S I C U L I
I Sicani nel Lazio fondano villaggi e città: anche quello dove poi sorgerà Roma
Le attestazioni del diffuso insediamento sicano nel centro Italia non finiscono con le ben note citazioni riportate dalle fonti, poiché altre accennano ad un sito in Roma (l'odierna Tivoli) chiamato Siciliano (o Sichelico) "fino a poco tempo addietro", e sempre Dionigi riporta un'epigrafe incisa in un tempio di Zeus nella cittadina di Cotila, e che un romano - un tale immortalato di nome Lucio Mamio - ha trascritto; era un oracolo che indicava ai passanti ove si trovavano:
V'affrettate alla terra dei Siculi
Già di Saturno: andate a Cotila
Degli Aborigeni, ove l'isoletta
Movesi incerta.
Là frammisti ad essi
Decime a Febo offrite ( ).
Tra le città sicule (non si parla di Sicani, poiché ciò che ha causato Siculo è qui anteriore) del centro Italia, oltre la laziale Cotila e l'insediamento che poi vede la nascita di Roma, sono indicate Agilla (poi Etrusca per la successiva conquista dei profughi Lidi tra il XIII ed il XII a.C.) città che poi divenne Caere per i Romani (S. V, 2, 3), Alsio, Aricia, Ceretani, Falerio, Fascennio, Pisa.
L'epoca che vede questi avvenimenti è anteriore al XIII secolo, ma non possiamo dire di quanto: in quell'epoca i Sicani in tre o più migrazioni (una delle quali condotta da Siculo) lasciano la terra divenuta appetibile a stirpi più numerose e prolifiche, e provenienti dallo sfaldamento di Teucri Dananei Pelasgi ed altri stanziati tra Europa ed Asia, tra Mar Egeo e Mar Nero.
Le fonti altresì citano i Sikala presenti nell'area dei Dardanelli - Lici alleati dei Teucri d'Ilio - ed altri vivono a ridosso del mare nei pressi del fiume Xanto, nel sud ovest dell'Anatolia. La presenza sicula in Sicania, insomma, è di almeno un secolo anteriore alle loro imprese predatrici in Medioriente; il loro possibile insediamento laziale è di oltre un secolo anteriore al conflitto narrato da Omero; gente di Ilio (i Dardani) ed i Siculi li intravediamo sia in Italia che a ridosso del Mar di Marmara e dell'Egeo: sempre prima della disfatta di Troia e delle altre città stato che con essa commerciavano e prosperavano.
Le basi alimentari agricole di notevoli proporzioni che hanno reso grandi i regni mediorientali costringono i Sikala alla razzia per mare ed al saccheggio delle città che racchiudono i proventi dei commerci e della campagna coltivata. Hammurabi e Suppiluliuma II li conoscono come Shikalayu, appresso Merenptah e Ramses II li appellano come Shekles.
Delle accettabili indicazioni archeologiche indicano che in quel medesimo tempo - il XIII secolo a.C. - dalla Lidia così vicina a Lukki (Licia) un evoluto popolo, i futuri Etruschi, deve abbandonare le terre anatoliche invase dagli Hittiti, dai Luviti, dai Palaiti. Terre pure tormentate anche da una carestia ben definibile, nel 1235 a.C., mondiale.
Diverse ipotesi si intrecciano quindi, ed uno dei loro nodi è la presenza dei Siculi in Sicania, in Egitto ed in Palestina nel XII secolo a.C. Se costoro provengono da un insediamento italico piuttosto che anatolico lo risolve la datazione dei centri Ausoni nel sud Tirreno, ed il passaggio oltre lo Stretto, certamente antecedente di circa un secolo le gesta in oriente.
Oltretutto, come anzidetto, i razziatori del XV secolo a.C. che subentrano ai commercianti filominoici della cultura del Milazzese (Ustica, Panarea) e di Capo Graziano (Filicudi) è gente affine ai Micenei. Costoro potrebbero essere i Siculi, di fatto armati alla foggia micenea nel XII secolo e belligeranti lungo tutte le coste mediorientali, incubo pur di isole, da Alashiya (Cipro) a Pharos (Alessandria), dopo Creta, Malta, le Eolie e parte della Sicania. Le armi che accompagnano le loro raffigurazioni in Egitto sono difatti di stile miceneo.
