XIII/XII a.C. Egitto e Sicania, due prede per i Siculi
Forse non è corretto ipotizzare l'esistenza di una forza imperialista egizia nelle isole egee e nelle maggiori del Mediterraneo prima dell'avvento parziale della potenza micenea, ma dobbiamo chiederci se sussiste tale sinergia economica tra i progrediti popoli oggi noti.
Non possiamo dimenticarci dei secoli di legami - sin dalla notte dei tempi, circa nel VI millennio a.C. - dovuti all'interscambio proficuo ed allettante di merci, così come non possiamo ignorare i conseguenti arrivi di popoli meno fortunati a ridosso di tali banchetti. La ricchezza dei primi ha generato delle conoscenze oggi solo in parte note, ma il cui riflesso è storicamente accertato nelle globali ed immortali caratteristiche dell'Età classica, ormai storica ed al confronto ben nota.
Non ci si meravigli della sorprendente profondità a raggiera del pensiero dei filosofi, della forza improvvisa dei progetti di Fidia: occorre solo non essere dimentichi di nomi come Imhotep e Dedalo, ed intuire le figure dei saggi ignoti di cui certamente fu colma la civiltà delle città cretesi dei "Minoici", e delle altre grandi città egizie ed ittite. E' meno errato fantasticare su chi insegnò loro, piuttosto che ignorarli a cagione del tempo, del fato, e degli strati di pietra ceneri e terra.
Nel XIII secolo abbiamo quindi una non nuova ma insolitamente più grande immigrazione nell'isola più estesa del Mediterraneo: la sicana terra di Demetra, la terra universalmente riconosciuta come fertile (assieme al suolo bagnato dal fluire delle melmose acque del dio Nilo ed alla Mezzaluna fertile). La Sicania è un'isola aperta, a chiunque vi si reca per intraprendere una attività di scambio e vendita di prodotti alimentari, metalli, oggetti preziosi, schiavi (cioè comune manodopera: il faraone Snofru ne cattura ben 7000 in Nubia e li impiega nei campi, nelle cave e nei cantieri per l'edificazione delle piramidi).
In un momento di primi affanni, Ramses III trova l'occasione giusta per far leggere al suo popolo che
"Il dio Horo di Behedé si distende lungo i tuoi fianchi. Le terre del Grande Circuito e del Grande Cerchio sono sottoposte alla tua autorità, o figlio di Ra, Ramses sovrano di Eliopoli. Io colloco il tuo bastone dinnanzi a Te per meglio abbattere i Nove Archi e per Te io butto tutte le ttere sotto i tuoi sandali"
Se la Sicilia sia da intendersi tra le indicazioni geografiche fornite dalle incisioni nel colonnato del pilone nord del tempio di Karnak non è noto. Ovvio è però che in un periodo di contingenza per molti popoli, un accrescimento di potere del doppio regno del Nilo non può essere a lungo sorretto dalle spalle delle genti sino a quel momento meno note alla Storia.
Un afflusso notevole di popolazione spinge i più carismatici e meglio armati a mettere insieme i più bellicosi tra i gruppi più indigenti, creano delle truppe infiammando i cuori dei più vigorosi, tentano l'approdo verso altre sponde: dal sud Italia (o dall'Anatolia oppressa) appaiono vicine, oltre la Sicilia, Malta, Gozo le tante isole ed isolette greche, le coste mediorientali e, ovviamente, il suolo egizio e "palestinese".
In gioco c'è il desiderio di poter sedere sulla stessa tavola che nutre i forti del tempo, che dopo Kadesh sembrano aver diviso tra loro terra, cibo e denaro; Ittiti, Gutei, Assiri e Cassiti, cogli Egizi si scambiano figli e principesse, doni, simulacri religiosi, e lasciano girovagare i loro esperti uomini d'affari, ed artisti.
L'equilibrio - somigliante, a noi contemporanei, alle varie vicende richiamate dal Muro di Berlino - scuote forse non casualmente gli animi di numerose altre genti, indigenti senz'altro, ma stavolta più determinati a voler cambiare lo status che promette di renderli negletti a lungo. Il Tempo sa ben mascherare le ripetute pagine degli avvenimenti storici, od all'uomo fa comodo ignorare uno dei propri limiti, preferendo l'illusione battagliera alla impotenza a priori.
NOTA. Ora, prima di continuare, è bene esporre pur sinteticamente il mito - classico, si badi - di Egitto e Danao. Egitto ed il fratello Danao discendono per parte di padre da Poseidone, il loro padre è infatti Belo, che li ha grazie alla unione con una donna di nome Nilo; Egitto vive nella omonima terra mentre il fratello Danao ha la terra di Libia.
