâb ‘al ‘abnâ (Porta de’ Giovanotti), la più antica del paese; indi la Bab ‘as sudân (porta de’ Negri), la quale sta di faccia alla contrada de’ Fabbri; indi la Bâb ‘al hadîd (porta di Ferro), donde esce all’Hârat ‘al yahûd (il Quartiere de’ Giudei). Lì presso è un’altra porta edificata parimenti da ‘Abû ‘al Hasan; ma non ha nome di sorta. Fuor di questa è il quartiere di ‘Abu Himâz. E in tutto fa nove porte.

La città [di figura] bislunga, racchiude un mercato che l’attraversa da ponente a levante e si addimanda ‘As simât [la fila]: tutto lastricato di pietra da un capo all’altro; bello emporio di varie specie di mercanzie.

Scaturiscono intorno a Palermo acque abbondanti, che scorrono da levante a ponente, con forza da volgere ciascuna due macine; onde son piantati parecchi mulini su que’ rivi. Dalla sorgente allo sbocco in mare son essi fiancheggiati di vasti terreni paludosi, i quali, dove [producono] canna persiana, dove fanno delli stagni, dove [dan luogo a] buone aie di zucche.

Quivi stendesi anco una fondura tutta coperta di b.rbîr (papiro), ossia bardi, ch’è [proprio la pianta] di cui si fabbricano i tûmâr (rotoli di foglio da scrivere). Io non so che il papiro d’Egitto abbia su la faccia della terra altro compagno che questo di Sicilia. Il quale la più parte è attorto in cordame per le navi e un pochino si adopera a far de’ fogli pel Sultano, quanti gliene occorrono per l’appunto.

Parte de’ cittadini, quelli cioè che abitano presso le mura e ne’ dintorni, da Bâb ‘ar riyâd a Bâb’ as safâ, bevon di questa [e d’altre] fonti. Gli altri [abitatori della città vecchia] al par che quelli della hâlisah e del rimanente de’ quartieri, dissetansi con l’acqua de’ pozzi delle proprie case; la quale, leggiera o grave che sia, lor piace più che molte acque dolci che scorrono in que’ luoghi. La gente del Mu caskar beve della fonte detta ‘Al Garbâl (il Crivello), che ha buon’acqua. Nel Mu caskar è un’altra sorgente che si chiama cAyn ‘at tisc (la fonte delle nove donne) e dà men copia d’acqua che il Garbâl e che l’altra detta cAyn ‘abî Sa cîd (La fonte di Abû Sa cîd), la quale prese il nome da uno de’ wâlî del paese. Nel lato occidentale si beve della fonte cAyn ‘al hadîd (la fonte di ferro). Quivi [è veramente] una miniera di questo metallo, posseduta in oggi dal Sultano; il quale adopera [il ferro estratto] agli usi dell’armata. A tempo antico la miniera apparteneva ad un dei Banû ‘al ‘Aglab. Essa è vicina al villaggio di Balharâ (17), ricco di giardini, di vigneti e di polle e rivi che vanno a ingrossare il Wâdî cAbbâs.

Oltre a quelle scaturiscono intorno intorno a Palermo altre fontane rinomate, le quali recano utilità al paese; come sarebbe il Qâdûs, e, nella campagna meridionale, la Fawârah piccola e la grande (18); la quale sgorga dal naso (19) della montagna, ed è la più grossa sorgente del[l’agro palermitano]. Servon tutte queste acque a [innaffiare] i giardini. ‘Al Baydâ ha anche essa una bella fonte chiamata con lo stesso suo nome e vicina al Garbâl ed alla Garbîah (La Occidentale) (20). Gli abitanti del luogo detto Burg ‘al battâl (La Torre del valoroso) bevon dalla polla conosciuta sotto il nome di cAyn ‘abî Malik. L’irrigazione de’ giardini si fa più comunemente per mezzo di canali; ché molti giardini v’ha, oltre i campi non irrigui, sì come in Siria e in altri paesi. Con tutto ciò nella più parte de’ quartieri e della [stessa] città, l’acqua si trae da’ pozzi, ed è grave e malsana. Han preso a berne per difetto d’acqua viva, per poco [uso] a riflettere e pel gran mangiar che fanno di cipolle. E veramente cotesto cibo, di cui son ghiotti e il prendon crudo, lor guasta i sensi. Non v’ha tra loro uom di qualsivoglia condizione che non ne mangi ogni dì e non ne faccia mangiar mattina e sera in casa sua. Ecco ciò che ha offuscata la loro immaginativa; offesi i cervelli; perturbati i sensi; alterate le intelligenze; assopiti gli spiriti; annebbiati i volti; stemprata la costituzione sì fattamente che lor non avviene quasi mai di vedere dirittamente le cose.