La vita da razziatori non è però facile, per la medesima ragione che li ha spinti via dalla vecchia patria: l'Italia continentale. I luoghi di ricovero hanno da essere inaccessibili, eppure vicini al mare (i monti Peloritani, e Malta forse); le risorse agricole, se non occasionali, sono perdute. E' arduo mantenere una coesione sociale e politica durevole tra le tribù. Le teste di ponte, i moli di ricovero delle navi e di gestione dei bottini delle razzie dei Sekles, non possono con fare pratico individuarsi nella terra di Lukki, così vicina alle forti città stato (come Ugarit) preda di reiterate incursioni, e che come centro urbano muore nel 1190 a.C., sempre per mano dei Popoli del mare. La presenza dei Peleset consente poi loro di fondare Tel Kasilé e Dor in terra da pochi anni palestinese.
I Sekles-Siculi ed i loro alleati approfittano che la flotta adibita a difesa delle coste prospicienti la città di Ugarit (nell'entroterra un chilometro) è dal vassallo re Hammurabi III forzatamente prestata agli Ittiti già in ambasce a cagione dei medesimi nemici.
I Lukki - siano essi o meno i Siculi di Sicania cioè i Sekles che aggrediscono Ugarit e Memfi - non sono ovviamente i soli popoli di cui si ha notizia e che si impegnano nel tormentato XIII secolo alla ricerca di nuove terre e di risorse. Ritorniamo quindi a citare i Lidi. A leggere Erodoto (1, 94) la migrazione dalla Lidia viene condotta da Tirreno, figlio del re Athis a sua volta figlio di Manes che così dispone per limitare gli effetti della nota carestia, riducendo le bocche da sfamare in patria.
Dissente da ciò Dionigi di Alicarnasso (I, XXX) che fa osservare come i Tirreni non adorano gli stessi dei Lidi, mentre rimane quasi isolata la nota redatta da Giovanni Lido che considera di medesima italica stirpe i Tirreni (o Etruschi) coi Trinacrii (o Sicani).
"I Tirrenoi sono noti dappresso ai Romani come Etruschi e Tusci. Gli Elleni li appellano Tirrenos, figlio di Atis, e narrano di come questi avesse inviato coloni dalla Lidia. Atis, discendente di Eracle e Onfale, in seguito ad una carestia con penuria di ogni bene, avendo due figli scelse di selezionarne uno a sorte, e trattenne con se Lidos. Affidando invece a Tirrenos la maggior parte del suo popolo li mandò via. Giunto qui Tirrenos chiamò Tirrenias la terra, dal proprio nome, e fondò dodici città. Il loro ecista fu Tarcona e da egli prese nome la città Tarqunia, e di lui si dice che nacque canuto, tanto era lungimirante".
"Al tempo che i Tirrenoi erano governati da un solo capo erano molto potenti, poi pare che la loro confederazione si separò e, sotto l'azione de' nemici vicini, preferirono dividersi le loro città. Rimanendo uniti avrebbero potuto ben difendersi da chi li aggrediva, e contraccare con grande spedizioni, invece abbandonarono una terra fertile per questo e quel mare, dandosi alla pirateria. (S. V, 2, 2)".
Strabone cita a sostegno del suo rapporto un altro storico greco, Anticleidos, e con Erodoto, sono tre gli storici che si respingono in tutti i testi ove si esclude che i Lidi ed i Tirreni siano la medesima gente. Ci chiediamo spesso, nei nostri limiti in materia di Archeologia, se ci si attende di meglio da tremila anni di terra da scoticare e scavare.
NOTA. L'idea che ci tiene discosti dagli storici greci, ritenuti coi colleghi egizi e romani faziosi, tendenti in tal caso a vedere un mondo quasi per intero popolato da stirpi greche, può forse ribaltare innanzi il nostro retaggio di studenti nati nel culto di Roma caput mundi. Vediamo negli altri l'errore che potremmo noi stare per commettere: tutti conoscono figure minori dell'epopea italica, ma pochi studenti sanno del valore di condottieri di Gelone, Dionisio il Vecchio e di Timoleone, o di gran colti e retori come Archestrato od Ermocrate.