Per estendere il suo dominio, ed approfittando della forza dei suoi cinquanta figli, Egitto pretende che costoro si uniscano alle figlie del fratello, anch'esse proprio cinquanta. Danao rifiuta di acconsentire a quelle nozze interessate, ma per rappresaglia si ritrova a sfuggire alle ire dei cinquanta nipoti, che lo obbligano alla fuga nella Argolide; nella nuova patria Danao riesce a sbarazzarsi per sempre della opprimente presenza dei cinquanta figli del fratello, e la perdita della vita dei giovani causa al loro padre, Egitto, la morte per crepacuore.
Come interpretare "storicamente" al meglio tale episodio mitologico? Non rischiamo nulla pensando che Grecia e Libia si trovano ad avere una qualche affinità; in comune hanno l'Egitto per nemico (dal XII secolo a.C. è un fatto storico), e dopo qualche secolo riescono a non doverlo più temere. Il Kemet Persiani e Macedoni lo fanno proprio, poi tocca ai Romani salire sugli allori. I Greci dipingono un mito sul cadavere del nemico, come prima fanno i Micenei col fasto della potenza Cretese? Sappiamo che i nuovi vincitori amano farsi beffe degli eredi di quelli che un giorno governavano in vece loro.
La storiografia trova modo di confermare qualche passo suddetto: uno dei primi regnanti egiziani, Snofru - vissuto tra il 2700 ed il 2600 a.C. - lancia reiterate spedizioni in Libia contro i beduini che difendono le locali miniere. Snofru (o Snefru, padre di Cheope e Chefren) persegue la sua politica espansionistica anche a spese della Nubia e dell'area del Sinai. Passano secoli e ritroviamo, dopo circa ottocento anni, gli Egizi sempre a caccia di beni in codeste aree. Sesostri I (1971 - 1928 a.C.) e Sesostri III (1878 - 1843 a.C.) infatti aggrediscono la Nubia (sede di un fine regno) e quella che sarà la Palestina, dando all'Egitto quelle ricchezze, usate per fini temporali e clericali, che gli vengono a mancare nel periodo di crisi politica e religiosa compreso tra gli anni 1785 e 1580 a.C.
E' notevolmente importante ricordare che sin dal regno di Snofru l'Egitto assolda mercenari lodati moltissimo per il loro valore in battaglia, i Sherden o Serden: i Sardi (forse ancora Anatoli o già di Sardegna). Nelle raffigurazioni, per incisioni sulla roccia dei templi, essi si distinguono per il loro originale elmo: è sormontato da una piccolo disco di metallo, una piccola sfera forse, comunque una decorazione distintiva o un disco dal bordo tagliente.
Perché c'è tanto desiderio di lanciare armate di arcieri in zone aride da qualche millennio? Esse, perduta acqua e fertilità sono rimaste ricche di miniere: il Sahara, il Nulla, iniziata la sua avanzata su terre libiche un tempo fertili, non dirige le sue dune verso le sponde del sacro fiume. Le terre del fortunato vicino che rimangono produttive sono continuamente viste come una soluzione al problema alimentare delle popolazioni divenute beduine, perdute le loro mandrie (vedi nei graffiti sahariani), i laghi (come il Tenerè di cui rimane una parvenza nel lago Ciad), ed i terreni coltivati.
La forza donata dal Nilo all'Egitto facilmente si estrinseca in potenza clericale e militare insieme, e le campagne ad est, ad ovest, a sud del paese hanno lo scopo di tenere a bada i popoli confinanti. Togliere ai vicini le risorse minerarie è facile, con un esercito ben nutrito ed indottrinato. Abbiamo così i "cinquanta figli" d'Egitto alla caccia della " muliebre dote" dei libica. Come si ritrovano però Greci Argolidi e Libi a lottare contro Egitto? Proviamo a scriverne appresso.
Tra il 1580 - 1085 a.C. si instaura sui fedeli sudditi Egiziani il cosiddetto Nuovo Regno: ed i problemi per i deboli vicini possono solo aumentare. A tale periodo risalgono le edificazioni di vari templi (grazie alle risorse importate a discapito di altri popoli) come quelli eretti in Medinet Habu e Karnak, a Tebe.
Citiamo i due siti, cui ci siamo appassionati in faticoso raccogliere dati, poiché riportano al pari delle lettere di corte indicanti i Shikalayu di Hammurabi III, degli ideogrammi parietali che citano i Siculi, Shekles.