Va messo anco nel novero [il fatto] che qui v’ha più di trecento maestri di scuola che educano i giovanetti. A sentirli, essi sono nel paese gli uomini di Dio, sono la gente più virtuosa e degna: non ostante che ognun sappia la poca loro capacità e la loro leggerezza di cervello, sono adoperati come testimonii [ne’ contratti] e come depositarii. Ma il vero è che costoro si buttano a quel mestiere per fuggir la guerra sacra e scansare ogni fazione militare. Io ho composto un libro su questi [musulmani di Palermo?], nel quale ho raccolte le notizie che li concernono.

 

Note di Michele Amari

(1) Questa descrizione della Sicilia fu data per lo primo alla luce da me, con una traduzione francese e molte annotazioni nel Journal asiatique di gennaio 1845. Ne pubblicai poscia la traduzione italiana nell’Archivio Storico Italiano, Firenze, 1847. Appendice n. 16.

(2) Gâmic ossia “adunate” si dice la moschea maggiore, nella quale si raccoglie il popolo musulmano alla preghiera pubblica il venerdì.

(3) Si confronti ‘Ibn Sabbât, Biblioteca arabo-sicula, Cap. XXXIV, § I, nel quale si dice della tomba di Gâlînûs. Successe forse l’equivoco di Galeno, l’hakîm, ossia “medico” o filosofo, con Aristotile, lo hakîm per antonomasia degli scrittori arabi.

(4) Uffici pubblici.

(5) La costruzione di questo passo nel testo lasciava un po’ dubbio da qual canto fosse il muro senza porte. Nella mia prima pubblicazione mi parve togliere l’oscurità collocando tutte le porte a mezzodì e proponendo una piccola aggiunta nel testo per rischiararlo. Considerata meglio la topografia, che non è dubbia, e veduto il testo di ‘Al Muqaddasî, Biblioteca, append. Pag. 55, m’accorgo dell’errore e lo correggo, riducendo il muro senza porte al solo lato che l’autore chiama d’oriente. La cittadella dei Fatemiti, che si addimanda fin oggi la Kalsa, è sempre, pel popolo, un quartiere a parte, ancorché non comparisca tra le sezioni o mandamenti, come oggi si chiamano. Il perimetro si riconosce facilmente dalla configurazione del suolo, da alcuni antichi edifizi, da parecchi ricordi scritti e dall’antica porta che s’apriva a scirocco, quella medesima dalla quale entrarono i Normanni il 1072.

(6) L’Oreto. Altrove il nome arabico è scritto più regolarmente Wâdî ‘al ‘Abbâs.

(7) Plurale di mâhall, che vuol dir luogo di fermata in viaggio ed anche di dimora, genericamente parlando. Qui accenna a que’ gruppi d’umili abituri che si formano allato alle città crescenti di popolazione e ricchezza.

(8) Il testo ha letteralmente “nell’interno”, o vogliam dir “nel seno” del paese. Questa ultima voce di significato molto generico, denota qui il complesso di tutti i quartieri fortificati e no, chiusi o aperti, de’ quali si componea la gran capitale della Sicilia musulmana. Se i sobborghi stendeansi fino a Baida da una parte ed al fiume dall’altra, il Mu ‘askar stava di certo nel centro del paese.

(9) È lontano sei chilometri.

(10) Stanze di volontari su i confini dell’impero musulmano.

(11) Prosternandosi nelle preghiere, i Musulmani toccano il suolo con la fronte, la quale a lungo andare incallisce nel mezzo. I pinzocheri e i bachettoni ne mettono in mostra il segno.

(12) Questo medesimo nome ha oggidì una sorgente d’acqua termale in Tunis.

(13) Distrutta nel 1542. La fonte sgorga nella piazza detta un tempo della Conceria, oggi Piazza Nuova.

(14) Notissima e abbattuta pochi anni addietro.

(15) Detta di Rota, o Roda dal Fazzello, al cui tempo era già chiesa.

(16) Le memorie storiche de’ cencinquant’anni che corsero dal principio del conquisto musulmano della Sicilia fino all’arrivo di ‘Ibn Hawqal accennano a varii assedi di Palermo; a gusti orribili ne’ sobborghi; a pressura di fame che abbia costretti alla resa, non mai ad espugnazione della città vecchia propriamente detta. Era rimasa dunque la tradizione di Belisario; o le croniche hanno trascurato un fatto tanto strepitoso, o infine il viaggiatore fu male informato?

(17) Alcuni geografi arabi danno questo nome ad un’altissima catena di montagne a settentrione dell’India, che secondo le loro indicazioni torna al Bolor o Balor tra l’Himalaya e l’Hindokuse.

(18) Fawârah, “polla che sorge con impeto” quasi bollendo. Il nome resta alla minore delle due sorgenti descritte dall’autore: l’altra si chiama oggi Maredolce o Santo Ciro.

(19) Il monte Grifone mette qui una punta nella pianura: sotto quella pianura sgorga l’acqua.

(20) Ovvero ‘Algarîah (La Bella), come lessi nella prima edizione. Algaria è nome di un podere a sinistra di chi, venendo da Palermo, salga l’erta di Morreale che s’addimanda La Rocca.