Le suddette vanghe, i picconi, le spazzole degli studenti scavatori sotto la guida di illustri docenti archeologi, vengono spesso correttamente usate per dare ulteriore conferma alle parole degli storici classici, e spesso vi riescono. In mancanza dell'oggetto rinvenuto, lo studio di quei lontani colti dovrebbe bastarci; sempre in attesa di auspicabili altre nuove.
Accomuna alle altre genti greche anche il tallone d'Achille di codesti Lidi d'Italia: non riescono a formare solide unità; una città greca non rinuncia a seguire - volontariamente - una sua politica militare e commerciale. L'Etruria, come Creta e ogni porzione di Grecia e di Mesopotamia (ma anche la Sicilia almeno dal XII secolo a.C.) è suddivisa in nuclei gelosi delle proprie risorse, ed inclini alla belligeranza reciproca.
Noi, come già detto, consideriamo i Tirreni, i Tyrsa, i Tusci, gli Etruschi, coi Lidi, un'unica etnia. Al pari di quella dei Siculi o Sekles o Shikala o Shakalasha. Ben sapendo, assieme a chi legge, come la cultura etrusca, integratasi e di pseudo paternità italica, nasce solo intorno al IX secolo a.C.: a tale età risalgono infatti pure le recenti (settembre 1998) scoperte archeologiche che riportano alla superficie tombe di guerrieri a Tarquinia. Che i primi re di Roma fossero Tirreni è però un dato molto rivelatore.
Trovano codesti Lidi una patria tra Mantova e Pompei, e tra il Tirreno e l'Adriatico, venendo chiamati molto tempo dopo Etruschi o sempre Tirreni (in ionico Tyrsenoi, in attico Tyrrenoi, in egiziano antico Tyrsa). E' da notare come gli Egizi avessero percepito la pronuncia e la denominazione in dialetto ionico: per effetto dei Popoli del mare.
Proprio in quei decenni medesimi, di volontaria diaspora dei Tirreni, i Siculi varcano lo Stretto di Zancle: forse hanno attraversato, di italica, solo la terra di Calabria ed il Mar Jonio. Un secolo appresso però si comprova la loro partecipazione alla distruzione di Ugarit (1190 a.C.) ed alle campagne d'Egitto: 1180 e 1174 a.C.
Ancora, non si può a tal punto giunti, non vedere la costanza di rapporti tra le due vicine sponde adriatiche, varcate dagli Umbri e ben note agli Etruschi Tyrsa Lidi ed agli Achei (Eqwes per gli Egiziani). L'Adriatico non è mare che possa mai dividere. Gli stessi Sardi (i Sherden per gli Egiziani) possono avere avuto un atavico legame con la Lidia: forse per un errore, solo una volta essi appaiono citati come nemici dell'Egitto (nel Papiro Harrys numero uno) mentre ogni altra notizia li dipinge come alleati o ottimi merceari ed acquisiti cittadini egiziani. Di certo c'è che almeno dal XIII e XII secolo a.C. li individuiamo in Egitto ed in Sardegna: se si recassero a prestare la loro opera sul Nilo provenendo dalla Sardegna o dall'Anatolia non si sa.
Riprendiamo però ad indagare nella storia dei nostri eroi. Canta con tali versi Virgilio della presenza siciliana (ante litteram nel dubbio si tratti di Sicani o Siculi) nel Lazio:
Insequitur nimbus peditum clipeataque totis
Agmina densentur campis Argivaque pubes
Auruncaeque manus, Rutuli veteresque Sicani
(Un nugolo di fanti lo insegue, truppe armate di scudi si compattano nella pianura, giovanissimi Argivi manipoli di Aurunci, Rutuli e vecchi Sicani).
Ritorna quindi il dilemma: nella futura patria dei Romani vivono Sicani o Siculi? Ci siamo pronunciati puntando l'attenzione al momento in cui Siculo riesce ad avere dei seguaci nella popolazione sicana, la sola schiatta cioè presente nel Lazio e che si ritrova distinta solo a ragione della divisione. Ancora per ciò leggiamo:
Tum manus Ausonia et gentes venere Sicanae,
Saepius et nomen posuit Saturnia tellus
(E vennero manipoli da Ausonia (terra delle fontane), e genti Sicane giunsero, e la terra Saturnia altri nomi ebbe). Ci si riferisce alla terra che prende nome dalle terme di Saturno, nel cuore della futura Etruria.