Gli introiti regali invitano, parimenti e per il medesimo scopo del rafforzamento delle frontiere esterne, alla restaurazione di monumenti importanti, come quelli della antichissima ma vulnerabile Memphis.
Sappiamo che la città fluviale ebbe a patire il dominio degli Hyksos (Heqa Khast, tra il 1785 ed il 1580 a.C. instaurando le dinastie dalla XIII alla XVII), armatissimi con strumenti bellici inattesi. E' il re Ahmose, della XVIII dinastia, che riesce a riorganizzare al meglio, nel sud del paese, le forze native, cosicché può riallargare i confini egiziani verso settentrione e oriente ricacciando gli invasori fin nelle terre irrigate dall'Eufrate.
Codesti che qui seguono sono i suoi successori, sempre baciati dalla fortuna (grazie alla possibilità di ben pagare molte truppe, anche di ex nemici) nelle loro campagne belliche in terra straniera: Amenofi I, Thutmose I, Thutmose II, Thutmose III, Amenofi II e Thutmose IV, Amenofi III, Amenofi IV.
Amenofi IV viene ricordato per un nuovo corso religioso dell'Egitto: per il volere sia limitare il potere della fin troppo ricca casta sacerdotale di Ammone, e sia per accentrare la fede del suo popolo solo sul dio Aton (il Sole). Sagacemente così rendendo sé medesimo unico tramite tra la divinità (ed i beni al dio destinati) ed il popolo; assume quindi il nome di Ekhn-aton (significando per gli appassionati d'Egitto d'ogni tempo, dagli amatori Etruschi a oggi, echen - Aton = grato ad Aton), e creando una nuova capitale: Akhet-aton (Tall al Amarinah).
Fatto storicamente non nuovo, pur se in questo caso dai contorni sfumati, è il ruolo avuto da una donna ambiziosa, spregiudicata e bella nella costruzione di tale nuova ideologia teocratica: Nefertari. Siamo nel 1367 o nel 1354 a.C. Nella costante lotta tra i sempre potenti sacerdoti ed il rivoluzionario faraone che tende a limare le fonti della loro forza, dopo un breve periodo di amletici colpi di mano interni, si inserisce l'azione di un militare, un graduato sine nobilitate ma inevitabilmente appoggiato dai sacerdoti e dai suoi uomini. Inizia così, forse già al tempo poco originalmente, la saga dei Ramses, dalla cosiddetta XIX dinastia in poi. Nefertari dopoil suo sposo sparisce obliata assieme alla sua città reclusorio, Akhetaton.
I paesi che si affacciano sul Mediterraneo guardano con rinnovata preoccupazione alle ritrovata stabilità tra le forse interne all'Egitto. Se possibile, maggior è il timore che hanno i confinanti sahariani e asiatici e nubiani. Di nuovo, stavolta, c'è però la rilevante presenza sulla scacchiera internazionale delle forze presumibilmente achee (detti Eqwes o Ouashasha), sospinte magari dai Dori che riannettono alla futura Tracia la terra ed il mare a sud dei Dardanelli che vennero a lungo gestite da Ilio.
Ad Amenofi IV succedono, abbiamo detto, due regnanti nuovamente succubi degli avidi sacerdoti di Ammon Râ: sono Semenkara, e lo sfortunato re fanciullo Tutankhaton/Tutankhamon e la di lui fresca consorte. Codesta giovane vedova e regina, Ankhesenamon, cede il trono al suo visir - e forse machiavellico carnefice del marito -, tale Ai, che impedisce le nozze della vedova di Tutankhamon col politicamente desiderato, straniero, nobile e ormai tradizionalmente amico, principe ittita Zennanzach.
La sparizione lungo la via di Tebe - a causa di un possibile nuovo agguato architettato da Ai - del principe promesso sposo e della sua scorta, ritarda un maggiore avvicinamento ed avvicendamento politico dei due forti regni: si dovrà ricorrere agli accordi prolungati - e ad altre nozze - redatti dopo i fatti di Kadesh. Ciò che viene osteggiato dal malvagio Ai riesce ad un uomo, dai natali non divinizzati, ma nobilitato dal suo valore in guerra: Ramses II.