Dalla mitologia romana, a seguire, ricaviamo che in Ardea (città laziale dei Rutuli) comanda Turno poiché ne è il fondatore, e questi ha tra i suoi uomini dei vecchi (per via di un antico stanziamento) Sicani. Per parte sua, Livio riferisce solamente che i Rutuli (alleatisi cogli Etruschi o Tirreni) si scontrano coi Latini (fusione di Latini, Arii, forse i Dardani di Enea), e incredibilmente non parla di Sicani.
Rutuli e Sicani ancora uniti condividono comunque dei territori, e centri urbani poi romani ebbero nascita per loro volere e agire.
Sempre Dionigi d'Alicarnasso indica come Sicule le seguenti città laziali o centro italiche: Cotila, Agilla, Aricia, Alsio, Ceretani, Falerio, Fascennio, Pisa.
Per quel che valgono i toponimi nella ricerca storica (c'è una Panarea vicino Modena oltre che una Karnak anche nel nord della Francia ) ritorneremo senza illuderci sul tema.
Nell'intera Eneide si osserva un legame costante tra i miti e la storia di Troia, della Sicilia, di Roma; e non si può oggi intendere che Dionigi d'Alicarnasso e Virgilio tendano a voler dare, anche in quest'ambito, alla Roma nascente, origini classiche nobilitanti: le ulteriori indicazioni che ci guidano ai Sicani di Virgilio (o ai Siculi di Dionigi) stanziati nel Lazio ce li qualificano come "barbari", pur se i numerosi profughi di Ilio, giunti prima in Sicilia (vivono pacificamente nell'Isola nei pressi del fiume Crimiso, dopo il XII secolo) simboleggiati dai capi Elimo e Panope sono dotati di nobiltà di casta e abitano nel Lazio.
Virgilio - ricordiamo nel merito - notoriamente indica in Erice, o in zona, la tomba del padre d'Enea, il re dei Dardani Anchise (anch'essi noti agli Egizi come marinai Derden), che per un qualche motivo evitano le coste maggiormente gestite da Micenei o popoli entrati nella loro orbita culturale e commerciale. Pare che uno dei popoli della vecchia generazione dominante - quella coeva di Tebe Ugarit Cnosso ecc - di Ilio cerchi l'ospitalità sicana anziché sicula.
Tornando alla presunta ricerca di nobili radici, semmai fanno bene al nobilitante caso dei poeti nazionali romani la gente di Ilio, o i nemici Achei ed i loro alleati, o gli stessi Sicani.
Per Livio (I, 1) Enea giunge in Italia assieme ad Antenore, posto alla guida di un gruppo di profughi Eneti, alleati dei Troiani (Teucri o Tekker) durante la perduta guerra. Eneti forse così detti in onore del loro duce dardano.
Gli alleati della perduta Ilio sono numerosi: oltre ai Dardani abbiamo i provenienti da Zelea, Pitiea, Adrastea, Apeso, Percote, Practio, Sesto, Abido, Arisbe, i Pelasgi da Larissa, i Traci, i Peoni, gli Eneti Paflagoni, i Ciconi, gli Alizoni, i Misi, ed altri, come i provenienti dall'Ellesponto. Abbiamo poi dei Lici, altri che non quelli del sud est anatolico, che dal XII secolo sono detti Shikalayu.
Gli Eneti, a detta del più grande storico di Roma, s'insediano, dopo aver risalito l'Adriatico, a nord della penisola: oggi può forse indicarlo l'appellativo dei locali, i Veneti (ricordiamo, per accrescere la sua attendibilità, che veneto è lo stesso Livio). I Veneti ben presto sono influenzati nella loro lingua, il Venetico, dai Tirreni loro affini per la probabile e comune origine.
Per Livio:
"A far seguito al loro sbarco i Troiani (resi bisognosi dalle peripezie che avevano lasciato loro addosso solo le armi e le navi) depredavano il territorio tutt'intorno. Il re Latino e gli Aborigeni (gli Arii, N.d.A.) che stavano nella regione si riunirono lasciando città e campagne per cacciare gli stranieri dal fare violento. La tradizione da tale momento indica due versioni: vi è chi sostiene che Latino, dopo la sconfitta, abbia accettato una proposta di pace e di formare una parentela con Enea, vi è invece chi riferisce che sul punto di dare avvio alla guerra, coi due eserciti già schierati nell'attesa del segnale d'attacco, Latino si sia fatto avanti assieme ai notabili del suo popolo chiedendo un abboccamento col capo degli invasori. Latino chiese chi essi fossero, la loro origine e perché lasciarono la patria loro; chiese anche e principalmente cosa avessero intenzione di fare rimanendo nella zona dell'agro Laurente. Egli così seppe che si trovava di fronte a Troiani, governati da Enea figlio d'Anchise e Venere, profughi dalla loro cremata città ed in cerca di una terra ove vivere e fondare un nuovo abitato. Latino ebbe parole d'apprezzamento per quel nobile popolo e per il suo re ed accertata la loro propensione alla vita pacifica come alla guerra offrì la mano destra in segno d'amicizia futura (I, 1)".
A questo punto entra nella vicenda la figlia del re Latino, Lavinia, che è offerta in sposa ad Enea per tutelare maggiormente l'accordo voluto. La donna, come spesso accade nelle vincolate vite delle principesse, è stata precedentemente promessa in moglie ad un altro capo, tal Turno. Turno è il re dei Rutuli che, offeso, non tarda a vendicarsi di codesto affronto.
Il re dei Rutuli, oltre che alle forze proprie ed a quelle dei Sicani (o dei Siculi), si affida al supporto militare degli Etruschi di re Mesenzio per ricambiare con certezza alle manovre dei Latini.
Ci appare, ripetiamo, non nuova l'intesa tra Siculi e Tirreni (Sekles e Tyrsa per gli Egiziani), antico costume solidificato da comuni interessi economici, antichi come gli scambi e le frequentazioni con la gente del mar Egeo e cipriota.
Enea teme le conseguenze di tale secondo conflitto, ed a sua volta si procura l'amicizia degli Arii, cui offre una sorta di parità di diritti coi Latini ed i Dardani, ed essi accettano l'alleanza degli stranieri con gran riconoscenza. Enea ha nel frattempo un figlio da Lavinia, Ascanio (detto dai Romani Iulo), ed ha fondato Albalonga. Albalonga è la città della regina Rea Silvia, madre dei gemelli Remo e Romolo.
Le forze contrapposte ordunque sono, così vedendo, formate da sei gruppi: quattro di provenienza centreuropea (Latini, Sicani o Siculi, Rutuli ed Arii), e due di provenienza mediorientale (Eneti e Dardani di Enea e Tusci/Tyrsa/Tirreni).
I Latini, popolazione in fase emergente, trovano politicamente conveniente unirsi ai rampanti forestieri Eneti, maggiore antagonismo territoriale infatti li tiene invisi da Rutuli, Sicani o Siculi e Tusci. Sekles e Tyrsa hanno poi già molto altro in comune, e non in Italia.
In tale gioco proviamo ad inserire le successive, di sei secoli, orme degli Umbri (Sabini e Sabelli) che giungono in Italia percorrendo le stesse piste degli Arii. Le tracce migratorie conducono sempre dall'Eurasia centrale, e via Mar Adriatico o Jonio, fino in Italia.
A poco prima del VII secolo a.C. risalgono le prime datazioni di reperti scritti in "protosabino" in terra italiana, fibula prenestina (Devoto, VI, 28).
I Latini in tale guisa rafforzatisi vincono l'alleanza rutulo/etrusco/sicula; la gioia dei profughi Troiani è grande per aver confermato la loro signoria sulla nuova patria e vendicato il grande dolore della perduta patria; ma l'uomo che li ha condotti in Italia esaurisce con quest'ultima impresa i luminosi giorni avuti in sorte. Il desiderio d'Enea di condurre la guerra anche fuori le mura gli costa la vita: viene isolato e colpito dai nemici in ritirata. Riceve sepoltura ove cade, laddove si ode il suono delle acque del fiume Numico.