Con Ramesse I inizia a governare una nuova stirpe di potenti, discendenti di un forte e opportunista generale dell'esercito, che lascia il trono a Seti I. Con questi (1312- 1300 a.C.), e col figlio di lui, Ramesse II, l'Egitto raggiunge un nuovo acme in quanto ad estensione. A tale vertice egemonico aspira parimenti di arrivare anche il coevo regno Ittita di Muwatalli, pur a discapito degli Amurru di Benteshina e degli Assiri di Adad Nirari. Ovviamente poco respiro hanno minute popolazioni marinare, come quelle della futura Licia (Lukki per gli Egizi).
Seti I si conferma degno del ricordo lasciato dal padre sia sul suolo libico sia su quello siriano (grazie anche a truppe ausiliarie provenienti da molto lontano, i Sherden, i Sardi isolani o mediorientali), ed estende la ferrea mano del popolo dei credenti in Osiride. Ramesse II non è poi a sua volta da meno: raggiunge verso est le terre annesse all'impero hittita degli ennesimi miscredenti: è una nuova fase topica per il confronto diretto tra i due giganti del tempo.
Le grandi opere d'edilizia sacra di Seti I vengono - di pari passi con l'accrescere del prestigio statale e delle casse dello stesso - ultimate da Ramsete II, che si dichiara apertamente continuatore della politica - anche di architettura sacra - paterna.
Rimane così egli, nella storia del suo paese, anche come il faraone che più edifica templi agli dei. Cosicché sempre in onore ed alla memoria del padre, Ramses II ridà prestigio alla natia città di Avaris dal turbolento destino (nota come Khatana, Het Uaret, Tall ad Dab'ah, oggi a dieci chilometri a nord/est della odierna Faqus) ed assurge a capitale dell'impero Pi Ramesse (Piramesse Meramun), ridando al suo popolo il pieno controllo delle terre dalla rara fertilità del Basso Egitto.
Da molto tempo i sudditi dei faraoni non potevano serenamente girovagare lungo le coste del Mediterraneo (il Molto Verde) e considerare sicure le terre non ancora sabbiose di El-Giza.
Gli Ittiti (trascritti dagli Egizi col nome Ht) nella loro fase di espansione hanno infatti cacciato dalle loro terre vari popoli (come i Lici ed i Lidi), obbligando questi ultimi alla via ed alla vita di mare. Nel medesimo periodo un carestia di notevoli proporzioni affossa le varie produzioni agricole dal Peloponneso alla Libia.
Ramesse II affronta quindi con brutte premesse Muwatalli e, dopo un primo ed insoddisfacente approccio armato, si perviene ad un più comodo accordo nei pressi di Kadesh negli anni a ponte del 1258 a.C. Il faraone, lo prevede nero su bianco uno dei punti dell'accordo, sposa Puduhepa (mentre al trono di Hattusa c'è già Hattusili III), e le sue nozze sono descritte come al solito con poetiche, romantiche ed enfatiche frasi. E' probabile (K. Kitchen, vol. 2) che al primo segua un secondo matrimonio di stato con una seconda figlia o sacerdotessa del re alleato (la donna ha forse il nome di Maât Hor Neferurâ).
Si attua così quell'accordo che solo un secolo prima avrebbe potuto realizzarsi, col matrimonio cui aspirava Ankhesenamon. Lo stipula però un discendente di chi salì al trono senza i requisiti divini necessari al pensiero comune del popolo, da cui ci si attende un impegno rafforzato intimamente e mentalmente dalla generale e contemporanea credenza.
Nei decenni di regno che la vita gli riserba, Ramsete II riesce a passare alla storia come il più grande, tra i re del suo popolo, degli edificatori di templi e dei sostenitore del culto di Ammon Râ. Quando egli muore, nel 1234 a.C., lascia un trono ricchissimo ma attorniato da numerosi nemici ad uno dei tanti figli, Merenptah.
Merenpath è uno dei faraoni che entra nelle pagine della storia dei Siculi quando codeste agguerrite e peregrine tribù sono da circa un secolo insediate in Sicilia. Da dove salpano però i navigli dei Sekles che aggrediscono sistematicamente le coste cipriote, ittite ed egizie per poi dileguarsi col bottino? Sicania, Malta, sud d'Anatolia sono le terre ove cercare i porti rifugio delle loro navi, luoghi ove il grande commercio è assente per timore della loro presenza. Certamente lo stretto tra Scilla e Cariddi deve molto della sua micidiale nomea alla presenza sulle rive dei razziatori Shekles.
Merenptah - anicipiamo - passa poi non direttamente il suo scettro a Ramses III: i nomi dei successori sono Amennes o Amenmessè, Seti II, Siptah, la concubina Tauseret ed infine, regna più concretamente Ramses III. Egli guida un esangue Egitto fino al 1163 a.C.