Parimenti alle parole di Dionigi d'Alicarnasso, l'Archeologia fornisce dei dati a supporto: nel finire degli anni Sessanta si proseguono degli scavi nella zona di Lavinia (Pratica di Mare, vera porta culturale del mondo classico nel Lazio) conducendo un'indagine nelle stratificazioni di sedimenti e reperti nella zona battezzata "Santuario delle 13 are". A cento metri a sud/est dei siti di culto è riportata sotto i raggi del sole una tomba a tumulo d'impronta non latina ma greco-italica databile però al secolo VII a.C. (in seguito coperta da un heroon romano nel IV secolo a.C.). Il sepolcro è paragonabile a quello rinvenuto in via Pontina (nei lavori al km 18,500), a Satrico, un chilometro a nord/ovest della porta della città antica.
Conclude la fredda dissertazione tecnica sulle caratteristiche costruttive ed estetiche dei singoli manufatti rinvenuti P. Sommella con le seguenti parole: "Si deve dunque rilevare l'importanza dei rinvenimenti di Lavinium che aprono nuove prospettive non solo nei rapporti culturali con Ardea e con Roma in un momento più antico di quello finora preso in considerazione, ma soprattutto ripropongono l'affascinante tema dei contatti tra Lavinium, la zona dei Colli Albani e Roma su una base autonoma delle note leggende (in Arch. Classica, vol. XXI, pag. 18 e seg. Roma, 1969)".
In Etruria ulteriori scavi hanno ancor più fermamente attestato la presenza della "borghesia commerciale" greca (forse in cerca di sbocchi di mercato diversi da quelli gestiti dai Fenici) ben prima della canonica costituzione della Magna Grecia. La tradizionale attività continuerà, come ad esempio a Tarquinia, a Gravisca, ove un'intera area è adibita a mercato: il terreno è predisposto per l'utilizzo espositivo da parte dei mercanti stranieri al lavoro tra il VII ed il V secolo a.C.
Ovviamente molto altro unisce l'Italia, Ellade, Anatolia e Sicilia. Il sentimento religioso rivelato dal culto dei Palici è prettamente isolano, però nei pressi di Tivoli si pratica - al tempo che i Sicani od i Siculi vi risiedono - un culto paragonabile ad esso; cosicché quel culto che esalta Enea salvatore del padre, somiglia a quello dei fratelli Pii, condito e voluto con maggiori riferimenti romani.
Si tratta forse di una curiosa coincidenza, ma nella predetta zona di Tivoli esiste una fonte sotterranea d'acqua sulfurea (Albunea), ed un tempio al tempo vi sorge dedicato a Fauno. Ovidio, solo per suo parto poetico, vuole Fauno (Met. XIII, 750) padre del pastorello Aci, figura relativamente recente ed oggi ben nota ai siciliani abitanti nel declivio orientale del vulcano.
Discorrendo di attraversamenti dello Stretto per volontà di Sicani e di Sicani condotti da Siculo avremmo ben tre o quattro esodi tra continente e Sicilia: il primo, che si realizza prima del tempo mitico di "Re Eolo" e con protagonisti uomini di lingua indeuropea; il secondo ed il terzo nel XIII secolo a.C. al tempo dei re Siculo ed Italo; un altro a seguire le imprese di Enea, quello dei residui veteresque Sicani; un ultimo con al passo i fondatori di Morgantina nel 1000 a.C. circa. Morgete scaccia Siculo e parte delle sue tribù, e potrebbe essere un suo figlio a raggiungere poi la Sicania.
Ciò nondimeno Sicani e Siculi si differenziano nettamente quando si tratta di abbinarli ai popoli e agli imperi mediterranei coi quali dividono destini guerreschi, culti religiosi, politiche economiche, terra e mare e loro uso.
I Siculi mantengono frequenti relazioni coi popoli marinari Tirreni, Sardi, Elleni (li troviamo architetti per le mura di Atene) ed in guerra sulle acque attorno Cipro e su quelle del Nilo. I Sicani paiono legati alle più antiche e consolidate potenze economiche: Cretesi "Minoici", Fenici, Egizi, Troiani, Iberi. Di questo tratteremo ancora nel presente lavoro, osando teorizzare la presenza di accordi commerciali che tesero a rendere esclusive le rendite dei traffici a questa o quella delle parti, a turno dominanti. Ciò pone mette la base alle future rivoluzioni, mere reazioni alle politiche di scomoda pace, economicamente inaccettabili.
Da qui tentiamo una ricostruzione più accurata degli eventi, e tentando una loro netta divisione temporale in sezioni.